Il papa Leone XIV ha nominato lunedì 19 ottobre membro della Commissione Teologica Internazionale il teologo laico tedesco Jan-Heiner Tück, professore ordinario di Dogmatica e Storia dei Dogmi presso la Facoltà di Teologia Cattolica dell’Università di Vienna e direttore dell’edizione tedesca di Communio, la rivista fondata nel 1972 da Hans Urs von Balthasar, Joseph Ratzinger e Henri de Lubac, tra gli altri. È uno dei 24 nuovi membri pubblicati quel giorno dal bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, nominati secondo gli statuti della Commissione su proposta del prefetto della Dottrina della Fede, il cardinale Víctor Manuel Fernández. Tück scrisse nel luglio 2021 che Francesco, revocando con Traditionis custodes la libertà di celebrare la messa antica concessa da Benedetto XVI, metteva a repentaglio l’autorità del papato: «Pietro, la roccia, comincia a rotolare». Nel maggio di quest’anno, sei settimane prima delle consacrazioni di Écône, sostenne che uno scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X sarebbe stato sfortunato per entrambe le parti, ma «anche buono» per chiarire una situazione che da tempo non veniva chiarita.
L’articolo del 2021 apparve il 22 luglio sul quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung (NZZ), sei giorni dopo la pubblicazione del motu proprio, con il titolo «No alla messa antica: papa Francesco annulla una decisione del suo predecessore e mette così a repentaglio l’autorità della carica». Tück ricordava che Francesco aveva una volta commentato che forse sarebbe passato alla storia come il papa della divisione, e scriveva che «il venerdì scorso ha quasi reso reale quella parola», perché con il decreto aveva ritirato «senza battere ciglio» la licenza concessa dal suo predecessore. A suo giudizio, correggendo apertamente Benedetto XVI invece di sforzarsi per la coerenza e la consistenza del magistero, il Papa dava a molti l’impressione che un pontefice possa correggere e rivedere l’insegnamento dei suoi predecessori come vuole, e questa irruzione della contingenza nelle dichiarazioni magisteriali, visibile a tutti, minacciava di minare l’autorità papale.
Il testo ammetteva che esistono tensioni parziali tra l’ecclesiologia del Concilio e la messa tridentina, e coincidenze puntuali con l’ambiente della destra politica, ma sosteneva che l’argomento dell’strumentalizzazione valeva solo in forma globale per la Fraternità San Pio X. Alla Fraternità San Pietro e agli altri gruppi che riconoscono espressamente il Concilio e il primato, scriveva, veniva ritirato proprio a loro «il tetto protettivo papale», in modo che venivano puniti per la loro fedeltà al Papa «dal Papa stesso». Criticava anche che la richiesta di autorizzazione romana per i nuovi sacerdoti contraddicesse la «sana decentralizzazione» che lo stesso Francesco predicava, e che lasciare la questione a ogni vescovo avrebbe prodotto un mosaico di permessi e divieti. «Un divieto della messa antica è, in ultima analisi, espressione di debolezza», concludeva, perché non confida che la liturgia rinnovata si imponga da sé come la migliore opzione. Allo stesso tempo, Tück difendeva la riforma liturgica del Concilio, che chiamava il suo frutto più visibile e che, a suo giudizio, «non può né deve essere messa in questione», e terminava avvertendo che escludere quella tradizione ne ignora la forza culturale ed è «tendenzialmente incline alla divisione».
Quella difesa della messa tradizionale non gli ha impedito di essere, da almeno un decennio, uno dei critici più insistenti della Fraternità San Pio X nella stampa di lingua tedesca. Il 19 maggio 2026, in un’intervista in diretta nel programma Tag für Tag della radio pubblica tedesca Deutschlandfunk, considerò «molto probabile» che si celebrassero le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio annunciate per il 1° luglio, ricordò che «un atto scismatico non deve necessariamente rimanere scismatico» e giudicò corretta la dichiarazione con cui il cardinale Fernández aveva avvertito il 13 maggio che quelle consacrazioni avrebbero costituito «un atto scismatico». Interrogato se una separazione sarebbe una perdita per la Chiesa, rispose: «Uno scisma è sempre sfortunato per entrambe le parti. Ma sarebbe anche buono nel senso di chiarire rapporti che da tempo non sono chiari». Rifiutò di avvicinarsi ai lefebvriani con un’offensiva di seduzione e di lasciarli agire «sotto il mantello della misericordia», perché erano in gioco l’apertura ecumenica, il rapporto con l’ebraismo e il rapporto con lo Stato di diritto liberale: «Non possiamo tollerare all’interno della Chiesa cattolica posizioni contraddittorie su questioni così importanti».
