La scheda del Papa, avvocato difensore in Curia, due sottosegretari al Sinodo, Alvarado prende possesso, PETA e la corrida, e l'articolo che hanno cambiato a un cardinale

La scheda del Papa, avvocato difensore in Curia, due sottosegretari al Sinodo, Alvarado prende possesso, PETA e la corrida, e l'articolo che hanno cambiato a un cardinale

Sabato, vigilia di Ognissanti, e la giornata sembra una distribuzione di posti a sedere. Domenica prende possesso la nuova prefetta della Comunicazione, il Sinodo ha due nuovi sottosegretari e la Curia introduce per iscritto il diritto a un avvocato difensore per chi sta per essere licenziato, cosa che finora non era prevista in nessuna norma. E al di sopra di tutto questo, ciò che ha fatto il giro del mondo: la Santa Sede dice che il Papa ha inviato per posta la sua scheda elettorale per le elezioni americane di martedì.

Il resto della giornata: il titolare di quel voto è cambiato all’alba e il «primo Papa della storia» non è stato verificato da nessuno; un rabbino israeliano scrive a Parolin e non è al Papa che risponde; PETA annuncia una denuncia contro quattro sacerdoti spagnoli per aver lodato la corrida e c’è chi l’ha titolato come se il Vaticano li stesse giudicando; il confessore di Francesco ha un libro e la sua frase più citata non corrisponde a nessun documento; la Fondazione Gates ha sponsorizzato l’incontro di Assisi, anche se non come si racconta; il motto della Notte dei Santuari è un ritaglio di una frase del Papa; e a un cardinale hanno cambiato un articolo e il senso di ciò che ha detto.

La Santa Sede dice che il Papa ha inviato la sua scheda elettorale

Iniziamo dalla questione del giorno, e bisogna separare tre atti perché ognuno ha un grado di prova diverso e quasi nessuno lo sta facendo. Il primo è documentato amministrativamente: Robert Francis Prevost risulta come elettore registrato in Illinois, con indirizzo a New Lenox, contea di Will, e ha richiesto la scheda elettorale per posta il 3 ottobre; lo ha confermato con nome e cognome Kim Fladhammer, capo di gabinetto dell’ufficio del segretario della contea, al Chicago Sun-Times. Il secondo lo afferma unicamente la Santa Sede: l’Ufficio Stampa ha diffuso venerdì una nota scritta, in risposta a domande della stampa, secondo la quale il Papa «ha inviato la sua scheda elettorale per posta a Chicago». E il terzo non lo conferma nessuno: se la scheda è arrivata e sia stata scrutinata. L’agenzia Associated Press lo scrive così: «non è chiaro come l’abbia restituita», e la filiale di NBC a Chicago diceva il 29 che non era stata ricevuta. Quindi noi non scriviamo che il Papa ha votato: scriviamo che la Santa Sede dice che ha inviato la scheda, che è ciò che c’è.

La nota merita di essere citata per intero perché dice più di quanto abbiano raccontato i titoli. L’ha riprodotta ANSA: «Il Papa ha esercitato il suo diritto di voto come cittadino degli Stati Uniti ogni volta che ne ha avuto la possibilità»; che lo ha fatto «in linea con questa consolidata prassi di partecipazione civica»; e un dato che nessuno ha sottolineato: «il Santo Padre ha confermato inoltre che, durante gli anni in cui ha risieduto in Perù, ha esercitato il suo diritto di voto ogni volta che ne ha avuto la possibilità». Chiude esprimendo «la sua convinzione sul diritto e sul dovere dei cittadini di partecipare ai processi democratici». È cittadino peruviano dal 2015, prima di essere vescovo di Chiclayo, e non ha rinunciato alla cittadinanza statunitense.

La nota colloca la scheda «a Chicago» e il registro è nella contea di Will: Chicago è nella contea di Cook, e l’Associated Press aggiunge che i registri mostrano un’iscrizione precedente lì. Non diremo nulla sul contenuto del voto, che è segreto come quello di chiunque. Diversi media hanno pubblicato la sua storia di partecipazione alle primarie e due hanno editorializzato sulle sue inclinazioni a partire da lì. È speculazione di quei media e non la raccogliamo.

Il titolo che è cambiato all’alba e il «primo Papa» che nessuno ha verificato

I titoli di Euronews e di Univisión dicevano «ha chiesto di votare» e «ha richiesto di votare per posta, secondo quanto riportano i media», e ora dicono che ha votato e che è la prima volta. Non sono due media che contraddicono un terzo: è lo stesso pezzo prima e dopo la nota vaticana, e ciò che conserva il vecchio titolo è l’indirizzo della pagina.

