«Laetitiae Amor»: la riflessione integrale di mons. Erik Varden dopo l’incontro su Amoris laetitia

«Laetitiae Amor»: la riflessione integrale di mons. Erik Varden dopo l’incontro su Amoris laetitia

Il vescovo di Trondheim (Norvegia) e presidente della Conferenza Episcopale Nordica, monsignor Erik Varden, ha pubblicato la sua riflessione sull’incontro tenutosi a Roma dal 7 al 14 ottobre in occasione del decimo anniversario di Amoris laetitia.

In questo intervento, Varden sviluppa anche le sue considerazioni sulla crisi della famiglia, la castità, la preparazione al matrimonio, l’indissolubilità del vincolo coniugale e la missione evangelizzatrice delle famiglie cristiane.

Il prelato precisa che si tratta di riflessioni personali e non delle conclusioni ufficiali dell’assemblea. Riproduciamo di seguito la traduzione integrale in italiano del testo originale in inglese, pubblicato con il titolo Laetitiae Amor.

Laetitiae Amor

Di Mons. Erik Varden

Il giorno della festa di san Giuseppe di quest’anno, papa Leone XIV ha annunciato il desiderio di convocare a Roma tutti i presidenti delle conferenze episcopali del mondo per discutere le ripercussioni di Amoris laetitia, a dieci anni dalla sua promulgazione.

Il Santo Padre ci ha chiesto di riflettere su come annunciare il Vangelo alle famiglie in modo più efficace.

L’incontro, durato una settimana, si è concluso ieri. Verrà pubblicato un rapporto quando il Santo Padre si sarà ripreso dalla sua malattia —una guarigione che speriamo, con le nostre preghiere, sia rapida e completa—, ma Leone XIV ha chiesto ai partecipanti di condividere senza indugio la loro esperienza dell’incontro con le rispettive conferenze episcopali e diocesi.

L’incontro si è svolto secondo uno schema strutturato in cinque grandi temi. Ognuno ha fornito materia per una giornata intera di scambi. Di seguito espongo le mie riflessioni personali su questi temi.

Queste riflessioni non parlano a nome dell’assemblea, la cui ricchezza di lavori tutti potranno conoscere a tempo debito. Sono semplicemente il contributo di una sola voce, una seconda viola, a questa grande orchestra ben composta.

Le famiglie oggi

La vita familiare è oggi sottoposta a pressioni di ogni genere: sociologiche, economiche e culturali. Ne siamo molto consapevoli. Tutte meritano considerazione.

Tuttavia, la pressione più persistente ha radici più profonde. In un tempo sorprendentemente breve abbiamo perso la nostra comprensione collettiva dell’umano. Salvo all’interno di determinati gruppi di interesse, oggi è difficile trovare parole condivise per descrivere cosa sia un essere umano. Non siamo più d’accordo su cosa renda una donna donna, un uomo uomo o un bambino bambino.

I transumanisti tecnologici proiettano un futuro in cui l’uomo probabilmente sarà superato dal «progresso» finché la sua natura non sarà «migliorata». Avendo abbandonato l’idea della redenzione, ora riponiamo la nostra speranza negli aggiornamenti tecnologici. Diamo per scontato che i parametri di oggi non saranno applicabili domani. Di conseguenza, l’idea di qualsiasi impegno permanente sembra assurda.

Le alleanze e i patti cedono il posto ai «negoziati» in politica e nel commercio. Lo stesso accade con le relazioni umane, sempre più considerate transazioni pragmatiche: rimango legato a qualcosa, o a qualcuno, finché ne traggo un beneficio o un piacere. Poi proseguo.

In un simile contesto, la famiglia, come unità di base della società umana, non può che disgregarsi. Non sembra più evidente che le famiglie debbano essere unità stabili, costruite sul vincolo a vita tra una donna e un uomo, con la speranza di generare figli.