Nella stessa intervista disse che non avrebbe qualificato la Fraternità come antigiudaica «in modo così generale», ma che la dichiarazione di fede che aveva pubblicato la settimana precedente era «un chiaro indizio di teologia antigiudaica», perché sostiene la teologia della sostituzione, secondo la quale l’alleanza di Dio con Israele sarebbe stata revocata, contro la lettera ai Romani e la dichiarazione conciliare Nostra aetate. Definì «affermazioni mostruose» la tesi, che attribuì ad altri scritti della Fraternità, secondo cui gli ebrei di oggi rimangono in certo modo corresponsabili della morte di Gesù finché non lo riconoscono come Messia. Parlò anche di una «permeabilità osmotica» verso posizioni politiche di destra, sebbene avvertì contro le generalizzazioni, e sostenne che lo Stato cattolico difeso da Lefebvre contraddice la dichiarazione Dignitatis humanae sulla libertà religiosa. Alla fine riconobbe ai fedeli della Fraternità un senso sveglio «per la santità, per la liturgia» e una serietà nella fede che interpella il cristianesimo medio, «spesso un po’ tiepido», e considerò preoccupante la dimensione che ha raggiunto, con circa 750 sacerdoti.
Le consacrazioni si celebrarono a Écône il 1° luglio. Il giorno successivo, Dottrina della Fede pubblicò una Nota esplicativa firmata da Fernández che dichiara scismatici e soggetti a scomunica tutti i ministri sacri della Fraternità, estende la stessa considerazione ai laici che vi aderiscano formalmente e dichiara invalide le confessioni e i matrimoni assistiti dai suoi sacerdoti. La Fraternità mantiene i suoi ricorsi a Roma contro quelle scomuniche. Tück ha pubblicato quest’anno presso l’editrice Herder il libro Ausverkauf des Konzils. Die Päpste und die Piusbruderschaft. Eine Konfliktgeschichte («Liquidazione del Concilio. I papi e la Fraternità San Pio X. Storia di un conflitto»). Nella prefazione, secondo il campione diffuso dall’editrice, sostiene che relativizzare i documenti conciliari per attrarre i tradizionalisti sarebbe «un’autocontraddizione pontificia» e che Leone XIV deve mostrare «chiarezza nelle questioni dottrinali», anche per lealtà ai suoi predecessori, senza per questo propugnare un fondamentalismo conciliare. In un altro passo scrive che nei segnali del nuovo pontificato si può vedere «una nuova cultura di accoglienza per gli amici della messa tridentina», ricorda che il Papa ha indicato di voler ammorbidire la politica restrittiva del suo predecessore sulla cosiddetta messa antica e avverte che, se rompesse la comunione con la Chiesa, la Fraternità finirebbe per scivolare definitivamente verso una setta di zeloti.
La linea viene da lontano. Nel maggio 2016, quando circolavano voci di un riconoscimento canonico della Fraternità da parte di Francesco, Tück avvertì nella NZZ contro una riconciliazione «senza condizioni preliminari» e giudicò falsa, dall’ermeneutica del Concilio, la proposta dell’arcivescovo Guido Pozzo, allora segretario della commissione Ecclesia Dei, di stabilire una «obbligatorietà graduata» che distinguesse tra documenti dottrinali e pastorali del Vaticano II. Abbassare i testi sull’ecumenismo, le religioni e la libertà religiosa, scrisse, equivaleva a «un sfacciato atto di delegittimazione del Concilio», e ammettere la Fraternità senza esigenze dottrinali sarebbe installare intra muros ecclesiae un cavallo di Troia carico di «dinamite semantica»: «antimodernismo, antigiudaismo, intolleranza verso altre religioni, integralismo nel rapporto tra Stato e Chiesa». In quello stesso articolo distingueva il caso della pastorale ordinaria: con la Fraternità, sosteneva, non si tratta di pratica pastorale, ma della pretesa di validità di posizioni teologiche fondamentali, e applicarle una misericordia senza condizioni preliminari implicherebbe «una confusione di piani». Quando Francesco soppresse la commissione Ecclesia Dei nel gennaio 2019, Tück lo interpretò come «la fine dell’offensiva di seduzione papale» verso i lefebvriani.
