Leone XIV esce in piazza sotto la pioggia, il tumore localizzato e non serve altra terapia, catechesi sul matrimonio senza citare «Amoris laetitia», il giudizio del preseminario, il caso Becciu in Italia, Parolin ha detto «rimodulerà», non «rimodellato».

Leone XIV esce in piazza sotto la pioggia, il tumore localizzato e non serve altra terapia, catechesi sul matrimonio senza citare «Amoris laetitia», il giudizio del preseminario, il caso Becciu in Italia, Parolin ha detto «rimodulerà», non «rimodellato».

Viviamo giorni di infarto con una situazione in Vaticano che possiamo definire instabile, ci muoviamo su sabbie mobili. Dalla figura del Papa dipendono troppe cose perché il tema di una malattia papale, molto più grave di quella di cui parliamo, sia un argomento secondario. Senza essere molto scrupolosi nell’informazione, anche le traduzioni possono essere troppo ingannevoli per fidarsene. Sappiamo che l’informazione può essere farraginosa, la situazione lo richiede e siamo disposti a fare uno sforzo. Andiamo con un altro giorno, un giorno in più con notizie più che interessanti. 

Ieri abbiamo detto che i medici del Papa avevano lasciato tre domande aperte per iscritto il 15 ottobre: la composizione molecolare del tumore, se si era esteso oltre il lobo e se fosse necessario un trattamento. Ieri sera, alle nove, hanno risposto in quattro frasi. La malattia era localizzata e non è necessaria alcuna terapia ulteriore.

E al mattino aveva attraversato la piazza in papamobile sotto la pioggia senza dire una parola sulla sua malattia. Questo è il giorno. Il resto, che è molto, viene dopo: la cassazione vaticana ordina di ripetere il processo del preseminario, l’archiviazione di Chaouqui risulta essere italiana, e la parola di Parolin che da una settimana viene interpretata non era quella che credevamo. Quarantaquattro link oggi, che lasciano questa Specola in un buon archivio della giornata con la novità importante del trattamento del Papa.  Buona lettura.

Quattro frasi alle nove di sera

La nota è firmata da due nomi, non da un ufficio: «Il dott. Luigi Carbone e il prof. Stefano Margaritora comunicano quanto segue». Dice che ieri sono stati emessi i referti definitivi degli esami istologici e degli studi di biologia molecolare sul materiale asportato nell’intervento; che i risultati hanno confermato che si trattava di un adenocarcinoma polmonare e che «la malattia era localizzata»; e che una successiva valutazione oncologica ha confermato che «non è necessaria alcuna ulteriore terapia». Questo è tutto. Sono quattro frasi.

Il supporto dice qualcosa. Non è un bollettino: non è nel Bollettino, che ieri ha avuto quattro voci e nessuna medica, ma nella sezione comunicazioni ai giornalisti, senza numero di riferimento e senza ora stampata, ed è uscito intorno alle nove di sera. È lo stesso orario notturno del bollettino del 13 ottobre, che invece portava un numero.

Ciò che le quattro frasi non dicono

Delle tre questioni che gli stessi medici avevano lasciato aperte, la nota ne chiude una, ne risolve un’altra in linguaggio non tecnico e dichiara adempiuta la terza senza fornire il risultato. Dice che gli studi di biologia molecolare sono stati emessi; non dice cosa ne è emerso. Non c’è profilo, non c’è mutazione, non c’è un solo dato molecolare. E nel testo non compaiono le parole stadio, margini né linfonodi. Quest’ultima è la lacuna che conta, perché «localizzata» è precisamente la conclusione che in un adenocarcinoma resecato dipende dal risultato linfonodale: la nota dà la conclusione e si tiene il dato da cui dipende.

C’è inoltre un’assenza nuova, che il 15 ottobre non esisteva: né controlli, né TAC, né periodicità, né revisione. La nota termina con «ulteriore terapia» e si chiude. Di un paziente oncologico operato nove giorni fa non è stato pubblicato alcun piano di follow-up. Lo standard di prova lo ha fissato un chirurgo estraneo al caso, Edoardo Mercadante, dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, quando ha indicato ai giornali che i linfonodi e il profilo molecolare erano i dati da cui dipenderebbe tutto il resto. Sono i due che mancano.