Una donna e un uomo possono ancora unirsi —dopotutto, viviamo in un mondo libero—, ma tale unione non è più considerata categoricamente distinta da quella formata da due donne o due uomini, o da due persone che si considerano di genere fluido. Inoltre, perché limitare tale unità a due individui? Si estendono le rivendicazioni di riconoscimento giuridico del poliamore.

Ci troviamo in uno stato di eclissi metafisica.

La fede in Dio come Creatore benevolo è in gran parte perduta. Non crediamo più che la nostra esistenza sia stata voluta. Come possiamo allora conservare la consapevolezza che la nostra stessa vita è un dono che, a nostra volta, possiamo donare, persino consacrare, a un’altra persona? La nostra è un’epoca di desacralizzazione nata da una disperazione letterale, dall’escludere la possibilità stessa della «speranza».

Osservo questi fenomeni nel mio ambiente sociale, nella mia corrispondenza e conversazioni, e nel confessionale.

Constato anche una tendenza contraria. Incontro molte persone giovani, e non così giovani, che sono stanche dell’effimero. Si rifiutano di abbandonare la «speranza». Osano pensare che possa esistere qualcosa chiamato «verità» su cui costruire le loro vite.

Se ci prendiamo cura e sosteniamo queste persone, aiutandole a fiorire, potremo favorire un rinnovamento della cultura familiare. Dopotutto, tutti vogliono essere felici. Molti non lo sono. Su questo concordano i sociologi. Contemplare una famiglia che fiorisce farà sì che altri desiderino fiorire a loro volta.

Fiorire non equivale a essere continuamente deliranti di felicità.

La vita umana è difficile, qualunque sia la sua forma. Trovo che la maggior parte delle persone ne sia abbastanza consapevole. Per questo possono stancarsi di un vocabolario benintenzionato, ma ripetitivo, sull’«accompagnamento», l’«essere in cammino» o l’«essere ascoltati». Naturalmente, desiderano essere trattati con attenzione e rispetto, ma ciò che vogliono è orientamento, che venga loro indicata una meta e insegnato a vivere bene.

Dio si è fatto uomo con questo scopo: mostrarci di cosa tratta la vita e verso dove è diretta, insegnarci, mediante consigli e comandamenti, come condurre una vita buona e feconda.

Quando Cristo incontrò la samaritana al pozzo, non le disse: «Bene, sediamoci e raccontami tutto». Fu Lui a dirle «tutto ciò che aveva fatto» (cfr. Gv 4,29).

Questo le permise di iniziare una vita nuova.

Dobbiamo lasciare che Cristo ci dica chi siamo, ci indichi le nostre vie sbagliate, ci faccia riconoscere le nostre colpe e ci diriga verso il fine per cui siamo stati creati.

Cristo è il nostro Salvatore, ma non solo. È anche l’Immagine secondo la quale siamo stati creati, il Prototipo che ci rivela a noi stessi. Saremo pastoralmente efficaci nella misura in cui rimarremo amorosamente obbedienti a Lui.

Potremmo persino avere l’opportunità di restituire la speranza alla società.

I giovani e la scoperta del matrimonio

Uno studio pubblicato un paio di anni fa dall’American College of Pediatricians indicava che il 54 % degli adolescenti aveva visto pornografia prima di compiere tredici anni, e il 15 % prima degli undici. Senza dubbio, quelle cifre sono aumentate da allora.

Il consumo di pornografia è piuttosto diffuso tra i giovani adulti, sia uomini che donne, in tutto il mondo. Influenza enormemente il modo in cui i giovani si relazionano affettivamente.

Quando qualcuno è stato assillato fin dall’infanzia da un universo di lussuria in cui il sesso è materia di consumo, dove l’oggetto del desiderio può essere sostituito costantemente —anche se sempre fisicamente perfetto—, dove il romanticismo è assente e non esistono regole, fare il passo verso una relazione duratura e fedele con un essere umano concreto, imperfetto e bisognoso, la cui alterità non può essere ridotta a un’astrazione, comporta un salto enorme, forse insormontabile.

