Leone XIV ha un punto filipino. Ce l’ha di fabbrica, perché è agostiniano, e gli agostiniani arrivarono a Cebu nel 1565 con Legazpi e con Urdaneta (che era di casa), e ce l’ha soprattutto nell’altro senso, quello del Dizionario, che è quello che qui interessa.
L’Accademia definisce il punto filipino come «furbo, persona poco scrupolosa, sfrontata, ecc.», e aggiunge, con quella mano sinistra che hanno solo i lessicografi e i confessori: «Si usa spesso con una certa benevolenza». Usiamolo, dunque. Sull’origine ci sono versioni, come in tutto ciò che è castigliano. Che se i figli ribelli che le famiglie spedivano a Manila per toglierseli di torno, che se i peninsulari che giravano lì senza un mestiere noto e con molta prosopopea, che se una truffa con un affare immaginario nell’arcipelago…
Quello di Prevost è letterale prima che figurato. Come priore generale fece di Valladolid uno dei suoi centri operativi in Spagna, e lì alloggiava nel Real Colegio de Agustinos Filipinos, da dove partirono duemila frati verso le isole. Nel gennaio 2004 era a Cebu a benedire un convento. Cioè, ha fatto il noviziato in entrambe le accezioni.
E la seconda? Il 14 settembre ha compiuto 71 anni e lo stesso giorno la Sala Stampa ha pubblicato il motu proprio che solleva i cardinali della Curia dal taglio del dieci per cento che Francesco aveva loro applicato nel 2021, quando la pandemia, il deficit e quella del «futuro sostenibile», che così si chiamava la norma. (Che il giorno del tuo compleanno inviti tu è usanza spagnola; farlo con i risparmi del precedente è già più da punto.)
Due giorni dopo, memoria di san Cipriano, a cui si attribuisce l’extra Ecclesiam nulla salus, è uscita la nota per i sessant’anni di Nostra aetate. La firmano Tucho Fernández, Koch e Koovakad. Sotto, in due righe, ciò che importa: «Ex Audientia, 22 giugno 2026» e il nome del Papa.
La nota cita Benedetto XVI a Ratisbona senza scrivere Ratisbona. Dice «un noto discorso» e parla di «un imperatore bizantino». Tanto noto che non c’è bisogno di nominarlo, come quelle auto che arrivano alla rottamazione con il numero di telaio limato. Si compivano vent’anni e quattro giorni.
C’è qualcosa di Toni Kroos in tutto questo. In un certo senso, Leone XIV gioca da mediano tedesco: non corre, non protesta, non si butta a terra, tocca corto e preciso e finisce la partita con la maglia bianca come l’ha iniziata (di bianco, inoltre). Il pallone passa sempre da lui e non lo si vede mai nel riepilogo; nel riepilogo escono i gol, i cartellini e Tucho, che è quello che si prende i fischi. L’«Ex Audientia» è il suo passaggio di sicurezza. È stato in azione, ma il tiro lo firma un altro. Francesco era una punta che chiedeva tutti i palloni, compresi quelli che andavano fuori.
Dalla vivacità creola al punto filipino, con scalo a Chiclayo.
Il santo di casa, tra l’altro, cominciò rubando pere. Lo racconta lui stesso nel libro II delle Confessioni: aveva sedici anni, non aveva fame e le pere finirono ai maiali. Rubò per il gusto. L’ordine porta la picaresca nei documenti di famiglia, e il furbo spagnolo, da Lázaro a Guzmán de Alfarache, ha sempre avuto qualcosa del frate senza convento. Questo ha trovato un convento. E che convento.
Sabato, nella lettera ai vescovi dell’Iberoamerica per san Toribio de Mogrovejo (uno di Mayorga, Valladolid di nuovo), scriveva che «ci sono realtà di una diocesi che difficilmente raggiungono una scrivania». Lo scriveva, ovviamente, da una scrivania. Non tuona, non fulmina, non si sporca: exaudientia.
A Cebu c’è ancora il Santo Niño che gli agostiniani custodiscono dal 1565. Sostiene il mondo con una mano e benedice con l’altra, alla vista di tutti. Non firma niente sotto. Non ha nemmeno bisogno della benevolenza del Dizionario.