La distinzione tra dottrina e pastorale riappare nella sua difesa di Amoris laetitia. Nel novembre 2017, in un articolo intitolato «Il papa Francesco non è un eretico», riconobbe che la nota 351 dell’esortazione concede per casi complessi ciò che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avevano escluso, poiché questi ultimi ammettevano ai sacramenti solo i fedeli che vivono in una seconda unione «sotto la riserva della continenza sessuale». Ciononostante, sostenne che l’esortazione è una «continuazione legittima» della dottrina precedente e non una «rottura della tradizione». Definì «procedere sovversivo» quello dei cardinali Brandmüller, Burke, Caffarra e Meisner nel rendere pubblici i loro dubia, e scrisse che coloro che mettevano il Papa sotto sospetto di eresia, come i 62 teologi e filosofi firmatari della Correctio filialis, si comportavano «come bulldog dell’ortodossia». Nello stesso testo avvertì, tuttavia, che le applicazioni divergenti delle conferenze episcopali, con la Polonia che proibiva ciò che Malta permetteva come eccezione, aprivano «sottili crepe» che potevano degenerare in una «patologia di situazioni scismatiche», e chiedeva al Papa di parlare di nuovo: «Il silenzio non può essere l’ultima risposta per un costruttore di ponti».
Il celibato sacerdotale è un altro dei suoi fronti. Nel settembre 2019, alla vigilia del Sinodo dell’Amazzonia, replicò nella NZZ al cardinale Robert Sarah, che aveva definito mostruosità l’ordinazione di viri probati. «Il celibato non è un dogma, ma una legge ecclesiastica», scrisse; bollò come «finzione di continuità storicamente insostenibile» l’idea che la continenza dei chierici regga senza interruzione da Gesù e dagli apostoli, ricordò che Ratzinger aveva previsto nel 1970 che la Chiesa del futuro avrebbe ordinato «cristiani provati che esercitano una professione» e concluse che la tradizione «può anche tradirsi congelandola». Nel giugno 2023 andò oltre sul portale katholisch.de: chiese a Francesco di abbandonare la sua «decisa indecisione» e di fare ciò che è giuridicamente possibile, ordinare nelle regioni con grave scarsità di clero uomini sposati accreditati nel matrimonio, nella famiglia e nella professione. In quel testo difese il celibato con tre argomenti teologici, il seguito radicale, la disponibilità e il segno escatologico; rifiutò che i laici presiedano l’Eucaristia, perché sarebbe «una rottura della tradizione» e «i sacerdoti possono essere sostituiti solo da sacerdoti», e descrisse senza giri di parole la situazione del clero: ci sono «sacerdoti che vivono in relazioni omosessuali» e, quando i vescovi tollerano la doppia vita, «l’ipocrisia acquisisce tratti sistemici».