L’universo pornografico è trasgressivo. Suggerisce limiti solo per attirare i consumatori a superarli, insinuando prospettive di un potere capace di assumere qualsiasi forma.

Il paradigma classico del ragazzo che incontra una ragazza è stato superato da tempo. L’omoerotismo, che non molto tempo fa era legato alla nozione di un’«orientamento» sessuale, è ora un’opzione disponibile per tutti, integrata nell’intrattenimento convenzionale.

Le tendenze di fluidità di genere manifestano fantasie generate, spesso a partire da un’angoscia interiore, nel mercato di un eros senza legami, dove il desiderio momentaneo è intronizzato come dio e la realtà oggettiva cede di fronte alle forme che l’immaginazione soggettiva impone e provoca.

Deploriamo le seduzioni del virtuale e dell’irreale, ma questo non basta. Dobbiamo tendere una mano amica agli uomini e alle donne giovani intrappolati in potenti forme di irrealtà, tirarli fuori dalla palude e permettere loro di riscoprire il mondo così com’è.

Per farlo, dobbiamo essere in grado di mostrare che quel mondo vero è migliore e, in effetti, più interessante, più adatto a rendere felice una persona.

Tre anni fa ho pubblicato un libro intitolato Chastity (Castità). Allora alcune persone mi derisero, principalmente uomini europei anziani, che mi assicuravano che si trattava di un argomento che non interessava a nessuno.

Tuttavia, mi ha impressionato trovarmi, paese dopo paese, a parlare davanti a grandi platee composte principalmente da giovani desiderosi di ascoltare in cosa consista questa virtù quasi dimenticata e apparentemente imbarazzante.

Lontani dal lasciarsi sedurre dai sostituti ipererotizzati delle relazioni, molti giovani ne sono stanchi. Cercano amicizia e amore stabile. Non dico che rappresentino la corrente maggioritaria, ma sono abbastanza numerosi da manifestare una tendenza.

Per aiutare i giovani a scoprire il valore del matrimonio, dobbiamo rivolgerci a questa tendenza, cominciando ad aiutare le donne e gli uomini giovani a stare in pace con se stessi.

In uno dei principali testi di san Paolo sul matrimonio, nella lettera agli Efesini, paragona gli sposi a un corpo e poi osserva: «Nessuno ha mai odiato la propria carne» (Ef 5,29).

Il problema è che oggi molte persone lo fanno e si sentono estraniate dai propri corpi.

Da una prospettiva secolare, il corpo è un sacco di tendini a cui si può dare qualsiasi altro uso. Il messaggio cristiano straordinario e liberatore è che io sono il mio corpo, e che il mio corpo, non meno della mia anima, è fatto a immagine di Dio e merita riverenza.

Se desideriamo preparare i giovani al matrimonio, dobbiamo prima aiutarli a scoprire la loro identità incarnata come donne e uomini. Prima di cercare di aiutare gli altri, dobbiamo compiere noi stessi questo lavoro.

Può risultare salutariamente umiliante scoprire che, anche nella maturità, ci resta ancora strada da percorrere in questo aspetto.

Quale linguaggio aiuta i giovani a maturare affettivamente?

Un linguaggio di verità che chiami le cose per nome con serenità, senza violenza e senza disperare mai della misericordia di Dio. Questo linguaggio riconosce le ferite senza idealizzare la condizione di vittima. Scaturisce dalla fede nella volontà salvifica di Gesù.

Il matrimonio manifesta la salvezza. Per essere preparati ad esso, bisogna prima scoprire che si può essere salvati.

I primi anni della vita matrimoniale

Una coppia che conosco mi ha raccontato una decisione che prese quando comprese che il loro fidanzamento stava diventando serio.

Andarono insieme in una capanna nel bosco durante un lungo fine settimana. Durante quel tempo, si raccontarono reciprocamente le loro vite.

