Come si è seguito attraverso questo blog su Infovaticana, la domenica di Pentecoste del 2026, Carlos Aguiar Retes, arcivescovo primate del Messico, dispose senza alcun protocollo, senza notifica formale preventiva al capitolo e omettendo ogni normativa canonica esigibile, la immediata reintegrazione di Efraín Hernández Díaz come rettore della Insigne e Nazionale Basilica di Guadalupe. Il sacerdote tornava all’incarico dal quale era stato rimosso mesi prima e mentre si trovava sottoposto a un’indagine canonica preventiva ordinata proprio per accertare o confermare la verosimiglianza di delitti e gravi irregolarità denunciate dallo stesso capitolo guadalupano.

Questa decisione, comunicata verbalmente e in modo sorprendente durante una riunione interna con i canonici del venerabile capitolo, non solo mancò di fondamento pubblico e delle minime garanzie processuali, ma avvenne quando il tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Città del Messico aveva già concluso i propri lavori. Il fatto, per la sua forma e per il suo contenuto, ha generato uno scandalo senza precedenti nella storia moderna del santuario mariano più visitato al mondo e ha messo in dubbio la credibilità di Carlos Aguiar davanti a milioni di fedeli che ogni anno si recano alla Insigne Basilica in cerca di conforto spirituale e anche, per il tradimento della trasparenza nell’uso delle ingenti risorse generate dal santuario.
Il canone 1717 del Codice di Diritto Canonico regola in modo preciso l’indagine preventiva che deve essere svolta quando un ordinario ha notizia, almeno verosimile, di un delitto. Il paragrafo 1 stabilisce testualmente: “Ogni volta che l’Ordinario abbia notizia, almeno verosimile, di un delitto, deve indagare con cautela, personalmente o per mezzo di una persona idonea, sui fatti e sulle circostanze, nonché sull’imputabilità del delitto, a meno che tale indagine non risulti del tutto superflua”.
Questa indagine non costituisce un processo penale in sé, bensì una fase preventiva e cautelare destinata a verificare se esistano elementi sufficienti per avviare un processo giudiziario o extragiudiziale, oppure per decretare l’archiviazione per mancanza di fondamento. La sua finalità è duplice: proteggere la buona fama di qualcuno e, al tempo stesso, tutelare il bene comune della Chiesa impedendo che condotte delittuose o gravemente irregolari restino impunite o, peggio ancora, vengano premiate con la continuità in uffici di alta responsabilità.
Nel caso della Basilica di Guadalupe, l’arcivescovo Aguiar Retes ordinò questa indagine preventiva dopo aver ricevuto la denuncia formale del capitolo, che segnalava presunti cattivi gesti, irregolarità amministrative e decisioni che mettevano a rischio il patrimonio spirituale, pastorale ed economico del santuario.
Fu così avviata l’Indagine Previa sotto la rubrica IP 17/2025 per raccogliere dati utili e accertare la verosimiglianza della “notitia criminis”, in altre parole, di fatti che possono costituire delitti canonici e, eventualmente, civili. Conforme alle indagini svolte, di cui questo blog su Infovaticana ha avuto conoscenza, il tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Città del Messico, presieduto dal vescovo ausiliare Andrés Luis García Jasso in qualità di vicario giudiziale, condusse un’indagine dettagliata, con giornate prolungate di colloqui, revisione documentale e comparizioni. I periti del tribunale si incontrarono con canonici, dipendenti, lavoratori e si recarono fisicamente presso le strutture della Basilica per constatare fatti, raccogliere prove e testimonianze. Il procedimento, avviato formalmente il 3 ottobre 2025 mediante decreto firmato dal vicario giudiziale, si concluse nell’aprile 2026 con un documento motivato contenente le conclusioni sulla verosimiglianza delle segnalazioni formulate dal capitolo.
