È iniziato il tanto atteso viaggio americano di papa Leone XIV in Uruguay. Il Papa sorgerà a Montevideo e partirà in aereo per Paysandú; seguiamo il viaggio, i discorsi ufficiali vengono pubblicati e non ha senso insistere su di essi a meno che non contengano passaggi importanti. La nostra Specola si muove in questi giorni in orario europeo e questo determina le informazioni pubblicate di riferimento. Da ieri restano trentamila persone in Plaza Independencia, un discorso che non ha nominato alcun conflitto e, come ormai è consuetudine, brutta consuetudine, con i media che gli attribuiscono frasi che non ha pronunciato. Roma è rimasta vuota, oggi abbiamo due sentenze sullo stesso edificio di Budapest che dicono l’una il contrario dell’altra: vivere per vedere.
Primo discorso e Paysandú
La giornata di oggi, secondo il programma ufficiale: volo e messa al Parque París Londres di Paysandú e ritorno a Montevideo all’una e mezza. Nel pomeriggio, Casavalle, l’Università Cattolica e veglia allo Stadio Centenario. La messa è votiva del beato Giacinto Vera, primo vescovo dell’Uruguay, davanti alla cui tomba il Papa ha pregato ieri sera nella cattedrale.
Esaminato termine per termine il discorso alle autorità, in spagnolo e in italiano: non compare l’Ucraina, né Gaza, né il Sudan, né Haiti. Non compare nemmeno la parola guerra. Né aborto, né eutanasia, né morte assistita, né secolarizzazione, né migrazione. L’ultima volta che Leone XIV ha nominato un conflitto è stato l’Angelus del 1° novembre, per l’azione umanitaria a Oleshky; da allora sono seguiti l’Estate, l’udienza generale e ora Montevideo.
I due temi che la stampa uruguaiana riassume come aborto ed eutanasia li ha trattati senza usare nessuna delle due parole: «chi non è ancora nato appartiene già alla famiglia umana e al futuro del suo popolo», «la protezione di chi sta per nascere e il sostegno di chi lo accoglie sono inseparabili», e, dall’altro lato, «essere accompagnata fino al termine naturale della sua vita». Ha anche detto che «questa neutralità non esige che la dimensione religiosa resti confinata all’ambito privato», e ha citato Artigas al Congresso del 1813: «la mia autorità emana da voi e cessa per la vostra presenza sovrana».
Da lì sono uscite quattro frasi che non sono sue. El Observador mette tra virgolette «appartiene alla nazione umana» dove il testo dice famiglia. Infobae titola tra virgolette «la convivenza fa parte della storia dell’Uruguay», amputando il «tra persone di diverse origini e tradizioni» che era il senso della frase, e quella citazione non compare nel corpo del suo stesso live. La diaria titola «riferimenti ad Artigas e all’aborto» quando la parola non è nel discorso. E C5N mette tra virgolette «la persona umana non vale ciò che ha, ciò che fa né ciò che produce», che non esiste: ciò che c’è è «neanche oggi si può misurare il valore di una persona da ciò che produce, dal suo lavoro o dalla sua capacità di provvedere a se stessa». Due citazioni de El Observador, invece, risultano letterali e pulite.
Abbiamo menzioni sui media del 27 ottobre, quando si annunciava la tregua di sei giorni e Washington presentava Melania Trump come mediatrice esclusiva, Gallagher ha dichiarato a Reuters di non credere che la Santa Sede avesse avuto un ruolo diretto nel concertarla, nonostante le telefonate del Papa a Putin del 16 ottobre e a Zelensky del 19.
Due tribunali e lo stesso edificio di Budapest
L’Istituto per le Opere di Religione ha comunicato ieri sera che un tribunale di Malta gli riconosce 24,1 milioni di euro, più l’otto per cento di interessi, da pagare solidalmente da quattro società: Optimum Evolution Fund SIF, Optimum Asset Management, Futura Investment Management e Futura Funds SICAV. Prima istanza, Prima Sezione del Tribunale Civile, causa 923 del 2017. Il fondamento è l’inadempimento dei doveri fiduciari, articolo 1124A del codice civile maltese: la parola frode non compare, e neppure nei dispacci. Non risulta se la sentenza sia definitiva né se qualcuno la impugnerà, e nessuna delle cronache dice di aver letto il testo.
Il 21 ottobre, sedici giorni prima, il Tribunale Metropolitano di Budapest ha condannato lo IOR a pagare più di venti milioni per lo stesso immobile. L’Istituto sostiene, in una nota del 24 ottobre, che quello non è una sentenza ma una decisione contumaciale nata da un problema di notifica, che il tribunale «non ha esaminato il merito» e che si opporrà entro quindici giorni. Quindi non c’è una vittoria: ci sono due pronunce di prima istanza di segno contrario in tre settimane, in due giurisdizioni, sul palazzo dell’antica Borsa di Budapest, e nessuna delle due è definitiva.
