La leggera fitta

La leggera fitta

L’Opus Dei non fa politica. Non l’ha mai fatta. La fanno, semmai, i suoi uomini, uno a uno, liberamente, con quella libertà dei figli di Dio che coincide sempre, con puntualità liturgica, con gli interessi della casa. La formula fu fissata nel novembre del 1965 e da allora funziona senza un solo guasto: sessant’anni di servizio ininterrotto.

Quel novembre a rompere il silenzio fu un benedettino con notevole autorità morale. Frate Giusto Pérez de Urbel, medievalista di Silos, consigliere nazionale del Movimento e primo abate della Valle de los Caídos, dichiarò a un quotidiano della Falange che l’Opus occupava i posti importanti e che, occupandoli, «non può evitare di fare politica». Aggiunse un avvertimento romano che l’Opera smentì immediatamente: se non vi limitate a essere un istituto religioso, renderete odiosa la Chiesa. L’intero Stato ebbe un brivido. La Direzione Generale di Sicurezza scrisse al ministro dell’Interno quello stesso giorno; gli Esteri aprì un bollettino confidenziale; al ministero di Fraga ci fu, dice il telex, costernazione, perché il giornale aveva sparato senza chiedere il permesso. Madrid lo seppe da Parigi di ciò che pubblicava Alicante. Così finemente filava il regime quando qualcuno toccava l’Opera.

La rettifica arrivò entro quarantotto ore ed è un genere letterario a sé stante. «Le mie parole non hanno avuto l’intenzione che il giornale ha loro attribuito», disse l’abate, ed era vero che voleva bene al fondatore: lui stesso aveva insegnato liturgia ai primi tre preti dell’Opus, don Álvaro tra loro. Il problema è che il direttore del quotidiano aveva le dichiarazioni registrate su nastro magnetofonico, e così risulta, nero su viola di multicopiatrice, nel bollettino confidenziale degli Esteri che questo quotidiano ha appena riesumato.

Così frate Giusto ritrattò tutto tranne la tesi: quelli dell’Opus, concesse, non sbagliano in nulla tranne che nelle loro attività civili. Un funzionario anonimo dell’Ufficio di Informazione Diplomatica, leggendo ciò, annotò che nella «rettifica» —le virgolette sono sue— c’era «un leggero pizzicotto». Quel censore senza nome è il miglior critico letterario che diede il franchismo.

Sessant’anni dopo, la comunità fondata da frate Giusto negozia la sua sopravvivenza con il governo di Sánchez, e la strategia dei monaci la porta di fatto, secondo quanto ha raccontato questo quotidiano, un uomo senza carica e senza mandato: Antonio Torres, imprenditore in pensione, padre di un monaco, ex compagno di Benigno Blanco nell’estinta AVANZA, che già firma note come rappresentante dell’abbazia e la cui scommessa consiste nel patteggiare con Bolaños una salvaguardia. Si ammette la crepa nella basilica, si ammette il museo di risignificazione, e in cambio si conserva ciò che resta. In questa casa lo veniamo chiamando per nome: un piatto di lenticchie.

È Torres dell’Opera? La domanda è oziosa dal 1965. L’Opera non c’è mai. Ci sono i suoi uomini, i suoi ambienti, i suoi affetti, i suoi ex soci di fondazione politica; e quando il risultato è buono, si deve all’elevato livello di capacità intellettuale dei suoi aderenti, che è citazione letterale del comunicato di allora, e quando il risultato è cattivo, risulta che era iniziativa privata. Il guanto è lo stesso per tutte le mani, ministri dello sviluppo o strateghi di famiglia.

C’è un chiasmo che frate Giusto non arrivò a vedere. Nel 1965 l’apparato dello Stato si mobilitò in ore perché l’attacco di un abate non andasse oltre l’aneddoto: nota all’Interno, bollettino confidenziale, rettifica lampo. Nel 2026 le perforatrici lavorano nella basilica e la nota dell’abbazia condanna alcuni graffiti. Allora c’era troppo Stato per così poca offesa; ora c’è troppa offesa per così poca abbazia.

L’abate morì nel 1979 nella sua Valle, e lì resta, a differenza dell’uomo che la innalzò, che fu strappato dal suo suolo.

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