Del «primo Papa della storia che vota», che è nel titolo di mezza Europa, bisogna dire cosa è: un negativo storico non verificato. L’Associated Press lo enuncia come fatto e senza attribuzione; la CNN lo dà per buono e precisa con «probabilmente» solo la versione ampia. L’unico esperto con nome in tutta la copertura è lo storico britannico Michael Walsh, e ciò che dice è «non credo che i Papi abbiano mai votato in un’elezione democratica»: un dubbio su un’assenza di registro, non una verifica. Il pezzo più onesto è quello di Gerard O’Connell: Papa Francesco conservò cittadinanza e passaporto argentini ma non c’è prova che abbia votato da Roma, e di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, «per quanto si sa», non risulta nemmeno. Nessuno ha fatto il lavoro d’archivio. Noi diciamo che non risulta precedente, e lì ci fermiamo.

Delle reazioni, due precisazioni di attribuzione. La frase che AgenSIR mette in bocca a «i vescovi» —«votando, il nostro Santo Padre dà l’esempio che anima ogni cittadino a esercitare la sua responsabilità civica»— è di una nota della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti diffusa dal suo portavoce e direttrice esecutiva degli affari pubblici, Chieko Noguchi: nessun vescovo la firma, e la Conferenza la inquadra nella sua campagna «Faith Before Politics», il cui accento, dice, non è su per chi si vota ma sulla formazione della coscienza. E la critica, che c’è stata: LifeSiteNews ha pubblicato due pezzi lo stesso giorno, uno con la parola «tradimento» nel titolo. In nessuno dei due c’è un chierico, un canonista o un vescovo citato con nome che critica il voto: l’espressione più dura proviene da un account anonimo sui social e l’analisi si basa su una fonte «vicina alla Curia» non identificata. Chi invoca l’articolo 24 del Trattato del Laterano dovrebbe leggerlo: parla delle rivalità temporali tra Stati e della neutralità del territorio vaticano, non del voto di un cittadino. Non abbiamo individuato norma scritta, canonica né vaticana, che regoli la questione, e conviene dirlo invece di inventarsela.

E all’alba sono usciti due pezzi in più che, ognuno per conto suo, ripetono lo stesso spostamento. Inedito vaticano, il voto anti Trump del pontefice, di Luca Kocci su Il Manifesto, con sottotitolo «la prima volta»: l’«anti Trump» è solo nel titolo, solo che attribuisce un’intenzione a un voto che è segreto. Il sommario si legge, e dice che Prevost risulta ancora come elettore a Chicago, la città dove nacque nel 1955; il registro è a New Lenox, contea di Will. È lo stesso scivolone che trascina il dispaccio dell’agenzia, che titola Chicago e mette New Lenox. E lo ripete Vaticano: Papa Leone ha votato per le elezioni Usa, senza firma, in una rivista nata nel 2025 la cui materia abituale è l’ippica e l’agroalimentare, che inoltre mette tra virgolette nel suo titolo «il voto è un dovere democratico» senza dire chi lo dice: nel corpo non c’è una sola citazione tra virgolette.

Le elezioni sono martedì 3 novembre. Chi lo raccontò per primo fu una radio locale di Joliet, nella contea di Will, che vide il nome nella lista dei richiedenti il voto per posta a cui hanno accesso le campagne elettorali. Non fu una fuga di notizie né un annuncio: fu un elenco amministrativo letto da qualcuno che vive lì.

La Curia introduce l’avvocato difensore nei procedimenti di licenziamento

La notizia di governo del giorno è piccola in apparenza e grande nella pratica. Il Bollettino ha pubblicato venerdì un «Rescriptum ex Audientia Sanctissimi» dell’udienza del 19 ottobre, datato lo stesso giorno e firmato dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin: il Papa approva e Parolin trasmette, che è la stessa formula del telegramma di Toledo della vigilia. Modifica tre articoli —il 62 § 3, il 68 § 2 e il 68 § 4— del Regolamento del Personale della Curia romana, che non è il Regolamento Generale ma il testo promulgato il 23 novembre 2025, approvato ad experimentum per cinque anni ed entrato in vigore dal 1° gennaio. Entra in vigore con la sua pubblicazione sull’Osservatore Romano e poi andrà sugli Acta Apostolicae Sedis.

Il concreto, e conviene non copiare il riassunto dell’agenzia perché invita a confondersi. I dieci giorni per presentare giustificazioni c’erano già nel regolamento del 2025: non sono la novità. La novità sono tre cose. Che quando i fatti imputati si considerano «suscettibili di sospensione superiore a trenta giorni o di licenziamento», il termine sale a quindici giorni. Che in quei casi l’interessato può avvalersi «anche di un avvocato scelto tra i membri del Corpo degli Avvocati della Santa Sede o del Collegio degli Avvocati della Curia romana». E che, nel rimettere gli atti alla Commissione disciplinare, c’è l’obbligo di informarla «del provvedimento adottato e della possibilità di avvalersi di un proprio avvocato». Questa terza è la più sottile: prima non esisteva il dovere di avvertire del diritto. Il testo del 2025 diceva solo che all’accusato «si dà la possibilità di difendersi», senza menzionare avvocato né difensore.

