È difficile credere, vedendo l’intensità delle informazioni di questi giorni, che siamo in estate e che luglio sia ormai terminato. Tocca a noi raccontare ciò che vediamo, e stiamo vedendo molto. Andiamo avanti con un’altra giornata senza sprechi.
Le visite estive di papa Leone.
In quarantotto ore, il Papa è uscito due volte da Castel Gandolfo per visitare Montecassino, il Santuario della Santissima Trinità di Vallepietra e Subiaco, la geografia di san Benedetto. Ieri è arrivato al Santuario della Santissima Trinità di Vallepietra, sui Monti Simbruini, dove si è fermato davanti all’antico affresco venerato nella grotta a più di 1300 metri e da lì è sceso all’Abbazia di Subiaco, culla dell’esperienza cenobitica del santo di Norcia. Queste visite private, prive di cerimonie e discorsi ufficiali, sono state annunciate ai monaci con poche ore di anticipo, ma con la richiesta di assoluta riservatezza affinché potessero godere della pace e del silenzio.
Montecassino e Subiaco appartengono all’esiguo numero attuale di abbazie territoriali: distretti ecclesiastici sotto la tutela di un abate, testimonianza di un ordine in cui il monastero costituiva il centro giuridico, spirituale e pastorale di un intero territorio. Le riforme degli ultimi decenni ne hanno progressivamente ridotto i confini al nucleo monastico. Montecassino ha perso tutto il suo territorio e oggi conserva solo ciò che gli apparteneva direttamente; la Santa Sede aveva già disposto lo stesso per Subiaco nel 2002. Verso la fine del suo pontificato, Francesco aveva disposto anche una visita all’Abbazia di Subiaco. Queste visite assumono un significato particolare.
In una lettera del 1069 agli eremiti Albizone e Pietro, Pier Damiani paragonò i monaci a fari sulla costa: i naufraghi, sosteneva, traggono maggior beneficio se i fari restano saldi sulla riva e illuminano la nebbia notturna di questa vita, indicando la rotta verso il porto, piuttosto che gettarsi tra le onde e rischiare di essere travolti. Queste uscite estive delineano un disegno tutt’altro che improvvisato.
Un altro vescovo consacrato in Cina.
Nella Mongolia Interna, con l’approvazione di papa Leone XIV nel quadro del controverso accordo tra la Santa Sede e la Cina. In una cerimonia presieduta dal vescovo Meng Qinglu, vicepresidente dell’Associazione Patriottica Cattolica Cinese (CCPA), creata dal Partito Comunista Cinese per controllare la Chiesa “cattolica” gestita dallo Stato. L’annuncio del Vaticano: «Il Santo Padre lo ha nominato vescovo di Chifeng (provincia della Mongolia Interna, Cina) il 15 giugno 2026, dopo aver approvato la sua candidatura nell’ambito dell’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese».
Si ritiene che l’accordo tra Cina e Vaticano, firmato nel 2018 e mantenuto segreto, riconosca la Chiesa ufficiale dello Stato cinese e permetta al Partito Comunista Cinese (PCC) di nominare i vescovi. Apparentemente il Papa conserva il diritto di veto, ma in pratica è il PCC a esercitare il controllo. Si sostiene inoltre che l’accordo consenta la rimozione dei vescovi legittimi e la loro sostituzione con vescovi approvati dal PCC. L’accordo è stato rinnovato l’ultima volta nel 2024 per un periodo di quattro anni.
Durante il periodo di sede vacante dopo la morte di papa Francesco, due vescovi sono stati scelti dal PCC, a dimostrazione che Pechino non considera rilevante il ruolo della Santa Sede né quello del Papa. Inoltre, evidenzia che, nell’accordo segreto sino-vaticano, sembra essere la Cina — e non la Santa Sede — a tenere le redini. Joseph Chang Yanfeng è il sesto vescovo che papa Leone XIV ha approvato finora nell’ambito dell’accordo tra Vaticano e Cina.
Padre Marco Rupnik è stato assolto?
Americo Mascarucci commenta la situazione. La notizia, pubblicata dal blog MessainLatino, è stata smentita dalla Santa Sede, ma ha suscitato grande polemica. L’ex gesuita, espulso dalla Compagnia di Gesù per gravi accuse di abusi sessuali, psicologici e spirituali nei confronti di numerose donne che frequentavano il Centro Aletti da lui fondato e diretto, è sottoposto a un processo canonico in Vaticano.
