Il segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, monsignor Paul Richard Gallagher, ha riconosciuto che le «imperfezioni» dell’accordo tra il Vaticano e la Cina sulla nomina dei vescovi sono «evidenti», pur difendendone la continuità. Otto anni dopo la sua firma, il patto rimane segreto e il regime comunista mantiene il controllo sulla vita religiosa nel Paese, mentre persistono le denunce di persecuzione contro i cattolici che si rifiutano di sottomettersi alle strutture ufficiali.
Le dichiarazioni sono state rese durante un incontro con i giornalisti accreditati presso la Santa Sede, secondo quanto riporta The Catholic Herald. Gallagher ha sostenuto che, nonostante le difficoltà, la situazione attuale è migliore rispetto a quella esistente prima dell’accordo del 2018 e ha confermato che il Vaticano intende perseverare nel dialogo con Pechino.
«Le imperfezioni dell’accordo sono evidenti»
«Non è facile, il dialogo non è facile, le imperfezioni dell’accordo sono evidenti, ma esiste l’impegno a perseverare nel dialogo e questo è ciò che continuerà a succedere», ha affermato Gallagher.
L’arcivescovo ha difeso la convenienza di mantenere un accordo imperfetto piuttosto che rinunciare all’intesa con le autorità cinesi.
«Siamo contenti che tutti i vescovi della Cina siano ora in comunione con il Papa, il che rappresenta certamente un miglioramento rispetto alla situazione precedente all’accordo», ha dichiarato.
Il patto è stato firmato nel settembre 2018, durante il pontificato di Francesco, e rinnovato nel 2020, 2022 e 2024. L’ultima proroga, annunciata ufficialmente dalla Santa Sede il 22 ottobre 2024, ne ha esteso la validità per altri quattro anni.
Tuttavia, il suo contenuto integrale non è mai stato reso pubblico. La Santa Sede presenta l’accordo come un meccanismo per garantire la comunione dei vescovi cinesi con Roma, mentre le autorità comuniste mantengono un intervento determinante nella selezione dei candidati episcopali.
Pechino continua a presentare le nomine come decisioni dei suoi organismi ufficiali
Le difficoltà dell’accordo non si limitano alle critiche dei suoi detrattori. Le stesse procedure di nomina episcopale hanno messo in evidenza le differenze tra Roma e Pechino.
Come si è riferito il 15 ottobre scorso, durante l’ordinazione di Ignazio Ding Zuyao come vescovo di Haimen, le autorità ecclesiastiche ufficiali cinesi hanno presentato la nomina come una decisione approvata dalla loro Conferenza Episcopale, senza menzionare il Papa né il suo intervento.
La Santa Sede, al contrario, aveva comunicato che Leone XIV aveva approvato la candidatura e nominato il nuovo vescovo conformemente all’accordo provvisorio.
Questo contrasto si è ripetuto in altre ordinazioni episcopali. Mentre Roma sottolinea l’autorità pontificia, i comunicati cinesi attribuiscono la procedura alle strutture religiose riconosciute dallo Stato.
La questione ha anche una dimensione dottrinale. Nella sua lettera ai cattolici cinesi del 2007, Benedetto XVI affermò che il Collegio dei Vescovi Cattolici della Cina non poteva essere riconosciuto come conferenza episcopale dalla Santa Sede, tra l’altro perché i suoi statuti contenevano elementi incompatibili con la dottrina cattolica.
La persecuzione della Chiesa clandestina rimane una questione irrisolta
Gallagher ha anche risposto alle critiche ricevute dall’accordo dalla sua firma, segnalando che erano prevedibili a causa delle diverse opinioni sulla storia della Cina e del suo Governo.
Tra le voci più critiche figura il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, che ha denunciato ripetutamente l’abbandono dei cattolici clandestini che per decenni hanno subito persecuzioni per rimanere fedeli a Roma.
Le obiezioni all’accordo non provengono solo dall’ambito ecclesiale. Come si è riferito ad aprile a proposito delle denunce di Human Rights Watch, le restrizioni contro i cattolici cinesi e le pressioni per integrare le comunità clandestine nelle strutture religiose controllate dallo Stato continuano a destare preoccupazione.
Le denunce includono arresti di sacerdoti e vescovi, sorveglianza delle comunità, restrizioni alla catechesi ed esigenze di adesione agli organismi ufficiali.
La politica di «sinizzazione» promossa da Xi Jinping continua a subordinare l’attività religiosa alle direttive del Partito Comunista Cinese.
In questo contesto, l’affermazione di Gallagher sul miglioramento della situazione episcopale contrasta con le denunce sulle condizioni in cui numerosi cattolici vivono e praticano la loro fede.
Il Vaticano non è disposto a pagare il prezzo di una presenza a Pechino
Il responsabile della diplomazia vaticana ha anche affrontato la possibilità di stabilire una rappresentanza permanente della Santa Sede nella Cina continentale.
Gallagher ha riconosciuto che è stata studiata la possibilità di disporre di qualche tipo di presenza culturale a Pechino, ma ha segnalato che le condizioni attuali impediscono di avanzare in quella direzione.
«L’idea è avere qualche tipo di presenza culturale a Pechino. Ma, come accade con tutto in una negoziazione, ci sarebbe un prezzo da pagare e, per il momento, non siamo disposti a pagarlo», ha affermato.
L’arcivescovo non ha voluto precisare quali sarebbero le richieste avanzate per raggiungere tale intesa.
Attualmente, la Santa Sede mantiene relazioni diplomatiche con Taiwan e dispone di una missione di studio a Hong Kong, ma non ha rappresentanza diplomatica ufficiale nella Repubblica Popolare Cinese.
Leone XIV mantiene la politica ereditata da Francesco
Interrogato sulla possibilità che Leone XIV conceda una priorità speciale alla Cina, Gallagher ha risposto che il Pontefice ha la responsabilità di occuparsi di tutta la Chiesa universale.
«Papa Leone è molto consapevole che deve preoccuparsi di tutta la Chiesa universale», ha segnalato, escludendo che il Paese asiatico concentri particolarmente la sua attenzione.
Dall’inizio del suo pontificato, Leone XIV ha continuato ad approvare nomine episcopali all’interno del meccanismo concordato con Pechino. La Santa Sede non ha annunciato modifiche al patto né ne ha pubblicato il contenuto.
Le nuove dichiarazioni di Gallagher mantengono la posizione diplomatica difesa durante il pontificato di Francesco: perseverare nel dialogo pur riconoscendone i limiti.
Nel frattempo, l’accordo continua a essere vigente, il Partito Comunista conserva il suo controllo sulle strutture religiose ufficiali e le comunità cattoliche clandestine continuano ad affrontare le restrizioni denunciate dalle organizzazioni per i diritti umani e da membri della stessa Chiesa.