Vatican News spiega che la redazione precedente generava incertezza su quale autorità fosse competente, e che il disallineamento tra i dieci giorni del Regolamento del Personale e i quindici del regolamento proprio della Commissione disciplinare causò difficoltà di applicazione e, «in alcuni casi, la nullità dei procedimenti per violazione del diritto di difesa». Cioè: ci sono stati procedimenti annullati nella Curia romana perché non si rispettò la difesa, e questa norma li evita in futuro. Vatican News non ne identifica nessuno.

Due cose che il rescritto non dice e che bisogna non dire. Non regola la retroattività né i procedimenti pendenti: non è che non l’abbiamo trovato, è che non c’è. E la parola ricorso non appare: continua a vigere il regolamento del 2025, che lo riconosce «secondo le norme canoniche» senza nominare organo, mentre le altre controversie di lavoro vanno all’Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica. Il disciplinare resta fuori da quell’ufficio. Si aggiunga un limite che non è minore: l’avvocato deve essere in una delle due liste vaticane, per cui un giuslavorista esterno non iscritto non può assistere nessuno.

L’avvocato di Becciu dice che la Corte ha chiesto di nuovo le carte

Di diritto di difesa va anche, su un altro piano, Svolta nel processo Becciu, parla l’avvocato Viglione, un’intervista pubblicata il 30 nel pomeriggio su Lo_Speciale, rivista generalista che non è di materia vaticana, firmata dalla redazione e senza autore. Bisogna separare ciò che afferma il mezzo da ciò che afferma la parte, e la separazione è nel testo stesso. Il mezzo titola «svolta»; il verbo del suo sommario è «riaffermato»: la Corte d’Appello della Santa Sede avrebbe reiterato all’accusa l’obbligo di consegnare alle difese tutti i documenti di cui dispone, pena la nullità del processo di primo grado. Non dà data di quella risoluzione. E il fatto processuale a cui rimanda è l’ordinanza del 17 marzo, che riconobbe la nullità della citazione per il deposito incompleto degli atti, mentre l’udienza del 29 furono undici minuti. Di svolta, niente: ciò che c’è è dichiarazione di parte, che è cosa distinta e anche pubblicabile.

Ciò che sostiene Fabio Viglione, avvocato del cardinale: che la sentenza di primo grado riconobbe che Becciu non agì per arricchirsi e che non ci fu lucro, e che fu la stessa Corte a riconoscere quella nullità, il che sosterrebbe la tesi della macchinazione che il cardinale mantiene dal primo giorno. Sono affermazioni della difesa e così vanno lette. Ciò che il pezzo non fa, ed era l’unica cosa che ci aspettavamo da esso, è dire chi sostiene l’accusa: parla dell’ufficio del Promotore di Giustizia senza nominare nessuno, non menziona Diddi e non menziona l’astensione. Non lo dice nessun altro: Vatican News, il 29, continuava a descrivere quell’ufficio come guidato da Diddi, con la precisazione che a gennaio presentò dichiarazione di astensione dal ricorso —dal ricorso, non dalla carica—, e né Vatican News né ANSA nominano chi lo sosterrà nell’udienza di gennaio.

Un gesuita sociologo e una salesiana liturgista per il Sinodo

Lo stesso giorno, due nuovi sottosegretari nella Segreteria Generale del Sinodo, e il contrasto di profili è il paragrafo. Il padre Giacomo Costa, gesuita, nato a Genova il 12 settembre 1967, entrò nella Compagnia nel 1992 e fu ordinato il 22 giugno 2002; è sociologo dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, presiedette la Fondazione culturale San Fedele di Milano dal 2007 al 2025, diresse Aggiornamenti Sociali dal 2010 al 2021, e dal 2022 è accompagnatore spirituale nazionale delle ACLI. Fino ad ora era consultore della stessa Segreteria Generale, e prima era stato segretario speciale delle ultime due assemblee sinodali, quella del 2018 e quella del 2021-2024. Conosce la macchina dall’interno.