Papa Francesco era stato ripetutamente accusato di proteggere il suo ex confratello, intervenendo soprattutto attraverso la Congregazione per la Dottrina della Fede per revocare la scomunica che aveva subito per aver assolto un complice in confessione. Aveva poi annunciato che si sarebbe celebrato un processo per accertare le responsabilità di Rupnik, come avevano energicamente richiesto le presunte vittime.
Il processo è iniziato solo con papa Leone XIV a causa della difficoltà di trovare giudici disposti a far parte del tribunale, forse per la natura delicata e l’ampia copertura mediatica del caso. Rupnik è stato espulso dalla Compagnia di Gesù, che ha ritenuto altamente credibili le accuse a suo carico (lo stesso ex sacerdote ha dichiarato in seguito di aver chiesto lui stesso l’indulto per lasciare la Compagnia). Tuttavia, è stato difeso dal Vicariato di Roma, che ha ordinato un’ispezione del Centro Aletti, accusando la Congregazione per la Dottrina della Fede, allora guidata dal gesuita Ladaria Ferrer, di agire con pregiudizio e ostilità nei confronti di padre Rupnik, scatenando un aspro conflitto. La decisione di Francesco di revocare la prescrizione dei reati e consentire la prosecuzione del processo è stata accolta con grande soddisfazione dalle presunte vittime, che hanno inviato una lettera, tramite il loro avvocato, alla Congregazione per la Dottrina della Fede, esprimendo il loro sconcerto per la notizia di una possibile assoluzione.
Tutti hanno diritto a difendersi in tribunale, senza essere condannati preventivamente solo per convinzioni personali o, peggio, per pregiudizi ideologici. Rupnik è un artista e la qualità artistica dei suoi mosaici non si giudica secondo il codice penale. Altrimenti dovremmo richiedere i precedenti penali a tutti gli artisti a cui viene commissionata la creazione di opere religiose. Il caso Rupnik è uno dei tanti che manifestano il clima di guerra civile che ha caratterizzato il pontificato di papa Francesco. Sebbene tutte le prove sembrino convergere sulla colpevolezza dell’ex gesuita, bisogna tenere presente che finora i processi a suo carico si sono svolti esclusivamente sui media. I giudici dovranno decidere basandosi esclusivamente su prove e fatti concreti, poiché, nonostante il diritto delle presunte vittime a cercare giustizia, non possono aspettarsi di trovare un colpevole a ogni costo né stabilire la colpevolezza basandosi sull’opinione pubblica. Se i giudici del Vaticano assolvessero Rupnik, sarebbe opportuno chiarire i motivi dell’assoluzione prima di emettere la sentenza.
Le informazioni pubblicate da psicoblog negli ultimi giorni sono state smentite. Il processo penale canonico prosegue, senza pregiudizio della prescrizione, e potrà accertare eventuali responsabilità secondo il diritto canonico, senza ingerenza nelle leggi nazionali dei Paesi in cui si presume siano stati commessi i reati. «Riguardo a certe informazioni apparse sui media negli ultimi giorni, ribadisco che le notizie su qualsiasi deliberazione dei giudici dopo il caso di p. Marko Ivan Rupnik sono assolutamente infondate: la valutazione del caso è ancora in corso e il tribunale sta esaminando la documentazione delle diocesi coinvolte, dei gesuiti, delle parti interessate e della stampa. Durante il processo, come in qualsiasi procedimento giudiziario, non si può condividere alcuna informazione sull’attività in corso per rispetto del processo stesso e per evitare di nuocere a chiunque sia coinvolto nella vicenda, come è accaduto negli ultimi giorni. Se il tribunale riterrà necessario ottenere ulteriori informazioni, sarà sua responsabilità procedere autonomamente per ottenerle. Questo processo penale canonico è di natura giudiziaria e, come già comunicato, è soggetto alla prescrizione di qualsiasi reato e può fornire indicazioni sulla colpevolezza o meno secondo il Diritto Canonico. Il Diritto Canonico può giudicare e imporre sanzioni riguardo alla vita interna della Chiesa, mentre p. Marko Ivan Rupnik rimane soggetto alla legislazione dei Paesi in cui sono stati commessi i reati, e il termine di prescrizione per tali reati è stabilito dalla legislazione di ciascun Paese, indipendentemente dall’autorità ecclesiastica».