La vicenda risale al 2013. Secondo la ricostruzione di Milano Finanza, lo IOR ha impegnato quarantuno milioni nel comparto Kappa di un fondo maltese, ne ha versati diciassette e quel novembre, con Ernst von Freyberg presidente, si è rifiutato di pagare i restanti ventiquattro. Attenzione a non confondere quei ventiquattro che non ha pagato con i 24,1 che ora incassa: sono cifre di segno contrario che quasi coincidono. E neppure con i «più di ventiquattro milioni» che il Tribunale Vaticano ha riconosciuto all’Istituto nel 2021 condannando Angelo Caloia per la vendita di ventinove immobili, che è un altro caso del tutto diverso.
Il filo vaticano della vicenda non è Becciu, è un altro: il Promotore di Giustizia ha aperto un’indagine penale su Kappa, con undici milioni sequestrati in Svizzera l’anno scorso, secondo la stessa copertura finanziaria. E una precisazione di nomenclatura, perché l’abbiamo vista scritta male: lo IOR è presieduto da François Pauly da aprile e il direttore generale è Giovanni Boscia dal 1° ottobre; ciò che presiede il cardinale Petrocchi è la Commissione Cardinalizia, che è un’altra cosa.
Due beatificazioni, Guatemala e Santander
Entrambe sono oggi, e le ha annunciate il Papa mercoledì. In Guatemala, il francescano Augusto Rafael Ramírez Monasterio, parroco e guardiano di San Francesco il Grande di Antigua, fucilato il 7 novembre 1983 dopo un secondo sequestro: oggi si compiono esattamente quarantatré anni. Il Dicastero colloca il martirio nell’intenzione delle forze armate governative di colpire in lui un rappresentante della Chiesa che aveva denunciato le ingiustizie sociali. Presiede come delegato il cardinale Robles Ortega, arcivescovo di Guadalajara, ed è il primo sacerdote guatemalteco sugli altari. Il Papa ha detto «ad Antigua Guatemala», anche se il recinto è la tenuta Florencia, a Santa Lucía Milpas Altas, un altro comune dello stesso dipartimento.
E continuiamo con beatificazioni in Spagna, questa volta a Santander, Francisco González de Córdova e settantanove compagni, morti tra il 1936 e il 1937: sessantasette sacerdoti, tre seminaristi di Monte Corbán, tre carmelitani scalzi e sei laici, presiede Semeraro nella cattedrale. La Conferenza Episcopale Spagnola contava a luglio 2.449 beati, di cui 2.404 sono martiri della persecuzione del XX secolo, con 349 cause aperte e 3.344 candidati. Quella pagina non menziona la beatificazione di oggi, e la cifra aggiornata non è pubblicata: non la calcoliamo noi, come sempre, i ben pagati media ufficiali sembrano non accorgersi di ciò che succede nella propria casa.
Lugano e un articolo del 1968
Quello che ieri davamo come affermazione di un media è già verificato e ci sembra interessante segnalarlo. La convenzione tra il Consiglio Federale svizzero e la Santa Sede, firmata a Berna il 24 luglio 1968, dispone nel suo articolo primo, comma terzo: «il vescovo di Lugano sarà nominato dalla Santa Sede e scelto tra i sacerdoti cittadini ticinesi». Ecco la spiegazione di quattro anni di sede vacante, e lo dice senza giri di parole lo stesso amministratore apostolico. Il Corriere del Ticino, che ha svelato la lettera del Governo cantonale, riporta un’intervista di Alain de Raemy al settimanale Catholica del 10 ottobre: la cittadinanza ticinese è uno dei requisiti, e acquisirla resta per lui un’opzione aperta. Della lettera, ciò che c’è è più modesto della parola protesta: datata 14 ottobre, firmata da Marina Carobbio Guscetti e dal cancelliere Arnoldo Coduri, risponde a un privato, l’avvocato Franco Gianoni, e si limita a sperare che la vacanza non si prolunghi, rispettando la convenzione del 1968. Il cantone non l’ha pubblicata e Roma non ha risposto.
La morte di don Piero Vergari
È morto a novant’anni. La nota della sua diocesi di incardinazione, Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, lo dà nato a Sigillo nel 1936, ordinato nel 1961, canonico della concattedrale di Nocera Umbra, professore di religione e dipendente della Santa Sede. La data e il luogo della morte non risultano da nessuna parte. A molti lettori questo nome non dirà nulla, è importante perché è il «prete del caso Orlandi». La nota ufficiale del suo decesso non menziona San Apollinare, né Enrico De Pedis, né il caso Orlandi. Dal Vicariato di Roma e dalla Santa Sede, nulla. ANSA, invece, titola «il prete amico di De Pedis», e quell’amicizia non è accreditata da nessuna risoluzione giudiziaria.