La sorella Elena Massimi, delle Figlie di Maria Ausiliatrice, nata a Roma il 16 giugno 1975, professione perpetua il 24 ottobre 2009, dottore in Sacra Teologia con specializzazione liturgico-pastorale dell’Istituto di Liturgia pastorale di Santa Giustina di Padova, incorporato a Sant’Anselmo. È professoressa di Liturgia e Sacramentaria all’Università Pontificia Salesiana, presidente dell’associazione italiana dei professori e cultori di Liturgia e responsabile di Musica per la Liturgia nell’ufficio liturgico nazionale della Conferenza Episcopale Italiana. Viene da fuori della macchina sinodale, e viene dalla liturgia, che non è il terreno da cui si sono tratti i quadri del Sinodo fino ad ora.

Chi succedono è la metà che i titoli non hanno raccontato, e le due metà hanno interesse. La stessa Segreteria del Sinodo lo spiega: Costa succede a monsignor Luis Marín de San Martín, l’agostiniano che a marzo uscì da lì per la Elemosineria e che questa settimana era a Kiev; e Massimi succede alla sorella Nathalie Becquart, che lascia l’incarico dopo un quinquennio. Quindi Massimi non è la prima donna sottosegretaria del Sinodo, come qualcuno titolerà: la prima fu Becquart, nel febbraio 2021, e Massimi succede proprio alla prima. Il Bollettino del 30 pubblica le due nomine e nessuna rinuncia, e il mandato è di cinque anni. Il cardinale Mario Grech, segretario generale, dice di Costa che «accompagnò l’Assemblea dall’interno e ne conosce il metodo», e chiude con una frase: «un cammino non si eredita; si continua a camminare».

Alvarado prende possesso domenica, ed è la prima laica, non la prima donna

Domenica 1° novembre, Ognissanti, prende possesso la nuova prefetta del Dicastero per la Comunicazione. E la prima cosa è la data della nomina, che non è di questa settimana: il Bollettino la nominò il 2 giugno, per cui ciò che c’è ora è il possesso e sono passati cinque mesi tra una cosa e l’altra. È Maria Montserrat Alvarado, Montse Alvarado, nata a Città del Messico, con titoli della Florida International University e della George Washington University, quattordici anni al Becket Fund for Religious Liberty e, dal 2023, presidente e direttrice operativa di EWTN News, dove entrò nel 2021 come presentatrice fondatrice di un programma settimanale. Succede a Paolo Ruffini, che compie settant’anni e va in pensione, e che fu il primo laico maschio alla guida di un dicastero. La data del possesso la fissò già quel Bollettino del 2 giugno; di quello della rinuncia di Ruffini, a oggi, nulla.

Ora il quantificatore, che è dove si dirà la sciocchezza. Alvarado è la prima donna laica che dirige un dicastero e la prima donna alla guida di quello della Comunicazione. Non è la prima donna prefetta di un dicastero: lo fu la sorella Simona Brambilla, missionaria della Consolata, nominata da Francesco il 6 gennaio 2025 per gli Istituti di Vita Consacrata. Vatican News lo scrisse con cura —«la prima donna non religiosa»— e EWTN anche —«the first laywoman»—; chi sopprime l’aggettivo dirà qualcosa di falso. Si noti inoltre che il Bollettino non usa «prefetta» ma il nome dell’ufficio, «Prefetto del Dicastero per la Comunicazione».

Le sue parole, a EWTN News In Depth: «è una responsabilità enorme, comunicare Cristo al mondo è il mandato del Dicastero per la Comunicazione, e questo avverrà in sintonia con il Santo Padre. Non pretendo in alcun modo imporre una mia visione; al contrario, sto accogliendo una visione che mi è affidata e mi impegno a metterla in pratica». Due osservazioni secche, e le due sono fatti. Il dicastero che riceve supervisiona Vatican News, Radio Vaticana, l’Osservatore Romano, Vatican Media, la Sala Stampa, la Libreria Editrice, la Tipografia e la Filmoteca. E la sua prima intervista come prefetta entrante l’ha data alla casa da cui proviene.

E ieri sera ci fu il saluto, e il conto lo fece la casa stessa: Grazie per il tuo esempio, di Salvatore Cernuzio sull’Osservatore Romano del 30, sotto il sottotitolo Il Dicastero per la Comunicazione saluta Paolo Ruffini. Ruffini era in carica da otto anni, da quando lo nominò Francesco nel 2018, e il dicastero lavora oggi in cinquantotto lingue. Alvarado parlò al personale: «volevo che fossimo insieme, perché è un momento storico», e «la critica aiuta a migliorare le cose, ma siamo anche abbastanza forti da sapere la verità». Ruffini chiuse con due frasi: «abbiamo dovuto affrontare molte difficoltà, e lo abbiamo fatto non per merito di ciascuno, ma per merito di noi insieme», e «vi porterò nel cuore; vi affido a Montserrat e affido Montse a voi».