Vittime, abusatori e silenzio.
Parlare di «abuso» sessuale è improprio, perché abuso significa «uso eccessivo» della sessualità e comporta il rischio di implicare che sia lecito usarla in modo non eccessivo. Quando si parla di minori, il termine corretto è un altro: reato sessuale. Questa riflessione linguistica è il punto di partenza della tesi « Questo è il nostro segreto: vittime, abusatori e silenzio », con la quale Chiara Codardini. Lo studio fa costante riferimento ai documenti e alle statistiche dei vescovi italiani pubblicati nel corso degli anni, indicando che «si presta attenzione al tema, ma non è ancora di conoscenza generale, e con il mio lavoro vorrei contribuire a diffonderlo».
«È inappropriato parlare di pedofilia nella Chiesa, perché i casi più comuni di abuso al suo interno riguardano bambini e bambine che hanno già superato la pubertà. La pedofilia è una parafilia particolare che si manifesta in una preferenza sessuale per i bambini prepuberi. È interessante sapere che non tutti i pedofili commettono reati, ma quando lo fanno hanno molte vittime e spesso non si pentono. L’attrazione verso i cosiddetti “adolescenti” è più diffusa. Ci si può chiedere se ciò non sia dovuto a uno sviluppo psico-emotivo incompleto».
Un altro dato interessante è che «l’abuso infantile da parte dei sacerdoti avviene, in media, undici anni dopo l’ordinazione». Questo dato, unito alla mancanza di uno sviluppo psico-emotivo completo del sacerdote, suggerisce che qualcosa non funzioni nella formazione impartita nei seminari. I vescovi hanno elaborato numerosi documenti sulla formazione, l’affettività e la sessualità, con contributi di studiosi, ma questo non è un problema esclusivo dei seminari. La questione riguarda anche gli ordini religiosi. Il comportamento individuale non è mai separato dalla struttura, perché ovunque ci sia abuso esiste sempre un contesto che lo permette, lo incoraggia e lo nasconde, sia dentro che fuori dalla Chiesa. La maggior parte dei reati avviene in ambito familiare, ma anche se i casi che si verificano in contesti ecclesiali sono meno frequenti, ciò non giustifica la mancanza di attenzione. L’autrice ritiene necessario avviare indagini retrospettive indipendenti, «solo così potremo davvero mettere le vittime al centro e comprendere gli errori commessi per prevenirli in futuro». «Se avviene un omicidio in una chiesa, questa deve essere riconsacrata. Anche un corpo profanato richiede attenzione spirituale».
Gli abusi in Perù che riguardano papa Leone XIV.
Anche oggi la nostra Infovaticana informa su Muore senza essere stato indagato Ricardo Yesquén, uno dei sacerdoti di Chiclayo denunciati per abusi a Prevost. Il sacerdote Ricardo Yesquén Paiva, 59 anni, uno dei due chierici della Diocesi di Chiclayo denunciati per abusi su minori nel caso che accompagna Robert Prevost, oggi papa Leone XIV, fin dalla sua fase di vescovo di quella diocesi. Yesquén muore senza che nei sei anni trascorsi dalla prima denuncia, presentata allo stesso Prevost nel 2020, sia stata aperta contro di lui alcuna indagine, canonica o civile. Esistono inoltre fotografie diffuse sui social network, datate 12 gennaio 2023, in cui l’allora vescovo Prevost appare in una celebrazione di compleanno insieme a Yesquén, vestito da chierico, e ad altri sacerdoti della diocesi: quasi tre anni dopo la prima denuncia e nove mesi dopo la seconda.
Da quando il caso ha acquisito rilevanza internazionale con l’elezione di Leone XIV, si è tentato di presentarlo come il frutto di un’operazione del Sodalizio di Vita Cristiana o di settori «ultraconservatori» contro il Papa. È la tesi raccolta nella biografia autorizzata del Pontefice firmata da Elise Ann Allen e replicata da media compiacenti. Con la morte di Yesquén, nessuno dei due sacerdoti denunciati sarà mai comparso davanti a un tribunale, canonico o civile. Le questioni che le vittime mantengono aperte davanti alla Santa Sede rimangono tutte in attesa di risposta.
Ecclesia supplet?