Entrambi volevano che l’altro conoscesse tutta la loro storia, con le sue luci e ombre, i suoi trionfi e fallimenti. Se dovevano impegnare il loro futuro l’uno con l’altro, volevano assicurarsi che non sorgessero ostacoli in seguito a causa di un passato non riconosciuto.

Un’iniziativa del genere è coraggiosa e saggia.

L’essenza dell’amore consiste nel sapere che posso essere chi sono, senza maschere, e tuttavia essere amato. Dio ci ama in questo modo. Imparare ad amare come Lui significa fare lo stesso.

Il matrimonio fiorirà se entrambe le parti possono confidare all’altro la loro intimità più profonda.

All’inizio del rito matrimoniale, il sacerdote chiede: «Siete venuti qui liberamente e di vostra spontanea volontà?».

La libertà da cui dipende la validità del sacramento esige che gli sposi sappiano con chi si stanno sposando.

Molte difficoltà che di solito sorgono durante i primi anni di matrimonio possono essere evitate se si cerca una trasparenza sincera prima di ratificare l’alleanza matrimoniale.

Gli stessi sposi sono i ministri del sacramento. Tuttavia, lo celebrano in chiesa, davanti alla croce.

Rispondere affermativamente alla domanda «Vi amerete e onorerete reciprocamente tutti i giorni della vostra vita e accetterete con amore i figli che Dio vi invierà?» significa acconsentire a partecipare alla croce.

Ogni amore coniugale e paterno implica sofferenza. Attraverserà il cuore. Esigerà che la propria vita sia versata affinché altri possano vivere.

Abbracciare consapevolmente questa realtà fin dall’inizio, accettando di partecipare alla croce vivificante di Cristo, darà agli sposi la forza di portare i loro pesi e farà sì che anche le cose pesanti sembrino leggere.

La relazione orizzontale tra marito e moglie, tra genitori e figli, sarà sostenuta da un asse verticale sicuro e affidabile.

Mi piace il rito che permette la liturgia latina quando il sacerdote, dopo aver assistito ai voti matrimoniali, avvolge le mani unite degli sposi con la sua stola e dice: «Ciò che Dio ha unito, l’uomo non lo separi».

Ogni volta che si indossa la stola, il sacerdote recita la bella preghiera di rivestimento: «Signore, restituiscimi la stola dell’immortalità, che persi per l’azione dei nostri primi padri».

L’alleanza matrimoniale ci permette di intravedere la gloria che riposava su Adamo ed Eva prima della caduta.

In alcuni riti orientali, gli sposi sono incoronati in riconoscimento della loro dignità regale di figli di Dio, recuperata dalla grazia.

Nel nostro clima ipersecularizzato, che sentimentalizza il matrimonio e mantiene una visione consumistica dei figli, considerati beni che possono essere ordinati per un momento conveniente, preferibilmente prodotti secondo determinate specifiche, questa prospettiva soprannaturale risulta di grande aiuto.

Ci ricorda che il matrimonio non consiste solo in una donna e un uomo. Incorpora entrambi in una comunione vivente con Dio; inoltre, li costituisce congiuntamente come immagine, come icona vivente, della santa Chiesa di Dio.

Sapere che Cristo è costitutivamente presente nella loro unione li ispira nell’arduo compito di abbandonare la prima persona singolare per la prima persona plurale: smettere di dire «io voglio» per dire «noi vogliamo»; smettere di dire «io ho» per dire «noi abbiamo».

Questo può aiutarli ad affrontare la forza elementare e la profonda vulnerabilità del sesso, integrando adeguatamente le sue dimensioni unitiva e procreativa.

Li preparerà anche a ricevere i figli con riverenza, come doni generosi di Dio.

Un matrimonio ha bisogno di essere sostenuto da una comunità.

È falso considerare la coppia autosufficiente, aspettando che generi da sé tutte le sue risorse e tutta la sua soddisfazione. Quella visione non fa che applicare l’individualismo secolare a un’unità collettiva che finirà per vacillare sotto un simile carico.