E un messaggio agli indù con lo «spirito di Assisi» dentro

Passò quasi inosservato lo stesso venerdì. Il Dicastero per il Dialogo Interreligioso pubblicò il suo messaggio annuale agli indù per la festa del Deepavali, che quest’anno cade l’8 novembre, e il tema è «indù e cristiani: diamo vita insieme a cammini di pace nello spirito di Assisi», per il quarantesimo anniversario dell’incontro del 1986. Lo firmano il cardinale George Jacob Koovakad, prefetto, e monsignor Indunil Janakaratne Kodithuwakku, segretario. È il terzo posto in tre giorni dove appare la formula dello spirito di Assisi, dopo l’incontro di Sant’Egidio e il videomessaggio del Papa, e conviene annotare che l’espressione la sta usando ora la Curia nei documenti, non solo gli organizzatori.

PETA annuncia, il Vaticano non giudica: i sacerdoti e la corrida

Circola un titolo che dice che ci sono sacerdoti cattolici «sottoposti al giudizio del Vaticano» per aver lodato la corrida, in un «caso storico giudiziario». Non c’è nulla del genere. Il pezzo è un comunicato di PETA riprodotto integralmente e tradotto in italiano da un sito locale di Fermo, con il contatto stampa dell’organizzazione all’interno del testo e la convocazione dell’evento inclusa. E non lo raccoglie nessun altro mezzo al mondo.

Il fatto reale, che esiste ed è un altro. PETA pubblicò un’inchiesta con dichiarazioni di quattro sacerdoti spagnoli a favore della tauromachia —uno dice che nell’arena c’è «un sacrificio che non è violento»; un altro, che «è un sacrificio, come la messa è un sacrificio»— e ha annunciato con nota stampa che l’avvocata e canonista Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi, presenterà un ricorso al Dicastero per il Clero chiedendo indagine e misure disciplinari. La conferenza stampa è a Roma martedì 3 novembre. Cioè: a oggi il ricorso non è stato presentato pubblicamente, non c’è causa, non c’è tribunale e non c’è procedimento. Una denuncia di un terzo non è un giudizio, e la disciplina di un presbitero diocesano la avvia il suo stesso Ordinario. PETA nomina i quattro; noi no, perché non risulta la diocesi di nessuno, perché l’organizzazione non dice dove né quando furono registrate le dichiarazioni, e perché contro di loro non è aperto nulla.

Ciò che merita lo spazio è il fondo storico, e lì la campagna omette la metà. PETA invoca la bolla di Pio V De salute gregis dominici, del 1° novembre 1567, che proibì le corride con la scomunica. Ciò che non dice è che quella disciplina fu smantellata in trent’anni: secondo quanto documenta il teologo Xabier Pikaza, Gregorio XIII tolse il divieto per i laici nel 1585, Sisto V lo reiterò per i chierici nel 1586 e Clemente VIII revocò la bolla del 1567 nel gennaio 1596. E in senso contrario c’è un fatto accertato che nessuno ha messo accanto: esistono gli Incontri Internazionali di Cappellani e Sacerdoti Taurini, il primo a Zamora nell’aprile 2024, organizzato dalla Delegazione del Patrimonio di quella diocesi, con la partecipazione del cardinale Baltazar Porras. Non c’è condanna della Santa Sede sulla tauromachia, e la campagna esiste proprio perché non c’è.

La Notte dei Santuari è questa notte, e il motto è ritagliato

E una cosa che passa oggi stesso. Questa notte si celebra la Notte dei Santuari, iniziativa del Collegamento Nazionale dei Santuari Italiani e dell’ufficio nazionale per la Pastorale del tempo libero, del turismo e dello sport della Conferenza Episcopale Italiana, nata nel 2019. La basilica pontificia di Sant’Antonio di Padova apre dalle nove alle dieci e un quarto con adorazione eucaristica, Parola e una meditazione sulla bellezza della santità; il suo rettore, padre Antonio Ramina, chiede di «svegliare in tutti noi il desiderio della santità». A Padova si aggiungono il santuario di Sant’Antonio dell’Arcella, anche dei conventuali, e quello di San Leopoldo, dei cappuccini. Di quanti santuari partecipino in tutta Italia non c’è cifra ufficiale: l’elenco della Conferenza Episcopale riunisce una sessantina di voci e non tutti sono santuari, perché include una cattedrale, una parrocchia e la Scala Santa di Roma.

E qui c’è un ritaglio che ci tocca segnalare perché portiamo la settimana su questo. Il motto di quest’anno è «aspirate alla santità, dovunque siate», e la lettera di convocazione lo presenta come parole di Leone XIV nell’omelia di Tor Vergata. Ciò che il Papa disse quel 3 agosto 2025, nel Giubileo dei Giovani, fu: «aspirate a cose grandi, alla santità, dovunque siate. Non accontentatevi di meno». Manca la prima metà e manca il finale, che è la parte esigente. Non è una citazione letterale: è un motto costruito su una citazione, e lo fa un ufficio della Conferenza Episcopale Italiana.