Il principio « Ecclesia supplet », incluso nel canone 144, viene invocato per sostenere il ministero dei sacerdoti «lefebvriani», che si fonderebbe su una giurisdizione suppletiva. Ma è la stessa Chiesa a decidere come e quando intende supplire, entro i limiti che essa stabilisce. La FSSPX ritiene di possedere dalla Chiesa la giurisdizione che le autorità competenti non le concedono, come le facoltà di assolvere validamente (successivamente concesse da papa Francesco), di assistere ai matrimoni, di consacrare vescovi senza mandato apostolico e, in generale, di compiere atti che in sé richiederebbero giurisdizione.
Vi sono situazioni in cui la Chiesa supplisce la giurisdizione o le facoltà che oggettivamente mancano a un particolare ministro. Quali sono queste situazioni? Il primo principio generale, per quanto banale possa sembrare, è che la Chiesa supplisce dove può, cioè dove si estende il suo potere di giurisdizione. Ciò significa che la Chiesa non può mai supplire disposizioni che riguardano il diritto naturale e il diritto divino, perché non ha il potere di cambiare ciò che Dio ha stabilito. Così, ad esempio, la Chiesa non può supplire se non si osserva la formula consacratoria dell’Eucaristia o se chi assolve è un laico.
La Chiesa individua l’errore comune e il dubbio positivo (a cui va aggiunta l’assoluzione in caso di pericolo di morte) come situazioni in cui intende supplire la mancanza di giurisdizione. Al di fuori di queste categorie, la Chiesa non intende supplire la mancanza di giurisdizione necessaria. La Chiesa non supplisce quando un fedele si rivolge a ministri che sa privi della facoltà necessaria né quando il ministro stesso sa di non aver ricevuto tali facoltà.
Un giudizio equilibrato su Paolo VI.
Anche da Americo Mascarucci, che segue un articolo precedente. Spesso si mettono in risalto solo gli aspetti negativi di quel pontificato, con l’accusa del tutto ingiusta di aver seminato disordine nella Chiesa attuando le riforme conciliari e introducendo il Novus Ordo, che i tradizionalisti lefebvriani definiscono a ragione «la Messa di Lutero». La contribuzione del papa per frenare gli errori conciliari e prevenire la degenerazione di un concetto di rinnovamento inteso come rottura totale con la tradizione non è stata sufficientemente analizzata. Questioni come la soppressione dell’obbligo del celibato sacerdotale, l’ordinazione delle donne, l’adozione di metodi contraccettivi per garantire il controllo delle nascite e la revisione della dottrina sulla famiglia e sul matrimonio furono bloccate da Paolo VI, che ne comprese chiaramente il carattere filo-protestante e il totale allontanamento dalla tradizione della Chiesa.
Le accuse più ricorrenti contro Paolo VI erano che non avesse condannato Karl Rahner e avesse permesso la diffusione delle sue tesi. Paolo VI non ruppe mai con il controverso teologo gesuita né criticò apertamente le sue tesi, neppure quando queste favorivano interpretazioni molto distorte del Concilio. Rahner va analizzato in due periodi: quello del Concilio e quello post-conciliare. Il Rahner del Concilio è, in effetti, il teologo che, insieme a Ratzinger, Congar, De Lubac e altri padri del cosiddetto campo progressista, offrì un contributo fondamentale e prezioso al dibattito conciliare e aiutò a dare forma ai documenti più importanti, a cominciare da Nostra Aetate , il documento che regola i rapporti con le altre confessioni religiose, sia cristiane che non cristiane. Un Rahner, quindi, che opera all’interno della tradizione con l’obiettivo di indicare nuove vie alla Chiesa nelle sue relazioni e nel dialogo con il mondo e le altre religioni. Poi c’è il Rahner post-conciliare che, purtroppo, travolto dalla furia e dal fervore “rivoluzionario” dentro e fuori la Chiesa, si presta a favorire una lettura promodernista dei testi conciliari, favorendo così lo sviluppo di errori e scontrandosi apertamente con Ratzinger, De Lubac e Von Balthasar.
Paolo VI era pienamente consapevole degli errori di Rahner, ma per rispetto del suo ruolo di Padre Conciliare e dell’importante contributo che, comunque, aveva dato al Concilio, non lo condannò. Nessun papa, neppure Giovanni Paolo II né Benedetto XVI, ha condannato pubblicamente Rahner, che continua a figurare nel pantheon dei teologi che, nel bene o nel male, furono protagonisti dell’epoca conciliare.
