Un secolo fa, il 25 luglio 1926, nella festa dell’apostolo Giacomo, gli arcivescovi e i vescovi del Messico sottoscrissero una Lettera Pastorale Collettiva che ordinava la sospensione del culto pubblico in tutti i templi della Repubblica a partire dal 31 luglio di quello stesso anno.
Il provvedimento, adottato dopo aver consultato e ottenuto l’approvazione di Pio XI, non fu un interdetto canonico né una chiusura delle chiese, bensì una protesta solenne di fronte a ciò che i prelati consideravano una violazione intollerabile dei diritti divini della Chiesa, del diritto naturale e dei principi costituzionali messicani. Il detonante immediato fu il decreto del 2 luglio 1926, promulgato dal presidente Plutarco Elías Calles, che riformava il Codice Penale per il Distretto e i Territori Federali sui reati del foro comune e per tutta la Repubblica sui reati contro la Federazione in materia di culto religioso e disciplina esterna. Quella norma, nota come Ley Calles, entrò in vigore il 31 luglio e tipizzò reati relativi all’esercizio del culto pubblico all’esterno dei templi, all’infrazione del numero di sacerdoti per ogni regione, all’uso di abiti ecclesiastici e religiosi fuori dai recinti religiosi, al divieto di scuole sotto la direzione di congregazioni religiose, a qualsiasi atto o pronunciamento pubblico in atti religiosi contro le leggi e alla responsabilità diretta del governo sulla gestione e amministrazione dei templi e dei luoghi di culto.
Il documento, firmato da trentotto prelati, tra cui José Mora y del Río, arcivescovo del Messico; Francisco Orozco y Jiménez, di Guadalajara; Leopoldo Ruiz y Flores, di Michoacán, e gli altri arcivescovi e vescovi residenziali insieme a diversi titolari, si rivolgeva ai capitoli, al clero secolare e regolare e a tutti i fedeli. Il suo tono è giuridico, teologico e pastorale. I vescovi ricordano la lettera apostolica Paterna sane sollicitudo di Pio XI, del 2 febbraio 1926, diretta all’arcivescovo del Messico e a tutto l’episcopato, nella quale il pontefice qualificava come “iniqui” i decreti e le leggi messicane contro i cattolici, e ratificano la protesta formulata dall’episcopato dal 1917. Per quasi un decennio mantennero un “prudente silenzio” perché gli articoli antireligiosi della Costituzione del 1917 non venivano applicati con il rigore sufficiente a rendere impossibile la vita della Chiesa.
Predicazione, amministrazione dei sacramenti e culto pubblico, sebbene ostacolati, continuavano a essere possibili. La Legge del 2 luglio, invece, “viola in tal modo i diritti divini della Chiesa” che non c’è più spazio per la condiscendenza. “Sarebbe per noi un crimine tollerare tale situazione”, scrivono, citando il lamento del profeta: “Vae mihi, quia tacui” (“Guai a me, perché ho taciuto”).
La sospensione fu presentata come l’unico mezzo disponibile per manifestare il dissenso verso gli articoli antireligiosi della Costituzione e le leggi che li sanzionavano. Non costituisce ribellione, argomentano, perché la stessa Costituzione apre la strada alla sua riforma e perché l’atteggiamento episcopale è obbedienza a mandati superiori a ogni legge umana e difesa di diritti legittimi. A partire dal 31 luglio fu sospeso “il culto pubblico che esige l’intervento del sacerdote”. I templi non si sarebbero chiusi, i fedeli potevano, in teoria, continuare a pregare al loro interno. I sacerdoti si ritirano per sottrarsi alle pene del decreto e restano liberati dall’obbligo di dare l’avviso richiesto dalla legge. I santuari restano affidati ai laici o ai comitati costituiti dai comuni, nei quali i vescovi ripongono la fiducia che li conserveranno con sollecitudine. Il testo esorta inoltre alla preghiera e alla penitenza, e grava la coscienza dei padri di famiglia riguardo all’educazione, poiché la legge non riconosceva alle scuole cattoliche le garanzie necessarie per impartire l’insegnamento religioso.