Della data, il dato e non la tentazione. La Notte dei Santuari si celebrava a giugno: ci sono edizioni il 1° giugno 2024 e il 1° giugno 2025, e quest’anno cade il 31 ottobre. Che si sia spostata per competere con Halloween non lo dice nessun organizzatore, e nella lettera di convocazione, nella pagina della Conferenza e nel comunicato di Padova la parola Halloween non appare nemmeno una volta; l’unica cosa che segnalano è che è la vigilia di Ognissanti. Il quadro di controprogrammazione lo mette un mezzo, il 29 ottobre, che titola «la Notte dei Santuari contro Halloween» e non attribuisce quel quadro né alla Conferenza né al Collegamento, perché non li menziona. Il cambio da giugno a ottobre è un fatto; l’intenzione, non risulta.

Il confessore di Francesco, un libro e una citazione che non corrisponde

Luis Dri, il confessore di Papa Francesco che insegna al mondo la forza del perdono, di Paolo Martini su Adnkronos. E la prima cosa è situare il fatto, perché il titolo non lo dice: il cardinale Dri morì sedici mesi fa. Ciò che c’è ora è un libro, Luis Dri. La forza del perdono, la debolezza della guerra, di Alver Metalli e Andrea Tornielli, che esce a novembre per Ares con prefazione di Alessandro Banfi e postfazione di monsignor Oscar Vicente Ojea, scritto in prima persona a partire da una lunga conversazione. Adnkronos lo inquadra nella vigilia del viaggio del Papa in America, e precisa che non si annuncia nessuna apertura di causa.

La scheda, che la dà lo stesso Bollettino: Luis Pascual Dri, cappuccino, nato il 17 aprile 1927 a Federación, provincia di Entre Ríos; abito il 21 febbraio 1945, ordinato il 29 marzo 1952 nella cattedrale di Montevideo; confessore nel santuario di Nostra Signora di Pompei di Buenos Aires; creato cardinale nel concistoro del 30 settembre 2023, con la diaconia di Sant’Angelo in Pescheria. Morì il 30 giugno 2025, a novantotto anni, e Leone XIV inviò telegramma di cordoglio con la firma di Parolin, chiamandolo «pastore generoso» e «così apprezzato da Papa Francesco».

E ora il dato documentale, che diamo senza altro carico che quello che ha. La frase per cui Dri è conosciuto in mezzo mondo —«Signore, perdonami perché ho perdonato troppo»— circola in quella redazione da un pezzo del 2023 sull’Osservatore Romano firmato da Andrea Tornielli, in blocco di citazione e senza indicazione di documento, occasione né data; il necrologio di Vatican News l’attribuisce all’Angelus del 9 luglio 2023 e il Bollettino di quel giorno non la contiene. Ciò che sì è in fonte primaria è l’incontro di Francesco con i parroci di Roma del 6 marzo 2014, dove racconta l’aneddoto di «un grande sacerdote di Buenos Aires» —senza nominarlo e senza chiamarlo cappuccino— che diceva «perché io so che perdono troppo» e, davanti al tabernacolo, «scusami, tu hai la colpa, perché mi hai dato il cattivo esempio». Nell’ottobre 2024, davanti ai penitenzieri vaticani, la raccontò di nuovo: un cappuccino confessore a Buenos Aires, di novantasei anni, che «aveva paura di perdonare troppo». Il coautore del libro che esce ora è chi pubblicò la versione levigata. Non c’è nulla di riprovevole nel levigare un aneddoto orale; sì ce n’è nel citarlo come documento.

Un rabbino scrive a Parolin, e non è al Papa che risponde

Il rabbino Weisz a Parolin: ebrei sono anche nazione, di Adam Mijatovic sul portale delle comunità ebraiche italiane. È una lettera aperta di Eliezer Simcha Weisz, membro del Consiglio del Gran Rabinato di Israele —membro del Consiglio, non Gran Rabbino né portavoce: scrive a titolo proprio—, e conviene iniziare dal destinatario, perché tutti lo leggeranno come una replica al Papa e non lo è. Risponde a un discorso di Parolin del 23 ottobre a una cinquantina di membri dell’American Jewish Committee, nel Palazzo Apostolico, il giorno dopo che Leone XIV li ricevette in udienza. E il discorso del Papa non contiene la frase che irrita: la contiene quello del segretario di Stato.