Su altre questioni ha sostenuto posizioni contrarie a quelle del riformismo tedesco. In un saggio del 2021 sulla rivista Herder Korrespondenz, intitolato «Rappresentare lo Sposo? Cosa parla contro l’ordinazione sacerdotale delle donne», argomentò contro di essa a partire dalla rappresentazione sacramentale di Cristo Sposo e, secondo le citazioni raccolte dal liturgista Benedikt Kranemann nella sua replica, sostenne che relativizzare la mascolinità di Gesù marginalizza allo stesso tempo la sua condizione di ebreo. La presentazione del saggio riconosceva che, in quel dibattito, gli argomenti di tradizione e di autorità hanno cattiva accoglienza. Nel 2023 firmò nella NZZ un articolo intitolato «Una porta sul retro per più donne nella Chiesa», sulla facoltà di battezzare concessa ai laici in alcune diocesi e in Svizzera, il cui sottotitolo sostiene che l’argomento della scarsità di sacerdoti «è solo un pretesto». Nel 2017 considerò problematica una «licenza generale» perché comunichino i coniugi non cattolici dei matrimoni misti, per il rischio di simulare un’unità che non esiste o esiste solo in forma incipiente. Ha criticato inoltre il Cammino Sinodale tedesco: nel novembre 2021 firmò nel Frankfurter Allgemeine Zeitung un articolo il cui sottotitolo sostiene che un Consiglio Sinodale nazionale come quello progettato «contribuisce solo a gonfiare gli apparati», e nel 2024 mise in dubbio il consiglio diocesano congiunto creato dal vescovo di Essen, Franz-Josef Overbeck.
La frase più discutibile della sua traiettoria è del luglio 2020. In un’intervista con katholisch.de, interrogato sul credente che ha problemi con parti della dottrina, come l’infallibilità papale, rispose che «non serve un’identificazione totale con la dottrina della Chiesa» e che «basta il riconoscimento del Credo», all’interno di un sentire cum ecclesia. Aggiunse, con la gerarchia delle verità del Vaticano II, che non tutto ciò che insegna la Chiesa è ugualmente importante e che «piuttosto ai margini sono, per esempio, i dogmi mariani», e precisò che il dogma dell’infallibilità deve essere visto nel suo contesto storico «senza relativizzarlo». Il Codice di Diritto Canonico obbliga a credere con fede divina e cattolica tutto ciò che il magistero solenne o ordinario e universale propone come rivelato (canone 750), e l’Immacolata Concezione e l’Assunzione furono definite solennemente nel 1854 e nel 1950. La dichiarazione Mysterium Ecclesiae, pubblicata nel 1973 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, ammette che esiste «un ordine e come una gerarchia dei dogmi», ma precisa che «tutti i dogmi, per il fatto di essere stati rivelati, devono essere creduti con la stessa fede divina».
Tück nacque nel 1967 a Emmerich, nella Bassa Renania. Si dottorò a Tubinga con una tesi su Johann Baptist Metz, si abilitò a Friburgo con uno studio sulla teologia eucaristica di san Tommaso d’Aquino e insegna a Vienna da più di quindici anni. Secondo il suo curriculum, fa parte della commissione teologica della Conferenza Episcopale Austriaca e della Commissione per la Dottrina della Fede della Conferenza Episcopale Tedesca. È sposato e ha quattro figli. Ha dedicato parte della sua opera al rapporto tra cristianesimo ed ebraismo, incluso un volume sul giudaismo messianico coedito con Mark S. Kinzer, e quest’anno ha pubblicato con il cardinale Walter Kasper il libro Jesus Christus auf der Spur, in occasione della cui presentazione a Vienna, a giugno, il cardinale affermò che la teologia tedesca deve tornare alle questioni cristologiche. Dal 22 al 24 ottobre coorganizza a Vienna, con il teologo Thomas Marschler, un simposio sulla teologia di Joseph Ratzinger.
La Commissione a cui si incorpora ha, secondo l’articolo 1 dei suoi statuti, il compito di studiare «le questioni dottrinali di speciale importanza» per aiutare il Magistero e, in particolare, la Dottrina della Fede, e l’articolo 3 chiede ai suoi membri di distinguersi per la loro «scienza, prudenza e fedeltà al Magistero della Chiesa». Tück è uno dei sette laici che entrano nella nuova composizione.
Questo mezzo non ha trovato alcuna sanzione né indagine della Dottrina della Fede sui suoi scritti. Nel gennaio 2024, l’agenzia austriaca Kathpress raccolse la sua valutazione di Fiducia supplicans sotto la formula «né novità né concessione», ma il testo non è di libero accesso e non consta in quali termini la sviluppò. Non ha potuto consultare nemmeno il testo completo del saggio sull’ordinazione delle donne né quello del libro sulla Fraternità San Pio X.
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