Qui è dove la comunità cattolica e la parrocchia acquistano tutta la loro importanza, chiamate a fornire la cura, l’aiuto pratico, l’umorismo e il consiglio compassionevole che prima potevano offrire le famiglie allargate, oggi praticamente scomparse.

Le famiglie in situazioni complesse

Parliamo della «gioia e bellezza» del matrimonio. Facciamo bene a farlo. Queste qualità rappresentano certamente un ideale. Ma dobbiamo anche essere prudenti ed evitare i luoghi comuni.

Basta leggere Anna Karenina o vedere Scene da un matrimonio, di Bergman, per comprendere che una coppia può rendersi la vita impossibile. Dobbiamo ricordarlo anche.

Prima della presa d’abito monastica, il postulante di solito legge un passo dell’Ecclesiastico: «Figlio, se ti avvicini a servire il Signore, prepara la tua anima alla prova».

I fidanzati potrebbero fare lo stesso. Le prove arriveranno.

Papa Francesco ha scritto su Evangelii gaudium, ma su Amoris laetitia. È una distinzione semantica interessante.

Il senso basilare della radice latina laet-, da cui derivano laetus e laetare, è «felicità». Tuttavia, già nel latino classico quella radice aveva un significato agroecologico che indicava il «fiorire» delle piante e la «fertilità» del suolo.

Questo ha molto senso. Una vegetazione «felice» cresce in una terra che è stata lavorata per renderla nutritiva.

Per questo, la radice laet- poté anche produrre il sostantivo laetamen, «fertilizzante». Nell’antichità, il fertilizzante equivaleva al letame, che ha un cattivo odore.

La laetitia dell’amore presuppone un terreno da cui sono state rimosse le pietre, ben arato e fornito di una quantità sufficiente di letame ricco di nutrienti.

Segnalare questo non significa togliere gioia al matrimonio e alla famiglia, ma insistere sul fatto che quella gioia scaturisce dal lavoro, e che quel lavoro è duro e spesso sembra poco gratificante.

Gli stati di vita monastico e matrimoniale si presuppongono e si riflettono reciprocamente.

Credo, e lo verifico, che le famiglie possano ricevere aiuto dalla saggezza e dall’esperienza ereditate dalla vita monastica.

I monaci vivono secondo una regola che consacra l’alleanza della vita comune e rende espliciti il suo scopo e il suo fine.

Quando il marito e la moglie si mettono d’accordo sullo scopo della loro famiglia, saranno meglio preparati ad affrontare gli ostacoli che se non hanno formulato la loro unione come un compito.

Questo è particolarmente vero quando il loro scopo condiviso è trascendente. Allora permetteranno a Dio di agire in loro. Vedranno le difficoltà come occasioni di conversione, di uscire dalla cella ammuffita del proprio io.

I monaci e le monache sono realisti riguardo alle lotte che appartengono alla loro vocazione.

La prima letteratura del monachesimo, i Detti dei Padri del Deserto, affronta direttamente i combattimenti abituali.

Questi detti permettono ai monaci di cercare modi per risolvere i problemi concreti con cui lottano, sotto intestazioni così dirette come «Distacco», «Pazienza», «Lussuria» o «Tolleranza».

L’applicabilità pratica di questi consigli dopo millecinquecento anni continua a essere sorprendente.

Credo che si potrebbe guadagnare molto elaborando una terza raccolta di Apoftegmi per le famiglie, basata sull’esperienza e illuminata dalla fede, che mostrasse come affrontare costruttivamente le prove alla luce chiarificatrice dei comandamenti di Cristo e della sua grazia efficace.

Quando le cose si fanno difficili, restringiamo la nostra prospettiva. Vediamo solo il nostro dolore presente, non il cammino che può estendersi oltre esso.