Papa Francesco, pur avendo ripreso molti temi rahneriani durante il suo pontificato, non ha mai esaltato il suo illustre confratello tedesco; al contrario, ha sempre riaffermato la rilevanza della teologia scolastica rispetto alla svolta antropologica di Rahner. Per molti, questo è stato un chiaro segnale dell’ambiguità e della contraddizione di papa Francesco, ma, provenendo dalla Compagnia di Gesù, il papa argentino era pienamente consapevole del terreno minato che rappresentava Rahner e dell’opportunità di utilizzare certi aspetti della sua teologia.
Paolo VI cercò di mantenere unita la Chiesa in un tempo difficile e convulso, intrappolata tra le pressioni dei tradizionalisti e dei progressisti, restando fedele alla verità. Questo fu il caso di Humanae Vitae, un’enciclica che riaffermò l’indissolubilità e lo scopo procreativo del matrimonio, respingendo l’uso di metodi contraccettivi come forma di controllo delle nascite. Preferì rimanere fedele al Vangelo, sapendo che questa scelta lo avrebbe esposto a critiche e attacchi da parte della società, anche da parte di cattolici progressisti, come in effetti avvenne.
Sapeva perfettamente che le sue posizioni sociali a favore dei diritti dei lavoratori, già evidenziate durante gli anni come arcivescovo di Milano con visite alle fabbriche e messe celebrate nei quartieri marginali, lo avrebbero esposto ad accuse di filocomunismo da parte dei settori più conservatori della Democrazia Cristiana. Le ignorò e seguì sempre la via che riteneva più giusta. Queste accuse si acuirono ulteriormente dopo lo scontro tra Paolo VI e l’arcivescovo di Bologna, Giacomo Lercaro, leader spirituale e politico, insieme a Giuseppe Dossetti, della cosiddetta «Scuola di Bologna», che univa cristianesimo e socialismo e, soprattutto, interpretava il Concilio come una rottura con la tradizione. Questo scontro portò Lercaro a dimettersi dalla cattedra di San Petronio e i cattolici di sinistra ad accusare il pontefice di connivenza con l’imperialismo statunitense; allo stesso tempo, la destra lo accusava di essere filomarxista. Quanto è accaduto dopo, soprattutto con il pontificato di papa Francesco, non può essere attribuito alla responsabilità di san Paolo VI.
Il suicidio assistito a New York.
Una legge che obbliga le istituzioni religiose a facilitare il suicidio entrerà in vigore il 5 agosto. Quattro congregazioni di suore hanno citato in giudizio lo Stato, governato dai democratici. Il vescovo Barres si unisce a loro: «Non ci sottometteremo mai alla cultura della morte di New York». Si può obbligare legalmente qualcuno a partecipare a un atto contrario alle sue convinzioni religiose e alla legge naturale? Secondo i tribunali, la risposta è chiaramente no, ma nella pratica è proprio questo che lo Stato di New York cerca di fare con la sua legge sul suicidio assistito. Il disegno di legge, firmato a febbraio 2026 dalla governatrice Kathy Hochul, del Partito Democratico, entrerà in vigore il 5 agosto. Salvo eccezioni, la nuova legge richiede che praticamente tutti — comprese le strutture sanitarie gestite da congregazioni religiose — partecipino in qualche modo alle procedure di suicidio assistito.
Il 17 luglio, quattro congregazioni di suore e il vescovo John Barres , vescovo della diocesi di Rockville Centre, rappresentati da un team di avvocati del Becket Fund for Religious Liberty , hanno presentato una causa contro lo Stato di New York. Il loro ricorso di 109 pagine è di grande importanza per dimostrare la loro incapacità di partecipare a un atto intrinsecamente malvagio come il suicidio assistito. «Per secoli, i cattolici newyorkesi hanno praticato la loro fede assistendo i malati con dignità e rispetto, spesso indipendentemente dalla loro capacità di pagamento. Almeno dal 1849, quando santa Elizabeth Ann Seton inaugurò il primo ospedale cattolico della città per assistere i newyorkesi moribondi durante l’epidemia di colera che colpì la città, tale assistenza è stata fornita attraverso istituzioni esplicitamente cattoliche guidate dalla fede religiosa al servizio degli altri».
