Un altro massone in Vaticano, Marx premiato, Leone XIV e Roche, il Messale del 1962, a cosa serve il sinodo?, il nunzio del Marocco, vescovi poco cattolici, vescovo arrestato, omosessualità in America Latina, padre Kolbe.

Un altro massone in Vaticano, Marx premiato, Leone XIV e Roche, il Messale del 1962, a cosa serve il sinodo?, il nunzio del Marocco, vescovi poco cattolici, vescovo arrestato, omosessualità in America Latina, padre Kolbe.

Agosto è già a metà, Solennità dell’Assunzione di Nostra Signora, titolare di migliaia di chiese in tutto il mondo e festa in migliaia di parrocchie. È incredibile che anche in un giorno come questo abbiamo abbondanti e interessanti informazioni, andiamo avanti…

Un altro massone che si “infila” in Vaticano?

Non vogliamo essere malpensanti, ma data la ripetizione dei casi sembra piuttosto che si cerchino consultori massoni, gli interessati non lo nascondono e al Vaticano sembra che piacciano. Abbiamo già un altro massone in casa e questo molto documentato; prima, almeno, si mantenevano un po’ le forme, massoni ce ne sono sempre stati, ma non così sfacciati. Si vede che i superiori del Vaticano hanno perso il rispetto per il Popolo di Dio e pensano che tutto sia possibile; qui lo ricorderemo. Sarebbe bene che Papa Leone si desse una mossa, altrimenti si troverà circondato da fratelli poco raccomandabili.

Papa Leone XIII ha nominato uno storico che compare ripetutamente nei registri massonici a far parte di un comitato storico del Vaticano. Si tratta di Umberto Longo, direttore dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e professore di storia medievale all’Università Sapienza di Roma, ora membro del Comitato Pontificio di Scienze Storiche. La nomina avviene nonostante le prove documentali che lo collegano alla massoneria, compresi i registri del Rito Scozzese Antico e Accettato e le successive apparizioni di Longo in eventi organizzati nell’ambito della principale loggia massonica italiana, il Grande Oriente d’Italia.

Il 9 febbraio 2019, ad esempio, Longo ha partecipato alla conferenza «Dio e il popolo. Repubblica romana. 170 anni d’amore», organizzata a Roma dal Grande Oriente e dal Collegio Distrettuale dei Venerabili Maestri del Lazio. Il video conservato offre prove visive dell’intervento di Longo all’evento, inaugurato da Giuseppe Bramucci, maestro massone. In particolare, Longo ha tenuto una conferenza dal titolo «L’eredità della Repubblica romana». Il  numero del 2014 di Logos , la rivista del Rito Scozzese Antico e Accettato in Italia, contiene un articolo scritto dal «Padre Oratore Umberto Longo 9°», membro della Loggia di Perfezione dei Maestri Segreti «Giano» a Roma. L’articolo tratta della storia, del rituale e dello sviluppo iniziatico del Rito Scozzese. Il titolo «Fr.» si usa nella pubblicazione come abbreviazione di «Fratello», mentre il numero indica il grado massonico. In particolare, il numero «9°» significa che ha raggiunto il Nono Grado del Rito Scozzese Antico e Accettato, cioè quello di Eletto dei Nove. Nel dicembre 2022, Longo ha partecipato a una conferenza su Hugo Pratt, il rinomato fumettista italiano che era massone.  La conferenza è stata organizzata dalla « Fondazione Scozzese Triveneta », un’istituzione culturale collegata al Rito Scozzese Antico e Accettato. Durante la sua conferenza, Longo descrive con notevole precisione le fasi del rituale di iniziazione massonica: la camera di riflessione, lo spogliamento dei metalli e il viaggio interiore. Le presenta non solo come oggetto di studio storico, ma come una «rappresentazione completa» che interpreta con il linguaggio proprio di chi è versato nel simbolismo dell’Ordine. Al termine della sua conferenza, Longo si colloca insieme a Hugo Pratt, a Corto Maltese e al pubblico nella stessa categoria: «Corto e Ugo sanno bene che un iniziato può essere solo un viaggiatore… Pratt e Corto incarnano tutto questo, con un sorriso gentile, senza dogmi, senza pretese di superiorità; sono gentiluomini agiati. E, dopotutto, lo siamo anche noi».

Il disobbediente Marx, premiato.