La parola «localizzato» non è dei medici: è del Papa

Prima che qualcuno la scrivesse in un titolo, l’ha detta lui. L’11 ottobre, annunciando l’operazione dalla piazza, ha parlato di un nodulo trovato in fase iniziale e localizzato. Dieci giorni dopo, l’istologia definitiva usa lo stesso aggettivo. La parola non è cambiata; ciò che è cambiato è che ora è un riscontro e allora era un’aspettativa.

E per una volta bisogna dire il contrario di ciò che veniamo dicendo tutta la settimana: nessun media ha scritto ieri «guarito», né «guarigione», né «remissione», né «stadio I», né «prognosi», e nessuno ha parlato di chemioterapia o radioterapia escluse. ANSA ha riprodotto le tre frasi senza aggiungere nulla di clinico. AgenSIR nemmeno. Se pubblichiamo la misura ogni giorno, bisogna pubblicare anche che questa volta l’hanno misurata quasi tutti.

Tre ritocchi piccoli e uno che non lo è

L’originale porta una virgola spuria, «Una successiva valutazione oncologica, ha confermato». AgenSIR la riproduce; ANSA la corregge in silenzio. Serve a sapere chi copia dal documento e chi lo ritocca, che è più utile di quanto sembri. AgenSIR inserisce nella citazione che la comunica «la Sala stampa della Santa Sede», e titola il pezzo «Bollettino medico». Non la firma la Sala Stampa, la firmano i due medici, e non è un bollettino. Vatican News, da parte sua, inserisce un «spiega la nota» all’interno del testo tra virgolette: inserzione editoriale dentro una citazione letterale.

E Silere non possum pubblica lo stesso pezzo con tre titoli diversi contemporaneamente, uno nell’indirizzo web, uno nel titolo e un terzo nei metadati. È la casa che spiega di più e che meglio segnala che il comunicato non dà lo stadio; anche quella che rende più difficile citarla. Aggiunge due cose di sua invenzione: che la convalescenza era stata più breve del previsto, che è una sua caratterizzazione, e che il prossimo impegno è il viaggio in America, che è vero ma lo dà senza citare il Bollettino. Da Mondosanità, che chiedeva nel titolo come sia possibile.

La prima udienza dal 7 ottobre

Il 12 ottobre la Prefettura della Casa Pontificia ha annullato tutte le udienze fino a martedì 20. Quella di ieri era, quindi, la prima che il calendario permetteva, e la prima dal 7. È entrato in piazza sul papamobile abituale, aperto sui lati e con solo il tetto per ripararsi dalla pioggia, che cadeva forte su Roma. Secondo Rai, ha salutato i pellegrini e si è fermato soprattutto con i bambini, che ha benedetto, e l’udienza si è svolta secondo il programma abituale.

Le sue prime parole sono state quattro frasi: «Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti! La prima cosa che vorrei dirvi è grazie! Grazie per il sostegno delle vostre preghiere. Grazie a Dio per la sua generosità». Askanews titola con la terza, che è citazione esatta ma taglio: ciò che si perde è che ha ringraziato in parallelo i fedeli e Dio. Rai va oltre e fonde due frasi in una, sopprimendo l’esclamazione e il secondo «grazie».

Della sua malattia non ha detto nulla. In tutto il testo non c’è menzione dell’operazione, del tumore né del Gemelli: il ringraziamento per le preghiere è l’unico riferimento. Del viaggio in America non ha detto una parola. Gli avvisi sono stati una beatificazione a Ibiza e un concerto polacco per il quarantacinquesimo anniversario della Fondazione Vaticana Giovanni Paolo II. L’Osservatore Romano pubblica l’elenco dei gruppi presenti, con sposi novelli e delegazioni di mezza dozzina di Paesi, e in quell’elenco non figurano gli ammalati come gruppo, sebbene il Papa li abbia salutati nella formula abituale.

La catechesi ha ripreso la serie da dove l’aveva lasciata

Ieri accennavamo che se avesse ripreso la sesta puntata di Gaudium et spes la normalità si sarebbe ristabilita almeno sulla carta. L’ha ripresa. L’intestazione ufficiale recita «I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione Gaudium et spes. 6. L’impegno per la famiglia nella società di oggi», con i numeri da 47 a 52 e lettura di Efesini 5. La quinta puntata era stata il 7 ottobre, sui numeri da 40 a 45. Costituzione e numerazione consecutive, senza salto.

