Il cardinale Gerhard Ludwig Müller ritiene che il recupero dei concistori da parte di Leone XIV sia stato un passo positivo, ma ritiene che il nuovo metodo di lavoro ispirato alla metodologia sinodale impedisca al Collegio cardinalizio di affrontare in profondità alcuni dei principali problemi della Chiesa.
In un’intervista concessa a The Catholic Herald, il prefetto emerito del Dicastero per la Dottrina della Fede lamenta che le riunioni tenute quest’anno abbiano sostituito in gran parte il tradizionale dibattito plenaria con tavoli di lavoro con domande preparate in anticipo. «È stato più un brainstorm che una conversazione meditata», riassume.
Pur riconoscendo che esiste una «buona armonia tra il Papa e i cardinali», Müller insiste sul fatto che il Collegio cardinalizio «non è un’assemblea di individui», bensì un vero collegio chiamato ad aiutare il Successore di Pietro nel governo della Chiesa. Per questo motivo sostiene che «preferirei la discussione plenaria, perché non siamo semplicemente gruppi o individui riuniti. Siamo costituiti come un collegio».
«I veri problemi sono stati appena discussi»
Il porporato spiega che gran parte del concistoro è stata dedicata alla riflessione sull’enciclica di Leone XIV, la pace, l’intelligenza artificiale e la dignità umana. Tuttavia, ritiene che il metodo impiegato abbia reso difficile affrontare altre questioni che riguardano direttamente la vita della Chiesa.
Tra queste cita espressamente la situazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX). Müller afferma di aver approfittato del suo intervento per chiedere una risposta collegiale alla professione di fede inviata dalla Fraternità al Papa e al Collegio cardinalizio, pur riconoscendo che la questione ha suscitato appena dibattito tra i partecipanti.
La proposta non era improvvisata. In un’altra intervista concessa nei giorni precedenti alle consacrazioni episcopali di Écône, il cardinale aveva chiesto che Roma rispondesse dottrinalmente al documento inviato dalla Fraternità e aveva proposto persino di studiare una struttura ispirata all’antica Commissione Ecclesia Dei per accogliere i sacerdoti e i fedeli che potessero abbandonare la FSSPX in caso di rottura definitiva.
Avvenute le consacrazioni del 1° luglio, Müller sostiene che «questa ordinazione di un vescovo senza la comunione con il Papa è in sé un atto scismatico». Il porporato mantiene così la linea che ha difeso nei suoi ultimi interventi pubblici, nei quali ha anche insistito a distinguere il conflitto con la Fraternità Sacerdotale San Pio X dal dibattito sulla liturgia tradizionale.
«La questione decisiva è la verità»
Se la fermezza mostrata da Roma verso la FSSPX merita il suo sostegno, Müller ritiene che la Santa Sede dovrebbe agire con la stessa chiarezza di fronte alla deriva dottrinale del Cammino Sinodale tedesco.
«Le soluzioni diplomatiche sono buone fino a un certo punto. La questione decisiva è la verità», afferma il cardinale, convinto che molte delle tensioni attuali nella Chiesa non possano essere risolte mediante compromessi pastorali quando è in gioco l’integrità della dottrina.
In questo contesto, avverte che alcuni approcci promossi dalla Germania ricorrono in modo indebito al concetto di sviluppo del dogma per giustificare cambiamenti che, a suo giudizio, alterano il contenuto della fede cattolica. «Stanno abusando del concetto di sviluppo del dogma. Lo sviluppo del dogma non consiste nel cambiare la sostanza», sostiene.
Per il prefetto emerito, lo sviluppo dottrinale implica un approfondimento nella comprensione della Rivelazione trasmessa dalla Chiesa, ma mai una modifica delle verità ricevute. Per questo motivo rifiuta che tale principio possa essere invocato per trasformare aspetti essenziali della costituzione sacramentale della Chiesa o del sacerdozio ministeriale.
La stessa preoccupazione appare in altri suoi recenti interventi pubblici. Criticando, in un articolo pubblicato da Kath.net, la proposta del Cammino Sinodale tedesco di permettere la predicazione dei laici durante la Santa Messa, ricordava che «proprio coloro che invocano così volentieri il Vaticano II sono i primi a contraddirlo», perché separano la liturgia della Parola dalla liturgia eucaristica e offuscano il sacerdozio ministeriale.
Ora amplia questa critica e rivolge dure parole contro i dirigenti del Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi (ZdK), accusandoli di voler costruire «un’altra Chiesa» ispirata dall’ideologia woke e dal femminismo, più preoccupata —dice— di trasformare la struttura ecclesiale che di annunciare il Vangelo.
Un appello a recuperare il ruolo del Collegio cardinalizio
Al di là delle questioni concrete affrontate durante l’intervista, Müller propone una riflessione sul ruolo che deve svolgere il Collegio cardinalizio nella vita della Chiesa. A suo giudizio, le riunioni dei cardinali non dovrebbero limitarsi allo scambio di impressioni su questioni di attualità, bensì diventare un vero ambito di discernimento sulle questioni che riguardano la fede e l’unità della Chiesa. In questo contesto, insiste sul fatto che «non è nostro obiettivo essere accettati o lodati dalla stampa moderna. Se ci lodano, significa che stiamo andando nella direzione sbagliata», un’affermazione con cui riassume la sua convinzione che la chiarezza dottrinale debba prevalere su qualsiasi criterio di opportunità o convenienza.
Per Müller, questioni come la situazione della FSSPX, la deriva del Cammino Sinodale tedesco o la corretta comprensione dello sviluppo del dogma mettono in evidenza la necessità di recuperare concistori in cui il Collegio cardinalizio possa deliberare con maggiore profondità. Solo così, sostiene, i cardinali potranno esercitare pienamente la missione di assistere il Romano Pontefice nel discernimento delle grandi sfide dottrinali e pastorali che la Chiesa affronta oggi.