Il 14 agosto 1986, il cardinale Ernesto Corripio Ahumada impose allora le mani su Juan de Dios Olvera Delgadillo e lo ordinò sacerdote per sempre. Quaranta anni dopo, in questo stesso giorno del 2026, quell’anniversario non si celebra nella pienezza del ministero pubblico che l’ordine sacro esige, bensì sotto il peso di una restrizione che si protrae senza risoluzione definitiva. Ciò che avrebbe dovuto essere una giornata di ringraziamento per un percorso di servizio si trasforma, invece, in un invito a esaminare con rigore il modo in cui si amministra la giustizia canonica nell’arcidiocesi retta dall’arcivescovo Carlos Aguiar Retes.
Juan de Dios Olvera Delgadillo nacque a Città del Messico il 16 gennaio 1961. Formato nel Seminario Conciliar del Messico, si trasferì a Roma, dove ottenne la licenza e il dottorato in Teologia Dogmatica alla Pontificia Università Gregoriana. Tra il 1989 e il 1994 collaborò come ufficiale nella Pontificia Commissione per l’America Latina e partecipò alla IV Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano (Santo Domingo, 1992). Rientrato in Messico, fu responsabile della formazione permanente del clero tra il 1995 e il 2002. Fu cancelliere dell’arcidiocesi del Messico tra il 2004 e il 2011, sotto il cardinale Norberto Rivera Carrera e parroco per circa diciassette anni in diverse comunità dell’arcidiocesi. Dal 1996 si dedicò all’insegnamento della Teologia Dogmatica presso l’Università Pontificia del Messico e fu membro dell’Accademia Messicana di Teologia. Nel 2016 Papa Francesco lo nominò Missionario della Misericordia. Nell’ottobre 2017 il cardinale Rivera lo designò canonico del Venerabile Capitolo della Insigne e Nazionale Basilica di Guadalupe. Fondò il gruppo Amistad Sacerdotal, orientato alla formazione spirituale e dottrinale dei sacerdoti diocesani e religiosi. Ha pubblicato lavori di teologia, tra cui Metodología Cristológica y Reflexión Pastoral (CELAM, 1993).
Questo percorso di servizio, studio e responsabilità ecclesiale non fu sufficiente di fronte alle conseguenze di un atto di coscienza. Nel 2020, egli stesso aveva denunciato la mancanza di profetismo e l’assenza di pastore nell’arcidiocesi del Messico. Il 22 ottobre 2021, un gruppo di sacerdoti e laici pubblicò la dichiarazione Virgen Santísima de Guadalupe, Mater Veritatis Salutaris (Madre della Verità di Salvezza). Il documento afferma che la verità della fede è la verità di salvezza, identificata con Cristo stesso, e che non può essere adulterata senza tradire la missione della Chiesa. Indica tre punti concreti in cui, secondo i firmatari, certe orientazioni del pontificato di Francesco si discostano dal Magistero bimillenario e dall’insegnamento di san Giovanni Paolo II: l’accesso dei divorziati risposati all’Eucaristia quando persiste il vincolo sacramentale e la convivenza maritale; la promozione o legittimazione delle unioni omosessuali e la mancanza di genuflessione sistematica davanti al Santissimo Sacramento, considerata un’eresia di fatto. La dichiarazione conclude che, in quei punti specifici, non è possibile obbedire, perché “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (Atti 5,29).
Olvera Delgadillo, uno dei promotori più visibili, inviò il testo alla curia arcidiocesana con spirito di dialogo. La risposta non fu un dibattito teologico aperto, bensì un provvedimento cautelare. Il vescovo ausiliare Salvador González Morales, allora vicario generale, gli impose la restrizione cautelare di non esercitare pubblicamente il ministero sacerdotale mentre si svolgeva un procedimento canonico. In interviste concesse all’Agenzia Cattolica di Notizie e anche attraverso Infovaticana (giugno 2022 e aprile 2023), il canonico spiegò con chiarezza la sua situazione: non gli fu notificato alcun decreto formale di sospensione dallo stato clericale né di rimozione dall’ufficio di canonico; gli fu vietato di celebrare in pubblico e fu di fatto separato dalle sue funzioni nella Basilica, ma non gli fu tolto il sacerdozio stesso. Può amministrare i sacramenti in privato e, per diritto universale, in pericolo di morte. Insistette sul fatto che non si sarebbe ritrattato “neanche di una virgola” di quanto scritto, perché è convinto che “si deve proclamare la vera fede” e che “la norma è vivere in comunione nella fede e nella carità”.