Tale documento avrebbe dovuto essere trasmesso, per mandato del diritto canonico e della prudenza pastorale, al attore principale del caso, l’arcivescovo Aguiar Retes. Spettava poi allo stesso arcivescovo trasmettere le conclusioni, in prima istanza, alla Conferenza dell’Episcopato Messicano e, parimenti, alla nunciatura apostolica e al capitolo della Basilica, come organo collegiale direttamente interessato. Nessuna di queste notifiche fu adempiuta in modo trasparente. Invece, Aguiar optò per la “sinodalità” che lo caratterizza, la via unilaterale e l’opacità.
Questo blog ha avuto accesso a una registrazione audio del 24 maggio in cui Aguiar Retes, rivolgendosi al capitolo, afferma in modo categorico che “era il momento di prendere una decisione” sul rettore e che procedeva alla sua reintegrazione “per non aver trovato nulla di grave a suo carico”. L’affermazione, tuttavia, contraddice frontalmente quanto riportato nelle conclusioni dell’IP 17/2025. Non si tratta di una discrepanza di interpretazione, ma di un’affermazione che questo mezzo qualifica, sulla base degli elementi osservati, come deliberata e dolosa, poiché l’arcivescovo conosceva o doveva conoscere il contenuto dell’indagine elaborata dal tribunale che egli stesso aveva ordinato di svolgere.
Secondo quanto ha potuto appurare questo mezzo, il 3 ottobre 2025, Efraín Hernández, conformemente al canone 392 §1 del Codice di Diritto Canonico, fu rimosso, “fino a nuova disposizione, dall’ufficio di Rettore della Insigne e Nazionale Basilica di Guadalupe e da qualsiasi incarico e gestione di natura economica e dall’amministrazione dei beni del Santuario di Guadalupe”. Inoltre, gli furono revocate le facoltà di Vicario Episcopale Territoriale della zona I pastorale.
Quanto sopra è importante. Queste misure cautelari, di natura preventiva e non punitiva, furono applicate dall’allora vicario generale e moderatore della curia di Aguiar, l’attuale vescovo di Cancún-Chetumal. Il rettore fu “intimato”, cioè notificato formalmente di tali restrizioni. Nel diritto canonico, solo un atto giuridico simile, successivo ed espresso per iscritto può revocare tali misure. Tale atto, per quanto si sa, non fu mai prodotto prima della reintegrazione del 24 maggio. La reintegrazione disposta da Aguiar Retes mancava, pertanto, di fondamento giuridico anche sul piano delle misure cautelari precedentemente decretate.
Sebbene l’IP 17/2025 non prescriva la pena concreta che debba essere inflitta al sacerdote implicato perché deve essere oggetto di un eventuale processo penale, stabilisce in modo inequivocabile che Efraín Hernández Díaz avrebbe potuto commettere azioni e atti che il tribunale ecclesiastico considerò verosimili e che avrebbero dovuto essere confermati o smentiti in sede penale. Tra le conclusioni più gravi che questo blog ha potuto constatare figurano:
Le decisioni adottate dal padre “Efra”, non comunicate al capitolo, che misero in pericolo la retta amministrazione patrimoniale dei beni del Santuario di Guadalupe. Nella gestione di Efraín Hernández “si perse la finalità pastorale, spirituale e amministrativa” dei beni economici e patrimoniali della Basilica, “mettendo a rischio” il suo carattere di persona giuridica pubblica ed ecclesiastica. I pericoli investigati includevano l’estrazione di documenti riservati del Santuario, estratti conto bancari, proprietà e dati riservati dell’istituzione, dei suoi dipendenti e dei suoi sacerdoti, che sarebbero stati consegnati a persone estranee alla stessa.