Ciò che disse Parolin: che l’identità ebraica, la fede religiosa e le politiche di un governo sono «questioni correlate, ma la Santa Sede è dell’opinione che non siano intercambiabili»; che vuole mantenere «una chiara distinzione tra questo dialogo e la relazione tra Stati», menzionando espressamente lo Stato di Israele; e che la critica ragionata alle politiche di un governo «deve restare possibile senza che si confonda con l’ostilità verso un gruppo particolare o, appunto, verso una fede religiosa». Ciò che risponde Weisz, in una riga: «il popolo ebraico non può essere separato dalla sua patria storica».

La controversia non è di ora ed è per iscritto da quarant’anni, il che è l’unica cosa che bisogna spiegare per capirla. I documenti della Commissione per le Relazioni Religiose con l’Ebraismo sostengono le due metà: quello del 1985 dice che lo Stato di Israele e le sue scelte politiche «vanno viste in un’ottica che non sia di per sé religiosa» e che la questione «si rimette ai principi comuni del diritto internazionale»; e quello del 2015 dice che l’alleanza offerta da Dio a Israele «è irrevocabile» e «non è mai stata revocata». Cioè: elezione irrevocabile sul piano teologico, Stato giudicato sul piano giuridico. Weisz impugna la separazione, perché se il popolo ebraico è costitutivamente anche una nazione con legame a una terra, la partizione tra fede e Stato amputa la sua autodefinizione. Della Santa Sede, per ora, nessuna risposta.

«Una Chiesa» non è «la Chiesa»

Bishop Barron rebukes cardinal who said Church should not convert people, di Andreas Wailzer del 29. Ed è il caso più pulito della serie che portiamo raccontando tutta la settimana, perché tutto sta in un articolo determinato. Il cardinale è Jean-Paul Vesco, domenicano, arcivescovo di Algeri, creato cardinale il 7 dicembre 2024, e ciò che disse a CathoBel fu questo, in francese: «siamo la Chiesa di questo popolo. Non una Chiesa proselita, non una Chiesa che sta lì per convertire, ma una Chiesa che aspira a essere uno dei componenti di questo popolo». Une Eglise, una Chiesa, e la frase precedente dice di quale Chiesa parla: quella dell’Algeria, dove il proselitismo è limitato per legge. Nella versione che ha circolato in inglese, «una Chiesa» si trasformò in «la Chiesa», e con l’articolo cambiò la portata: da una descrizione della Chiesa algerina a una tesi sulla missione della Chiesa universale.

Il vescovo Robert Barron, di Winona-Rochester, rispose su X con un «scusa, ma… cosa?», ricordò il precedente del cardinale Américo Aguiar e chiuse: «se pensassi davvero che la Chiesa non esiste per portare la gente a Cristo, mi dimetterei e cercherei un lavoro onesto». Barron non nomina il cardinale: parla di «un altro cardinale», ed è LifeSiteNews che mette il nome nel corpo. La seconda, che Vesco disse sì che tra monoteismi il proselitismo è un veleno, e lo illustrò con la frase di un musulmano —«tu stai bene, ma la tua religione non vale niente»—; il riassunto in inglese che circolò cancellò l’interlocutore e lo lasciò in «qualcuno», per cui la frase passò dall’essere un esempio di ciò che soffre l’altro a una tesi propria. CathoBel ha pubblicato replica, e il suo titolo è già l’argomento: le parole del cardinale furono strappate dal contesto. Un articolo, un interlocutore cancellato e un cardinale senza nominare: tre operazioni piccole in una sola polemica.

Müller, le bandiere e un’intervista di dieci giorni prima

Cardinal Müller: no place for rainbow flags in the Church, anche del 29 e anche di Wailzer. La frase è sua ed è letterale, ma l’origine non è LifeSiteNews: l’intervista la pubblicò il Gibbons Institute il 19 ottobre, dieci giorni prima, condotta da Jan Bentz, e trattava dei limiti della sinodalità e della direzione del pontificato. La frase arriva subito dopo aver sostenuto che il Cammino Sinodale tedesco deve fermarsi perché non può introdurre idee eretiche sull’antropologia; qualificare quel cammino come eretico e pro-LGBT, invece, è del redattore e non del cardinale. E una precisazione di carica che quasi tutti fanno male: la stessa Santa Sede lo titola «prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede», con Congregazione, perché l’emeritato si riferisce all’organismo così come esisteva prima di Praedicate evangelium. Fu inoltre presidente della Commissione Pontificia «Ecclesia Dei».