Una catechesi intera sul matrimonio senza citare «Amoris laetitia»

Silere non possum lo ha segnalato ieri e lo abbiamo verificato sul testo ufficiale: è vero. In tutta la pagina non compare Amoris laetitia, né Familiaris consortio, né Humanae vitae, né il Codice di Diritto Canonico. L’unica cosa che cita la catechesi è Gaudium et spes, numeri da 46 a 52, e Scrittura: Matteo 19 ed Efesini 5.

Sui Sinodi, la formula è esatta e vale la pena leggerla con attenzione: «fino alla duplice Assemblea sinodale voluta da Papa Francesco». Nomina Francesco e non nomina alcun documento. Una catechesi sul matrimonio che arriva fino alle due assemblee del 2014 e 2015 per la via di Francesco, e si ferma proprio prima del testo che le ha raccolte. Annotiamo il dato e il contesto: l’incontro del decimo anniversario si è celebrato dal 7 al 14 ottobre e le sue conclusioni restano non pubblicate, nelle mani del Papa, come abbiamo raccontato il giorno 14.

Dove il Papa ha detto «e», due media hanno scritto «come»

Il testo ufficiale dice: «Da ciò consegue sia che «la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura», scongiurando «l’aborto e l’infanticidio»». Le parole tra virgolette sono del Concilio, da Gaudium et spes 51, e l’enumerazione è di due reati uniti da una congiunzione copulativa.

AGI ha titolato «Papa: scongiurare l’aborto come infanticidio», e nel corpo scrive «scongiurando «l’aborto come l’infanticidio»». Il cambiamento è dentro le virgolette, che è l’unico posto dove non si può toccare nulla: trasforma un’enumerazione di due reati in un’equiparazione dell’uno con l’altro. Rai stampa la stessa variante.

E qui bisogna dire ciò che non sappiamo. Due media con la stessa alterazione possono significare che entrambi hanno copiato lo stesso telegiornale, o che ciò che è stato pronunciato in piazza non coincide esattamente con il testo che poi è stato pubblicato. Non abbiamo modo di dirimere la questione. Ciò che sappiamo è da dove nasce la tentazione: l’originale conciliare dice «l’aborto come pure l’infanticidio sono abominevoli delitti», e quel «come pure» è il contaminante probabile. Si noti inoltre che il predicato del Concilio, «sono crimini abominevoli», il Papa non lo ha pronunciato.

E «attrazione sessuale» non è da nessuna parte

L’indirizzo web della cronaca di Rai collega le parole «famiglia, attrazione sessuale, aborto». Il titolo in diretta non dice nulla di tutto ciò: dice «Papa Leone, ritorno tra i fedeli dopo l’operazione e una bella notizia: «Nessuna ulteriore terapia»». E il sottotitolo dello stesso Rai è corretto: «L’amore coniugale non si limita all’attrattiva erotica».

Il termine ufficiale è «attrattiva erotica», attrattiva erotica, e va in una costruzione negativa e inglobante: «Non limitandosi all’attrattiva erotica, che pure integra in sé, l’amore coniugale coinvolge tutta la volontà degli sposi». È dottrina conciliare sull’integrazione della sessualità nell’amore coniugale. Tirata fuori da lì e messa sciolta in un indirizzo web, dice quasi il contrario. Quarta volta questa settimana che una parola vive solo in un indirizzo web, e questa volta il media è innocente nel suo testo.

L’elenco era pubblicato, e ci siamo sbagliati

Ieri abbiamo scritto che dei lavori della Commissione Teologica Internazionale non c’è mandato papale pubblicato, il che resta vero, e abbiamo dato per scontato che non ci fosse nemmeno un elenco ufficiale dei nominati. C’era. Il Bollettino del 19 ottobre, nella sezione rinunce e nomine, porta i nomi, ventiquattro, tra cui i quattro che l’analisi di LifeSite attacca. Era a due giorni di vista e non l’abbiamo visto. E in quell’elenco c’è un nome spagnolo che nessuno ha menzionato in tutta la polemica: Ángel Cordovilla Pérez, decano di Comillas. La discussione in castigliano è andata tutta su una teologa cilena e un sacerdote brasiliano, e si è perso l’unico membro spagnolo. L’analisi di LifeSite, da parte sua, porta timbro di aggiornamento del 21 ottobre senza nota di correzione e senza dire cosa è cambiato, e nessuno dei nominati, né il dicastero, né alcuna università ha risposto.