Il rapporto segnala anche un possibile “disordine psicologico e spirituale” che il rettore starebbe attraversando, il quale, “consigliato da terze persone che integrano gruppi di potere e di malvagità”, avrebbe preso decisioni errate escludendo il capitolo collegiale dalle sue funzioni legittime. In particolare, si registra che in una riunione, alla presenza dello stesso arcivescovo Aguiar, il padre Efraín giurò di utilizzare “tutti i mezzi a sua disposizione per distruggere” —letteralmente— un canonico del capitolo. Il tribunale considerò tale manifestazione come una potenziale minaccia alla vita e all’integrità del sacerdote interessato.
Nonostante la forza di questi riscontri, l’IP 17/2025 mantiene ancora in sospeso se esista o meno un legame che possa collegare il rettore a gruppi criminali. Il documento, in possesso del tribunale ecclesiastico, costituisce il risultato di un’indagine diligente, di elevata responsabilità e professionalità diretta dal vescovo García Jasso. Tuttavia, Aguiar lo sconsigliò o, direttamente, lo ignorò disponendo la reintegrazione dell’indagato.

Se l’arcivescovo ha ostacolato la giustizia canonica reimponendo il padre “Efra” senza aver revocato formalmente le misure cautelari né aver reso pubbliche le conclusioni del tribunale, si starebbe rendendo virtualmente complice di occultamento di possibili atti irregolari. Un precedente di questa natura avrebbe un effetto senza precedenti e devastante nella storia della Basilica di Guadalupe e nella credibilità dell’arcivescovo Carlos Aguiar Retes che si è sempre riempito la bocca di essere amico di Papa Francesco.
Le domande che questo blog formula sono ineludibili: Perché Carlos Aguiar Retes ha eseguito una mossa così sporca e rischiosa? Cosa lo ha spinto ad affermare categoricamente davanti al capitolo che “non c’era nulla” contro padre Efraín, quando il fascicolo canonico diceva il contrario? Perché ha omesso di trasmettere le delicate conclusioni al rappresentante del Papa in Messico, al presidente della Conferenza dell’Episcopato Messicano e ai vescovi del Messico con responsabilità sul santuario guadalupano?

Le evidenze, sempre più inconfutabili, indicano che qui operano cause maggiori che puntano alla mitra arcivescovile. Aguiar lo sa. Un comportamento così sospetto lo pone nel mirino per aver coperto un sacerdote che aveva, e ha di nuovo, la responsabilità diretta di controllare le milionarie risorse generate dalla Basilica di Guadalupe.
Ancora più sospetto risulta il fatto che, dopo la reintegrazione disposta da Aguiar, i fedeli che partecipano alle celebrazioni liturgiche non sono più invitati a versare le loro offerte alla Basilica di Guadalupe, ma direttamente all’arcidiocesi di Città del Messico. Il tempo, intanto, corre a scapito della verità. Ogni giorno che passa riduce le opportunità di chiarimento, permette a possibili complici di consolidare posizioni e facilita che prove essenziali possano scomparire o essere alterate.
Resta, infine, un punto che deve essere portato alla luce senza ulteriori indugi: l’audit esterno condotto da Deloitte, i cui risultati rimangono nella più assoluta opacità. Il popolo cattolico guadalupano, il venerabile capitolo e tutta la Chiesa in Messico hanno il diritto di conoscere la verità completa. La Vergine di Guadalupe merita un santuario amministrato con giustizia, trasparenza e santità. Non con bugie, occultamenti né mosse di potere.
La soluzione non può limitarsi a rimuovere nuovamente un rettore. Ciò che è giusto e ciò che esige la verità è che tanto Efraín Hernández Díaz quanto chi lo ha rimesso in carica rispondano dei loro atti e riparino tutto il danno causato all’istituzione, ai canonici che hanno adempiuto al loro dovere di denunciare, e ai milioni di fedeli che confidano nella Basilica come casa della Madre di Dio e non come feudo di interessi oscuri. Lasciare che entrambi proseguano il loro cammino senza rendere conto equivarrebbe a consumare una “truffa maestra” versione Hernández Díaz… «Che farò di te, Efraín?» (Os 6,4)