Tornare a «Ecclesia Dei», che sono due regimi e non uno

Stilum Curiae pubblica due pezzi lunghi lo stesso giorno e i due vanno nello stesso posto. Il primo, di Américo Mascarucci, sostiene che Traditionis custodes «fu forse il più grande degli errori del pontificato bergogliano», che «sarebbe bastato tornare alle disposizioni di Giovanni Paolo II» e che «è auspicabile un ritorno all’Ecclesia Dei di Wojtyła, che rappresentava un perfetto punto di equilibrio». Concede che «Papa Leone ha impedito finora il prevalere di posizioni estremiste» e chiede che assuma la tutela del mondo tradizionalista.

La precisazione documentale, perché l’argomento si basa su un nome che designa due cose distinte. La Commissione Pontificia «Ecclesia Dei» fu istituita il 2 luglio 1988 con il motu proprio Ecclesia Dei adflicta; Benedetto XVI la legò più organicamente alla Congregazione per la Dottrina della Fede con Ecclesiae unitatem, del 2 luglio 2009; e il 17 gennaio 2019 Francesco la soppresse, con quella parola, soppressa, e assegnò le sue competenze «integralmente» alla Congregazione, dove si creò una sezione. Non fu una fusione né un’integrazione: fu una soppressione. E il punto di equilibrio che Mascarucci rimpiange non è quello del 1988, che funzionava per indulto e permesso del vescovo, ma quello di Summorum Pontificum, del 2007, che è quello che Traditionis custodes derogò. Sono due regimi con quarant’anni tra loro e l’articolo li chiama allo stesso modo.

Il secondo pezzo è di monsignor Marian Eleganti, benedettino, vescovo ausiliare emerito di Coira dal 2021, ed è più duro: la sinodalità attuale sarebbe «una tardiva riforma strutturale di taglio protestante», che «seleziona chi o cosa includere», per cui «tutti, tutti, tutti non significa tutti»; e «la categoria del peccato è stata sostituita da quella della fragilità». Ciò che chiama «figuraccia vaticana» ha dietro un fatto concreto ed è quello che importa: il divieto di entrare in San Pietro alla peregrinazione del 24 ottobre. E il contrasto che lo trasforma in notizia: nel 2025 lo stesso Leone XIV autorizzò il cardinale Burke a celebrare Messa pontificale nel rito antico sull’altare della Cattedra, il 25 ottobre. Stesso mese, un anno di differenza, criterio opposto, e nessuna spiegazione ufficiale.

Gates finanzia Assisi

Gates Foundation was primary sponsor of scandalous Assisi meeting, di Emily Mangiaracina, La pagina ufficiale dei patrocinatori di Sant’Egidio, che era a un clic, elenca effettivamente la «Gates Foundation» sotto la voce «main sponsor / sponsor platinum». Lo elenca, questo sì, insieme a BFIO e alla Fondazione Cariplo, per cui «primary sponsor» al singolare è lettura di una foto e non del quadro. Di importi non c’è nulla pubblicato, né nel pezzo né nel materiale ufficiale, per cui qualsiasi cosa si dica sul peso economico è congettura.

Ciò che ha il quadro, e nessuno ha sottolineato, sono due nomi nella categoria di partner: la Conferenza Episcopale Tedesca e Soka Gakkai, il movimento buddista giapponese, con due voci, una delle quali dell’otto per mille italiano. In «si ringrazia» figurano la Regione Umbria, la città di Assisi e la diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, che non è l’organizzatrice: organizza la Comunità di Sant’Egidio e lo presentò il suo presidente, Marco Impagliazzo, nel Dicastero per la Comunicazione.

Il «Cantico delle creature»

Il Cantico delle creature è una lode a Dio, non un manifesto green, di Miłosz Manasterski su La Nuova Bussola Quotidiana. Sostiene che il Cantico è preghiera rivolta a Dio, nella quale si loda per la creazione, e non un manifesto ambientalista: «è una risposta cattolica al climatismo della sinistra: si parte dal Creatore, e il clima viene dopo», e «alla Chiesa resta quello del Cantico, che comincia con il nome del Creatore e prima della fine parla di perdono e di peccato». Il modello che propone è quello polacco, di un incontro di responsabili diocesani di Laudato si’ a Brok: parlare del creato con il linguaggio della fede e, a parte, progetti concreti di efficienza energetica nelle parrocchie.

Concludendo la giornata

Stiamo finendo. Domani, Ognissanti, prende possesso Alvarado alla Comunicazione; lunedì è la commemorazione dei fedeli defunti, con Messa al Verano alle quattro; martedì votano gli Stati Uniti e si presenta a Roma la denuncia di PETA; mercoledì 5, alle nove, la Messa di suffragio sull’altare della Cattedra, e lo stesso giorno il congresso del centenario cinese all’Urbaniana; il giorno 6 inizia il viaggio in America.

Buona giornata.

«Quando ti invitano, va a sederti all’ultimo posto».

Aiuta Infovaticana a continuare a informare