Una preoccupazione pastorale fondamentale in tali situazioni consiste nel ricordare il quadro più ampio, permettendo a chi soffre di scoprire il senso potenzialmente fecondo delle loro difficoltà, che possono servire a diminuire l’egoismo e purificare l’amore.

Il matrimonio, non meno della vita monastica, è una scuola di conversione.

Quanto alle relazioni «irregolari», trovo che le nostre comunità cattoliche di solito le accolgano in modo maturo e adeguato.

Può risultare liberatorio per le persone che si trovano in tali situazioni essere in un ambiente dove la loro «irregolarità» è riconosciuta, non relativizzata, e dove, tuttavia, sono accolte con amicizia cristiana e possono contribuire alla comunità.

Penso all’esempio di molti fedeli che conosco e che, domenica dopo domenica, si avvicinano per ricevere una benedizione al momento della Comunione, sapendo che non possono accedere al sacramento, ma affidandosi alla misericordia di Dio che agisce nella Chiesa.

Il loro esempio di fedeltà contribuisce molto a edificare la comunità cristiana. Rende testimonianza al realismo vitale del sacramento e alla virtù della speranza.

Un esilio sacramentale sostenuto nel tempo può preparare un ritorno gioioso alla casa.

Cristo ci ha dato i suoi esigenti comandamenti per educarci e liberarci da noi stessi, «affinché non viviamo più per noi stessi, ma per colui che per noi morì e risuscitò» (Preghiera Eucaristica IV).

La sua intenzione è farci crescere fino a raggiungere una vita nuova, divinizzata.

Quella vita deve essere sempre l’obiettivo che proponiamo alle persone, non semplicemente l’affermazione umana, sebbene tutti abbiamo bisogno anche di questa.

Le famiglie come agenti della missione

Cosa separa la visione del mondo del cristiano da quella dei secolaristi?

La convinzione che, attraverso tutte le vicissitudini della storia, di tutti i cambiamenti prodotti dall’evoluzione della natura e dall’ingegno umano, la fedeltà di Dio all’umanità, creata a sua immagine, rimane assoluta.

Qualunque cosa accada, l’amore di Dio, rivelato definitivamente in Gesù Cristo, è sicuro. È la roccia su cui può essere costruita una vita, una società.

Possono arrivare tempeste, possono soffiare i venti e colpire con forza, ma questo fondamento rimane.

La prima missione della famiglia consiste nel dare testimonianza di questo amore stabile.

Per questo l’indissolubilità del matrimonio deve essere intesa come un dono e un compito elevato, come un voto di fiducia da parte di Dio (cfr. Amoris laetitia, 62).

Promettendosi fedeltà reciproca fino alla morte, il marito e la moglie rendono presente nella storia la realtà dell’amore di Dio.

La natura umana, ferita dal peccato, è segnata dall’egoismo e dalla promiscuità: cerchiamo il nostro proprio beneficio e non ci importa di perseguirlo in molte direzioni contemporaneamente.

In questo modo possiamo sperimentare alcune emozioni intense, ma difficilmente troveremo una soddisfazione serena.

Continuiamo ad anelare un amore unico e definitivo. Ce ne sono prove nelle canzoni popolari di tutte le epoche, anche in quelle della nostra epoca, generalmente lontana da Dio.

Pertanto, una famiglia è missionaria principalmente attraverso la sua fedeltà.

Proprio ora, quando tante strutture tradizionali di coesione sociale stanno crollando intorno a noi, questa missione ha un’importanza vitale.

Una seconda forma di missione familiare è l’ospitalità.

Così come un monastero «non è mai senza ospiti» (Regola di san Benedetto, 53) —non deve essere un club autoreferenziale per il beneficio esclusivo dei suoi membri—, una famiglia cristiana invita altri a entrare.

«Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35).

Attraverso un impegno prudente e responsabile con questo ideale, la coesione della propria famiglia può essere rafforzata in uno spirito di servizio e cortesia.

A volte si pone la domanda: come possono contribuire le famiglie alla formazione dei sacerdoti?