Quasi cinque anni dopo, il procedimento rimane inconcluso. Non c’è sentenza pubblica, non c’è assoluzione formale, non c’è condanna motivata. Riferimenti successivi, comprese serie di interviste diffuse alla fine del 2025 sotto il titolo “Ingiustizia nella Chiesa… quattro anni dopo”, descrivono un processo colmo di anomalie, con menzioni a procedimenti extragiudiziali e alla mancanza di garanzie processuali elementari. Nel frattempo, il canonico ha affrontato difficoltà materiali derivanti dall’irregolarità dei suoi redditi e dalla separazione di fatto dalle sue funzioni nella Basilica. Continua a pubblicare riflessioni sotto il titolo Veritas Salutaris nell’Agenzia Cattolica di Notizie, ma l’esercizio pubblico ordinario del ministero che gli fu affidato nel 1986 rimane limitato.

Questa situazione non è un dettaglio amministrativo. Il diritto canonico esige che i processi si svolgano con ragionevole celerità, con rispetto dei diritti di difesa e con risoluzione definitiva. Mantenere indefinitamente una restrizione cautelare senza giungere a una sentenza giusta trasforma la misura provvisoria in una sanzione di fatto, senza le garanzie che lo stesso ordinamento ecclesiastico richiede. Non è possibile, né giuridicamente né moralmente, sostenere un giudizio canonico aperto per quasi cinque anni senza risultati chiari e definitivi. Il ritardo trasforma la giustizia in strumento di pressione. Quando il superiore ordinario è lo stesso che guida la struttura che deve giudicare, e quando il caso si inserisce in un precedente storico di tensioni, incluso un conflitto del 2019 per un terreno a Juventino Rosas, Guanajuato, in cui si documentarono tentativi di imporre misure coercitive “su istruzioni dell’arcivescovo Carlos Aguiar Retes”, la percezione di parzialità diventa inevitabile.
La critica non è all’esistenza di un procedimento. La Chiesa ha il diritto e il dovere di esaminare le affermazioni dottrinali dei suoi chierici. La critica riguarda il modo in cui è stato condotto: opacità, assenza di risoluzione, prolungamento indefinito di una restrizione che incide sulla vita ministeriale e sulla dignità di un sacerdote che ha servito per quarant’anni. Aguiar Retes, in qualità di ordinario del luogo, è responsabile affinché la giustizia canonica nella sua arcidiocesi sia amministrata con trasparenza, celerità ed equità. Finché il caso di Juan de Dios Olvera Delgadillo rimarrà in un limbo processuale, tale responsabilità resta in discussione.
L’anniversario dei quarant’anni di ordinazione non è occasione per polarizzazioni sterili. È momento di ricordare che il sacerdozio non è un incarico amministrativo soggetto alla convenienza del momento, bensì una configurazione ontologica con Cristo. È anche momento di esigere, con fermezza e senza ambagi, che un procedimento canonico non possa trasformarsi in una sentenza silenziosa per esaurimento. La verità della fede, che il canonico Olvera Delgadillo dice difendere fino a dare il sangue, esige anche una giustizia che non si dilati fino a diventare ingiustizia.
La giustizia non è questione di capricci né di burocrazie, ma segno della verità; lungi dal servire il potere, la sua applicazione obbedisce alla salvezza delle anime, quelle che non sembrano interessare in un governo pastorale che ha portato sull’orlo del disastro l’arcidiocesi primaziale del Messico.
Da questo blog ci uniamo alla gioia per quarant’anni di ministero di un grande sacerdote, vivendo di fronte a Dio nella profondità della sua coscienza, imitando Cristo, anche di fronte alle situazioni che, dalla stessa gerarchia, pretendono di eclissare la sincera esperienza del Vangelo.
Auguri, padre Juan de Dios Olvera.