Ciò che è documentato è più preciso. Nel 1990, essendo rettore di San Apollinare, fu lui a chiedere al Vicariato il permesso di seppellirvi De Pedis, allegando una dichiarazione in cui lo definiva «grande benefattore dei poveri»; il permesso fu firmato dal cardinale Ugo Poletti, e Gianni Barbacetto ha ricostruito quei documenti con le loro date. Davanti alla commissione parlamentare ha riconosciuto di averlo conosciuto in chiesa e in carcere, e lo ha descritto come devoto che portava fiori. Di Emanuela Orlandi ha detto: «non l’ho mai vista». È stato indagato nel 2012 e il giudice istruttore ha archiviato il procedimento il 19 ottobre 2015, con sessantatré pagine di motivazione, perché gli elementi raccolti non avevano «la consistenza, neppure indiziaria, necessaria per sostenere l’accusa in giudizio». La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della famiglia Orlandi nel maggio 2016 e l’archiviazione è diventata definitiva. Non è mai stato imputato, non c’è mai stato un processo: non è stato assolto, e non è prescritto. Aveva lasciato il rettorato di San Apollinare nel 1991.
A Roma continuiamo con le notizie
Il Papa è partito ieri e il bollettino del giorno sul viaggio, senza una sola riga di nomine. Non sappiamo ufficialmente se Parolin o Gallagher viaggino, la Sala Stampa nomina il seguito papale come corpo e mai nominalmente. La lista che stiamo aspettando non esiste.
Di ciò che si muove nei tribunali, due cose. A Piazza Armerina, il vescovo Rosario Gisana è imputato per falsa testimonianza davanti al Tribunale di Enna, insieme al suo vicario giudiziario; il pubblico ministero ha chiesto due anni il 9 ottobre e la sentenza è fissata per l’11 dicembre. La condanna del sacerdote Giuseppe Rugolo, invece, è definitiva: tre anni, confermati in Cassazione il 14 maggio, dopo che l’appello ha escluso la diocesi dalla responsabilità civile. Circolano inoltre versioni su un dimissioni chieste al vescovo: la diocesi dice di non sapere nulla, la Sala Stampa rimanda al Bollettino, e nel Bollettino non c’è alcuna rinuncia. Gisana resta vescovo di Piazza Armerina e, fino all’11 dicembre, un imputato.
E di Becciu, niente di nuovo a novembre, ma la foto di ottobre merita di essere ricordata: la settima udienza è durata undici minuti, dalle 9:17 alle 9:28, con tre dei dieci imputati in aula, e le quattro udienze di gennaio 2027 sono solo per questioni preliminari. Da quando l’appello dell’accusa è stato dichiarato inammissibile, le condanne non possono più essere aggravate. Chi sostiene oggi l’accusa, dopo l’astensione del Promotore di Giustizia, continua a non risultare da nessuna parte.
Concludendo la giornata
Il Dicastero per il Servizio della Carità apre gli ambulatori Madre di Misericordia e San Martino, sotto il colonnato destro, dal lunedì 9 al sabato 14, dalle otto alle sei senza interruzione e senza appuntamento, per la Giornata Mondiale dei Poveri del giorno 15. Visite mediche, vaccinazione antinfluenzale, analisi, e occhiali, protesi dentarie e apparecchi acustici gratuiti.
La statua di quattordici metri che è stata annunciata per accogliere il Papa non è a Lima, come è stato titolato, ma a Callao, che è provincia diversa: nel Parco del Niño Gaelito, di fronte al mare, commissionata dal sindaco César Pérez e finanziata interamente dalla Cassa Huancayo, che non ha pubblicato l’importo.
Su quanto costa un viaggio papale ci muoviamo sempre nel mistero, circola la cifra di quattrocentomila euro, attribuita al Dicastero per la Comunicazione. Conviene dire cosa è: una stima propria del media che la pubblica, per estrapolazione di diarie e ore straordinarie a una delegazione di più di trenta persone, senza bilancio né documento, e che non include l’aereo. Lo stesso testo ammette che «in assenza di rendiconti dettagliati non è possibile stabilirlo». Di dato ufficiale sul costo di un viaggio apostolico non ce n’è nessuno: gli stati della Santa Sede non lo scompongono come voce.
Giuseppina Coali presenta oggi pomeriggio a Trento il suo libro sul caso Orlandi, con prefazione del Promotore di Giustizia. In l’intervista a Il Dolomiti mantiene la precisione che suo padre, ispettore capo della Gendarmeria, non ha seguito ufficialmente l’indagine, e aggiunge di sua iniziativa che «non poteva non sapere», che è giudizio di figlia e non dato. Il fatto di aver dichiarato quattro ore davanti a Diddi nel 2023 lo aveva pubblicato La Verità cinque giorni prima.
E la lettera dell’uruguaiano che denuncia un sacerdote per abusi non è arrivata al Papa come promesso: resta nelle mani del cardinale Sturla. Ciò che risulta, ed è un’altra notizia, è che la Conferenza Episcopale uruguaiana gli ha negato l’udienza per iscritto: «nelle attuali circostanze non riteniamo opportuno dar corso alla sua richiesta».
Il vangelo di oggi chiude la parabola dell’amministratore: «non potete servire Dio e il denaro».