L’Italia sequestrata dalla massoneria.
Non è un caso isolato: un articolo di oggi analizza la situazione in Italia che possiamo estendere a quasi tutti i Paesi europei. L’Italia è vittima di un’invasione silenziosa, ma non tutta l’immigrazione è uguale. I filippini, ad esempio, pur essendo presenti in gran numero, sono perfettamente integrati e rispettano le nostre leggi, quasi più degli italiani, e non creano problemi, ma tutto questo per un’unica ragione: sono cattolici come noi!
Altri popoli seguono le loro guide spirituali, concordi nel ritenere che «sarà il grembo delle nostre donne a darci la vittoria», convinti che l’invasione demografica, anche lenta e graduale, condurrà comunque alla sostituzione etnica del popolo italiano, che in parte considerevole segue altri leader e altre élite, quelle gnostico-massoniche dell’Europa di Maastricht, che promuovono l’aborto ( riduzione numerica prima della nascita), l’eutanasia ( riduzione numerica prima della morte), le teorie di genere e l’omosessualità (riduzione numerica riproduttiva).
Ci troviamo tra due fuochi: l’incudine delle teorie anti-umane, che riducono le persone a mere entità biologiche, e il martello dell’invasione islamica (questa in particolare sostenuta e incoraggiata dai partiti di sinistra), oltre all’invasione induista (sebbene molto più contenuta) e all’invasione criminale in generale, tutto ciò che mira a trasformare il nostro Paese, fino a ieri faro mondiale di tolleranza e accoglienza, in una giungla sociale in cui impera la legge del più… delinquente!
Qual è il piano Kalergi? Il conte Kalergi (1894-1972) fu un politico e filosofo austriaco, fondatore dell’Unione Paneuropea e il primo politico a proporre un progetto per un’Europa unita; il suo primo libro, intitolato Paneuropa , fu pubblicato nel 1923 e conteneva le linee guida del Movimento Paneuropeo, in cui si parlava di un piano per la sostituzione etnica delle popolazioni europee al fine di controllarle, espressione di una volontà elitaria che controllava le redini del potere socio-economico. Il cosiddetto «Piano Kalergi» è un progetto voluto dalle élite mondiali per promuovere l’immigrazione di massa dall’Africa e dall’Asia verso l’Europa, con l’obiettivo finale di sostituire e cancellare l’identità dei popoli europei, concepito e proposto con anni di anticipo, prima che se ne potesse vedere l’applicazione concreta, effettiva e attuale.
È proprio questo che i principali media e la stampa politicamente corretta si rifiutano persino di prendere in considerazione, liquidandolo con la consueta etichetta di «teorie del complotto». Non è così importante sapere se il conte Kalergi sia un pedone o semplicemente un protagonista, eppure è il simbolo e il pezzo chiave di questa costruzione artificiale chiamata Europa. Attraverso questo «piano Kalergi», poteri occulti agiscono con coerenza e determinazione, con l’obiettivo di creare un mondo orwelliano , governato da un’ élite che, con insidiosa perversità, sta provocando proprio oggi la «fine della storia».
E qual è esattamente il concetto di «ibridazione» proposto da papa Francesco? Introducendo il concetto di «meticciato» come valore positivo, in varie occasioni e in modi diversi chi osò affermare che la Vergine «volle essere meticcia per noi, era meticcia . E non solo con Juan Diego, ma con la gente. Era meticcia per essere la Madre di tutti, era meticcia con l’umanità. Perché? Perché « meticciato » a Dio. E questo è il grande mistero: Maria, Madre, « meticcia » a Dio, vero Dio e vero uomo, nel suo Figlio.
E che «ruolo» svolge Leone XIV) in tutto questo? Che ne è stato dei «valori non negoziabili»? Perché non si denuncia a gran voce la terribile persecuzione anticristiana di oggi? Perché non si proclama la verità nella Chiesa, ma si dà priorità solo all’unità , che, pur essendo un valore essenziale, assomiglia sempre più a un velo di fumo per nascondere la verità? Non perdiamo la speranza, e in Italia si ricorda spesso la famosa frase del giudice Falcone prima di essere assassinato dalla mafia: «Chi ha paura, muore ogni giorno». «Chi non ha paura, muore una volta sola!»
«Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché odono…»
Buona lettura.