La cassazione vaticana ordina di ripetere il processo del preseminario

Lo abbiamo pubblicato ieri: la Corte di Cassazione dello Stato della Città del Vaticano, che è l’istanza suprema di quella giurisdizione penale e non un tribunale canonico, ha annullato la sentenza d’appello di gennaio 2024 e ha rinviato il caso in seconda istanza davanti a un collegio diverso. Il collegio che ha deciso è composto dai cardinali Kevin Farrell, Augusto Paolo Lojudice e Ángel Fernández Artime e dalle giudici Patrizia Piccialli e Chiara Minelli.

L’annullamento è parziale e bisogna dirlo con precisione: è «limitatamente al reato di corruzione di minori», e il nuovo collegio dovrà pronunciarsi solo sulla qualificazione giuridica di quel reato. Chi ha impugnato sono stati il promotore di giustizia e la parte civile, rappresentata dall’avvocata Laura Sgrò, che chiedevano che la condotta fosse valutata come violenza sessuale. Il ricorso di Martinelli, che chiedeva l’assoluzione, è stato respinto.

E quello del 2021 non è stata un’assoluzione

Il nostro stesso pezzo chiama assolutoria la sentenza del 6 ottobre 2021, ed è inesatto. Ciò che c’è stato è stato un mosaico: Martinelli è risultato non punibile per i fatti anteriori ad agosto 2008, perché allora aveva meno di sedici anni; assolto per il periodo successivo per insufficienza di prove; e prescritto il reato di corruzione di minore per il tratto da agosto 2008 a marzo 2009. All’allora rettore, Enrico Radice, è stato dichiarato prescritto un favoreggiamento, assolto da un altro perché il fatto non esiste, e non punibile per le sue dichiarazioni al promotore.

In appello, a gennaio 2024, Martinelli è stato condannato per corruzione di minore a due anni e sei mesi e mille euro di multa, assolto da violenza carnale e atti di libidine per insufficienza di prove, e si è dichiarata inammissibile la domanda di risarcimento della parte civile. Il tribunale del 2021 era presieduto da Giuseppe Pignatone e l’appello è stato presieduto da monsignor Alejandro Arellano Cedillo. Nella differenza tra assoluzione, non punibilità e prescrizione sta il fondo di questa vicenda, e per questo non vale riassumerla in una parola.

Nessuno ufficiale lo ha raccontato

Di questa risoluzione non c’è nota del tribunale, non c’è comunicato della Sala Stampa e non c’è motivazione pubblicata, da cui dipende il perimetro esatto del nuovo processo. Non si conosce nemmeno la sua data: il 21 ottobre è la data della notizia, non della sentenza. E c’è un silenzio che è il dato. Vatican News e L’Osservatore Romano hanno coperto la sentenza del 2021 e quella del 2024, e non hanno coperto questa. La catena della notizia è Il Messaggero prima e noi a mezzogiorno. L’unica parte avvantaggiata dalla risoluzione è l’accusa, non c’è comunicato e non c’è motivazione: fin qui arriviamo.

L’archiviazione di Chaouqui è italiana, ed è solo una richiesta

Conviene fissare la giurisdizione prima di tutto, perché qui si confondono quotidianamente due tribunali. La richiesta di archiviazione la formula la Procura di Roma, procura italiana ordinaria, non il Promotore di Giustizia vaticano. Ed è una richiesta: «sarà il giudice competente a pronunciarsi», sarà il giudice competente a pronunciarsi.

Il motivo che dà la procura è doppio e tecnico: che non si evincono condotte di terzi funzionari pubblici istigati da Francesca Immacolata Chaouqui, e che il tratto ricondotto a truffa è «procedibile a querela di parte che nel caso è mancante», perseguibile a querela di parte, che in questo caso manca. Il procedimento italiano si è aperto a partire da una denuncia di Becciu, Enrico Crasso e Fabrizio Tirabassi nel luglio 2025.

E questo è ciò che non bisogna perdere: nel giugno 2025 il tribunale vaticano ha aperto a Chaouqui un fascicolo proprio per traffico di influenze, falsa testimonianza e corruzione, e non risulta che sia stato chiuso. Un’archiviazione a Roma non tocca quel fascicolo. Chi titola «Chaouqui, archiviata» sta fondendo due giurisdizioni e due cataloghi di reati.