Gli antecedenti risalgono alla Costituzione del 1917. I suoi articoli 3o, 5o, 24, 27 e 130 negarono personalità giuridica alle chiese, riservarono il ministero ai messicani per nascita, vietarono il culto pubblico fuori dai templi, preclusero la proprietà di beni immobili alle associazioni religiose, imposero l’educazione strettamente laica e impedirono ai ministri l’esercizio dei diritti politici e della critica pubblica alle leggi. Per anni esistette una tolleranza di fatto. A partire dal 1925-1926, sotto Calles, lo Stato passò dalla restrizione costituzionale alla regolamentazione punitiva.
Il decreto firmato il 14 giugno 1926 e pubblicato il 2 luglio tipizzò come reati federali la disobbedienza a tali restrizioni. Tra le sue disposizioni: solo i ministri messicani per nascita potevano esercitare il culto (con multa fino a 500 pesos o arresto e possibile espulsione degli stranieri); si reputava esercizio del ministero l’amministrazione dei sacramenti, la predicazione o il proselitismo; si vietava l’insegnamento religioso anche nelle scuole private di istruzione primaria; si decretava lo scioglimento degli ordini monastici; i templi, i vescovadi, le case parrocchiali e i seminari passavano di pieno diritto a essere proprietà della Nazione; si vietava ai ministri la critica delle leggi fondamentali; e si imponevano pene pecuniarie, detentive e, in caso di recidiva, sanzioni più gravi. La vigenza fu fissata per il 31 luglio 1926.
Per l’episcopato, queste norme non miravano al bene comune né garantivano la libertà di culto proclamata dalla Costituzione, bensì a descattolicizzare il Messico. La risposta della sospensione, una volta presa e appoggiata da Roma, fu applicata in modo generalizzato. Il governo intensificò il controllo, inventari dei templi, chiusure e persecuzione del culto privato. Il risultato fu lo scoppio della Guerra Cristera (1926-1929), conflitto che costò decine di migliaia di vite e lasciò una ferita profonda nella memoria nazionale.
Un secolo dopo, la commemorazione di quella pastorale collettiva invita a una lettura serena dei fatti. Non si tratta di rivivere polarizzazioni, bensì di comprendere come la combinazione di una Costituzione restrittiva, una regolamentazione penale severa e una risposta ecclesiale di resistenza generò uno degli episodi più tragici della storia messicana del XX secolo.
La sospensione dei culti del 1926 rivelò la fragilità dell’equilibrio tra potere civile e libertà religiosa quando quest’ultima viene ridotta a un ambito strettamente privato e penalizzato nella sua espressione pubblica. Mostrò anche la capacità della gerarchia di agire in forma collegiale, consultando la Santa Sede e appellandosi alla coscienza dei fedeli.
Oggi, in un Messico che ha riformato gradualmente il quadro costituzionale in materia religiosa e riconosce personalità giuridica alle associazioni religiose, il ricordo di quella lettera pastorale conserva valore testimoniale. Sottolinea che la libertà religiosa non è una concessione dello Stato bensì un diritto fondato sulla dignità della persona e sul diritto naturale e che la sua restrizione sistematica genera conseguenze sociali e storiche di lungo raggio. La pastorale del 1926, con la sua protesta giuridica, argomentazione teologica e chiamata alla fedeltà dei laici, continua a essere un documento chiave per comprendere non solo il conflitto Chiesa-Stato degli anni Venti, ma anche i limiti che ogni società democratica deve rispettare quando legifera sulla coscienza e sul culto. Oggi, nel Messico del centenario, la libertà di pensiero e di religione sono riconosciute come diritti umani fondamentali; tuttavia, le disposizioni legali del 1992 richiedono ora una revisione che continui a consolidare i diritti. Fino a che punto abbiamo raggiunto questo equilibrio che è fondamentale per la vigenza di una democrazia moderna?