Non principalmente accorrendo in massa al seminario armate di presentazioni PowerPoint sulla vita familiare, ma invitando i seminaristi e i sacerdoti —chi lo sa?, forse anche i vescovi— a partecipare alle loro vite.

Il sacerdote celibe fedele alla sua vocazione ricorda alla famiglia la sua dimensione soprannaturale; la famiglia ricorda al sacerdote che il suo celibato è ordinato alla fecondità.

Da qui nasce un beneficio reciproco e gioioso.

È necessario dare testimonianza della fecondità.

I tassi di natalità stanno diminuendo in tutto il mondo. La nostra specie non si sta riproducendo.

Trent’anni fa, i sociologi si preoccupavano della sovrappopolazione e rivolgevano dure critiche contro l’insegnamento cattolico sulla regolazione della natalità.

Ora vediamo che prevale la tendenza contraria. Il desiderio deciso di avere figli sta diminuendo rapidamente in tutti i continenti.

La pianificazione familiare cattolica deve ora concentrarsi sul rendere possibile alle famiglie di dire sì ai figli.

Questo esige misure pratiche: alloggi accessibili, servizi di cura dei bambini e scuole. La missione ha una dimensione politica.

Ma, soprattutto, riguarda la conversione dei cuori.

Desiderare di fondare una famiglia feconda è oggi qualcosa di controculturale, equivalente a voler essere punk negli agitati anni Settanta.

La Chiesa è chiamata a sostenere questa sana rivoluzione, permettendo ai giovani di scegliere la vita e impegnarsi con essa.

Naturalmente, qualsiasi tentativo di parlare della famiglia come agente missionario si scontra con una difficoltà esegetica.

L’atteggiamento di Cristo verso la famiglia può risultare esigente.

Chiama Giacomo e Giovanni ad abbandonare i loro legami familiari, lasciando il povero e vecchio Zebedeo sconcertato nella sua barca (Mc 1,19-21).

La guarigione della suocera di Pietro ci porta a chiederci cosa sia successo alla signora di Pietro quando Cefa fu chiamato (Mc 1,30-31).

Rabbrividiamo davanti a queste parole: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me» (Mt 10,37).

Queste affermazioni non diminuiscono il valore della famiglia, ma ci esortano a considerarla alla luce del discepolato radicale.

«Cercate prima il Regno dei Cieli!» (Mt 6,33).

Quel principio si applica anche alle famiglie. Quando si realizza, una famiglia può manifestare quel Regno in modo mistico, ma riconoscibile.


Il giorno dopo l’assemblea romana, mentre coloro che abbiamo avuto la benedizione di parteciparvi la ricordiamo con gratitudine, la Chiesa celebra, come ha voluto la Provvidenza, quella incomparabile dottore della Chiesa, santa Teresa d’Avila.

L’Ufficio delle Letture di oggi ci offre un passo della sua Autobiografia che comincia così:

«Chi ha Gesù Cristo con sé come amico e nobile guida può sopportare tutto. Cristo ci aiuta e ci fortifica, e non ci abbandona mai. È un amico vero. E vedo chiaramente che, se speriamo di piacergli e ricevere abbondanza delle sue grazie, Dio vuole che quelle grazie ci giungano dalle mani di Cristo, per mezzo della sua santissima umanità, nella quale Dio si compiace».

Questa è una prospettiva meravigliosa da cui considerare le grazie e le sfide della vita familiare.

Nella preghiera colletta della festa di oggi preghiamo: «Accendi in noi il desiderio della vera santità». Amen!

Ma non è una simile chiamata troppo elevata per noi, povere persone comuni?

No, se permettiamo a Dio di compiere in noi la sua redenzione e ricordiamo la grande importanza degli atti ordinari e quotidiani di fedeltà che realizzano e rinnovano una decisione presa una volta per tutte: amare fedelmente.

L’ultima parola spetta a Tevye e Golde.

Aiuta Infovaticana a continuare a informare