I «fatti sconcertanti» che non si dicono

I sei avvocati del cardinale Becciu, Massimo Bassi, Gian Domenico Caiazza, Cataldo Intrieri, Luigi Panella, Fabio Viglione e Andrea Zappalà, hanno risposto con una nota stampa, non con un atto processuale: «dagli atti di indagine depositati dalla Procura di Roma abbiamo appreso nuovi fatti sconcertanti», che saranno oggetto di ulteriori iniziative giudiziarie.

Non dicono in cosa consistano. Annunciano che esistono. E l’opposizione all’archiviazione nemmeno è stata presentata: dicono di stare valutando di proporla, «che pure stiamo valutando di proporre», e inoltre sostengono che la Repubblica italiana è priva di giurisdizione penale nella vicenda. Per cui ciò che è pubblicabile è esattamente questo: un annuncio senza contenuto, in nota stampa, e un ricorso che ancora non esiste.

E lo stato reale del caso Becciu, che non è quello che si ripete

Si continua a scrivere che Becciu è condannato in primo grado dal dicembre 2023. Serve una correzione di fondo. Il 17 marzo di quest’anno la Corte d’Appello dello Stato della Città del Vaticano, presieduta da monsignor Arellano Cedillo, ha decretato la nullità relativa del primo grado e ha ordinato il rinnovo del dibattimento davanti a sé stessa, per un vizio nel decreto di citazione: gli atti d’indagine erano stati depositati in forma incompleta, con documenti parzialmente oscurati.

Precisazione importante: non è cassazione, non è assoluzione e non è un nuovo processo di primo grado. È rinnovo del dibattimento in appello, e il processo e la sentenza del 2023, dice la stessa risoluzione, mantengono i loro effetti. Avvenire, che lo ha raccontato bene nel corpo, si è contraddetto nel titolo. La prossima udienza è il 29 ottobre, tra una settimana, dopo che le difese avranno depositato le loro memorie il 21 settembre.

«Rimodulerà», non «rimodellato»

Da una settimana scriviamo su una frase di Parolin, e la frase non era quella che avevamo. Ciò che ha detto il 15 ottobre, a margine di un evento all’ambasciata dell’Iraq a Roma, è stato: «In base a tutti questi elementi, se necessario, il Papa rimodulerà il suo pontificato». Rimodulerà, non rimodellerà. Il «rimodellato» che circola, e che noi abbiamo dato ieri senza accreditarlo, veniva dalla traduzione italiana di una colonna inglese. E il «pontificato da rimodulare» dei titoli è formulazione di stampa, non sua citazione.

Americo Mascarucci ha pubblicato ieri sul blog di Tosatti che tutto questo nasce da una frase infelice e non da una trama, il che è ragionevole, e aggiunge un’ipotesi propria: una fine di carriera a Milano, nella cattedra di Sant’Ambrogio, come «conclusione onorevole». L’ipotesi non porta alcuna fonte, né con nome né anonima, ed è dell’articolista. E c’è un dato che la smonta. Milano non è vacante: monsignor Mario Delpini ha compiuto settantacinque anni a luglio e ha presentato le dimissioni, ma Leone XIV le ha accettate con formula nunc pro tunc prorogandogli l’incarico un anno, fino a luglio 2027, e poi continuerà fino a quando non sarà pubblicato il nome del successore. Non c’è vacante, non c’è imminenza e non c’è un solo dato che colleghi quella successione a Parolin. Nemmeno i media che da mesi spingono la sua uscita menzionano Milano.

Il nunzio conferma il viaggio, la Santa Sede non ha detto nulla

Monsignor Paolo Rocco Gualtieri, arcivescovo titolare di Sagona e nunzio apostolico in Perù da agosto 2022, ha detto ieri: «Il viaggio è confermato. Lo aspettiamo con tanta gioia». Exitosa lo ha titolato «¡Papa León XIV sí vendrá al Perú!» ed è rimasto con la seconda frase, lasciando fuori quella che porta il verbo. Il pezzo attribuisce le citazioni a EWTN News Español e allo stesso tempo le colloca nella Desayuno Nacional de Oración di Lima, senza chiarire quale delle due cose sia stata.

