La proposta del Sinodo per riformare il Codice di Diritto Canonico ha ricevuto la sua prima critica di fondo dallo stesso ambito canonico. Il domenicano Pius Pietrzyk, giudice del tribunale ecclesiastico dell’Arcidiocesi castrense degli Stati Uniti, sostiene che il rapporto della commissione incaricata dalla Segreteria Generale del Sinodo di tradurre in norme il processo sinodale separa la potestà di governo dall’ordine sacro e trasformerebbe la Chiesa in «una comunità protestante, ma con un Papa». Il sacerdote newyorkese Gerald Murray, anch’egli canonista, parla di «una rottura radicale con la dottrina cattolica». Entrambi lo hanno dichiarato al vaticanista Edward Pentin in un articolo pubblicato lunedì 12 ottobre dal National Catholic Register.
Il documento, intitolato Rapporto finale della Commissione canonica, è datato in Vaticano il 22 settembre e diffuso dalla Segreteria Generale del Sinodo alla fine di quel mese. È stato coordinato dall’arcivescovo Filippo Iannone, allora prefetto del Dicastero per i Testi Legislativi e oggi a capo del Dicastero per i Vescovi, e tra i suoi dieci membri figurano il cardinale gesuita Gianfranco Ghirlanda, la canonista olandese Myriam Wijlens e lo spagnolo José San José Prisco. Secondo il conteggio del Register, propone di modificare 34 canoni. Lo stesso Sinodo lo presenta come un documento di lavoro, consultivo e non vincolante: nessuna delle sue proposte avrebbe effetto senza l’approvazione del Papa e una promulgazione formale.
Le critiche si rivolgono ai cambiamenti di maggiore portata. Il rapporto aggiunge al canone 749, che regola l’infallibilità del Romano Pontefice e del Collegio episcopale, un nuovo primo paragrafo che raccoglie l’insegnamento della costituzione Lumen gentium secondo cui la totalità dei fedeli, unti dallo Spirito, non può sbagliare quando crede, e che manifesta questa proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo. Propone inoltre che il vescovo possa nominare direttamente giudici diocesani sia chierici che laici, senza l’autorizzazione della Conferenza Episcopale che oggi richiede il canone 1421, che i consigli pastorali siano obbligatori in tutte le diocesi e parrocchie e che determinate decisioni del vescovo richiedano il consenso del consiglio presbiterale.
Per Pietrzyk, vicario di amministrazione della provincia domenicana di San Giuseppe, il testo contiene «forse due idee decenti»; il resto va, nelle sue parole, da «cambiamenti cosmetici sciocchi» fino a «un tradimento del Concilio Vaticano II e a due millenni di ecclesiologia». Definisce «rivoluzionaria» e contraria al Concilio la figura del giudice laico, e critica Ghirlanda per aver difeso una visione estrema della capacità del Papa di delegare potestà. Ricorda inoltre che il rapporto «non ha autorità legale» e lo liquida come «una strana nota a piè di pagina nella storia della Chiesa». Secondo il Register, la commissione non tocca il canone 129, che riserva la potestà di regime a coloro che hanno ricevuto l’ordine sacro e ammette che i laici cooperino nel suo esercizio.
Murray, sacerdote dell’arcidiocesi di New York, vede nell’insieme delle riforme un tentativo di estendere la potestà di governo nella Chiesa ai cattolici battezzati non ordinati, e lo considera un rifiuto dell’insegnamento della Chiesa sul triplice ufficio di Cristo, sacerdote, profeta e re.
Il terzo canonista consultato da Pentin, David Long, professore della Facoltà di Diritto Canonico della Catholic University of America, è più sfumato. Sostiene che il senso della fede dei fedeli abbia maggiore riconoscimento giuridico, ma ritiene che il suo posto sia il canone 750, non il 749, e sempre sotto il magistero: «Il Concilio non lo ha mai trattato come qualcosa di indipendente dal magistero», afferma. Non vede nei giudici laici una rottura dottrinale, perché il diritto vigente già li ammette, sebbene chieda di chiarire la portata dell’autorità dei laici. Accoglie favorevolmente i consigli pastorali obbligatori e il consenso del consiglio presbiterale, ma avverte che bisognerà prevedere cosa accade quando non vi sia accordo.
La commissione, che ha lavorato sul Documento finale approvato dall’assemblea sinodale nell’ottobre 2024, non si limita ai ritocchi immediati: prospetta a lungo termine una revisione integrale dei codici latino e orientale. Alla fine di settembre, il nuovo prefetto di Testi Legislativi, Anthony Randazzo, ha messo in guardia contro coloro che vedono nella sinodalità un’occasione per liberarsi di elementi della tradizione della Chiesa. Le critiche arrivano mentre un altro organo di ispirazione sinodale, l’incontro del Vaticano per i dieci anni di Amoris laetitia, conclude i suoi lavori con un rapporto che il Papa ha chiesto di non pubblicare. Quale parte delle proposte canoniche diventerà legge dipenderà anche da Leone XIV.
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