Il corpo stesso del testo concede l’essenziale: «fino a questo momento, la Santa Sede non ha annunciato ufficialmente cambiamenti». Ed è esatto. L’ultima cosa che ha pubblicato la Santa Sede su questo viaggio è del 21 settembre, tre settimane prima della diagnosi di adenocarcinoma e dell’operazione. Abbiamo percorso gli indici del Bollettino di settembre e di ottobre: tra il 22 settembre e ieri non c’è una sola voce su Uruguay, Argentina o Perù. La parola di un nunzio è testimonianza qualificata; non è un atto della Santa Sede.

Due precisazioni di itinerario, una altrui e una nostra. Exitosa elenca Lima, Callao, Chiclayo, Cusco e Pucallpa, e Callao non è nell’annuncio ufficiale, che dà quattro città peruviane; è molto probabile che si conti per l’aeroporto. E ieri abbiamo scritto che la tappa peruviana è dall’11 al 16: questo esce dal programma dettagliato e dal chiarimento dello stesso nunzio ad agosto, mentre l’annuncio ufficiale del 5 agosto mette tra parentesi «dall’11 al 17». Chi ha davanti quell’annuncio leggerà 17, e conviene che sappia perché noi scriviamo 16.

Da El Telégrafo, il quotidiano di Paysandú, che titolava che non c’è un’altra visita annunciata in Uruguay, non possiamo dire nulla: il suo server non risponde. Diciamo ciò che è verificabile: la tappa uruguaiana ufficialmente vigente è dal 6 all’8 novembre, Montevideo, Paysandú e Florida, e nulla pubblicato dal 21 settembre la altera. Ciò che circola, e per bocca di Rai il 19 ottobre, è che i vescovi sudamericani si dichiarano disposti a riorganizzare o semplificare il viaggio.

La Santa Sede all’OEA, e un osservatore che non è vescovo

Chi ha parlato davanti alla sessione straordinaria del Consiglio Permanente dell’Organizzazione degli Stati Americani è stato monsignor Juan Antonio Cruz Serrano, osservatore permanente da febbraio 2021. È sacerdote della diocesi di Almería, monsignore, e non vescovo, a differenza di tutti i suoi predecessori fino a Mark Miles. Vatican News lo titola correttamente e, invece, lascia nell’indirizzo web un titolo scartato: quello pubblicato dice «rispettare dignità e cultura dei popoli indigeni».

Del discorso, secondo quella cronaca: l’incontro tra Europa e popoli d’America ha aperto nuovi orizzonti «ma è stato anche accompagnato da sofferenze e ingiustizie che hanno colpito i popoli indigeni, la cui dignità e cultura non sono state sempre rispettate», e riconoscere quelle luci e ombre «non significa rimanere prigionieri del passato, ma imparare da esso per costruire un futuro diverso». Cita Pedro Claver, Las Casas e Vitoria, e punta al quinto centenario delle apparizioni di Guadalupe.

E un’avvertenza che ci obbliga. Il testo integrale non è pubblicato da nessuna parte: né su vatican.va, né su un sito della missione, né sul sito della missione presso l’ONU, che è un altro. Esiste solo la cronaca italiana. Essendo quasi certo che il discorso sia stato pronunciato in spagnolo davanti al Consiglio Permanente, qualsiasi nostra citazione in spagnolo sarebbe una ritraduzione dall’italiano di una redazione, con l’originale alla vista di nessuno. Per questo lo diamo per quello che è, ciò che racconta Vatican News, e non tra virgolette in castigliano.

Vienna, e la Convenzione di Palermo

L’altro forum non è l’ONUDI, né l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, né l’OSCE. È la tredicesima Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite contro la Criminalità Organizzata Transnazionale, la Convenzione di Palermo, riunita a Vienna dal 19 al 23 ottobre. La dichiarazione della Santa Sede sostiene che la lotta contro quella criminalità «deve porre al centro la dignità della persona umana», coniugando l’applicazione rigorosa della legge con misure di prevenzione e protezione, e parla di «schiavitù informatica» per chi è costretto a commettere reati. Una precisazione di incarichi, che è la nostra mania e qui serve. Chi ha letto la dichiarazione è monsignor Luca Marabese, presentato come consigliere della missione, e di lui non abbiamo trovato nomina nel Bollettino. Chi guida la missione a Vienna è monsignor Richard Allen Gyhra, nominato nel luglio 2024. Un consigliere ha letto il testo; non è lo stesso che guidare la delegazione, e la cronaca permette di confonderlo. Giovedì, memoria di san Giovanni Paolo II e continuiamo a pregare per Papa Leone con una preoccupazione in meno.

«Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso!».

 

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