Il cardinale Reinhard Marx è stato rieletto da Leone XIV coordinatore del Consiglio per l’Economia, incarico che ricopre dal 2015. Questo avviene dopo che lo stesso Marx aveva mantenuto un aperto disaccordo con Roma riguardo alle benedizioni per le coppie dello stesso sesso. L’Arcidiocesi di Monaco ha attuato la guida «Una benedizione rafforza l’amore», che include benedizioni ritualizzate per le coppie dello stesso sesso e per le coppie divorziate risposate, nonostante il Vaticano avesse già respinto il progetto tedesco e questo rifiuto fosse stato ribadito da papa Leone XIV. Marx non ha perso il suo incarico, non è stato destituito, esiliato né sanzionato e inoltre  fu rieletto ancora una volta alla guida di uno degli organi economici più importanti della Santa Sede. Ormai si sa: «Giustizia e misericordia per gli amici, legge per i nemici». 

Roche e Leone XIV.

Quando il cardinale Arthur Roche ha dichiarato che Leone XIV non avrebbe modificato Traditionis custodes né sarebbe tornato alla disciplina introdotta da Benedetto XVI con Summorum Pontificum, le sue parole hanno inevitabilmente aperto un interrogativo: il prefetto del Dicastero per il Culto Divino stava esprimendo una propria valutazione o stava realmente trasmettendo l’orientamento del Pontefice? Nell’intervista concessa a The Tablet, Roche aveva lasciato poco margine all’interpretazione: «Papa Leone non cambierà Traditionis custodes né tornerà a Summorum Pontificum». Un documento precedente a quell’intervista, pubblicato oggi per volontà dello stesso papa Leone, permette ora di collocare quelle dichiarazioni in un quadro più preciso.

Il 29 giugno 2026, un mese prima delle parole di Roche, Leone XIV aveva indirizzato proprio al cardinale inglese una lettera dedicata alla formazione liturgica, destinata all’incontro tenutosi nell’abbazia benedettina di Mount Angel, in Oregon. Il testo affronta principalmente la formazione del popolo di Dio e l’ars celebrandi, ma contiene un passaggio che assume un peso particolare alla luce di quanto Roche avrebbe detto poche settimane dopo. Il Papa invita, infatti, a «sottolineare la necessità di fedeltà ai testi e alle istruzioni approvati» e ricorda il rispetto che tutti coloro che sono chiamati a preparare la celebrazione dei divini misteri, «e i sacerdoti in particolare», devono mostrare «verso i riti promulgati da papa san Paolo VI e papa san Giovanni Paolo II».    Leone XIV non menziona Traditionis custodes, non allude direttamente al Messale Romano del 1962 né stabilisce nuove norme sulla sua celebrazione. Nel motu proprio del 16 luglio 2021, Francesco stabilì che «i libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità con i decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano». La decisione di Leone XIV di indicare espressamente quegli stessi due Pontefici quando chiede fedeltà ai riti approvati non può, quindi, essere interpretata come un dettaglio.

Nella lettera a Roche, il Papa chiarisce che il rispetto delle disposizioni liturgiche deve nascere da un atteggiamento interiore di apertura e fiducia in Dio, «manifestando umiltà davanti alla sua grandezza e sincera fedeltà alla comunione ecclesiale». È un concetto che Leone XIV aveva già sviluppato pubblicamente nella catechesi del 27 maggio dedicata alla Sacrosanctum Concilium: in quell’occasione aveva ricordato che nessuno può aggiungere, togliere o modificare di propria iniziativa quanto stabilito in materia liturgica e aveva collegato espressamente il rispetto dei testi e degli ordinamenti della liturgia con la comunione della Chiesa.

Anche su questo terreno il parallelismo con Traditionis custodes è evidente. Francesco aveva presentato le restrizioni all’uso del Messale del 1962 proprio nel quadro di una ricerca dell’unità ecclesiale. Nella lettera ai vescovi che accompagnava il motu proprio aveva spiegato, inoltre, di voler ristabilire l’unità del Rito Romano attorno ai libri promulgati da Paolo VI e Giovanni Paolo II, indicando come prospettiva che, col tempo, i fedeli radicati nella forma precedente tornassero alla celebrazione secondo i libri della riforma conciliare. Nella versione ufficiale spagnola, Francesco parla espressamente di coloro che «hanno bisogno di tempo per tornare al Rito Romano promulgato dai santi Paolo VI e Giovanni Paolo II». Le parole pronunciate da Roche non sono altro che l’orientamento che Leone XIV gli aveva affidato personalmente. Prima ancora che il prefetto affermasse pubblicamente che il Papa non avrebbe modificato Traditionis custodes, Leone XIV gli aveva già scritto ribadendo il principio di fedeltà ai riti promulgati da Paolo VI e Giovanni Paolo II e collegandolo direttamente alla comunione ecclesiale.

Il messale del 1962.

 Cosa è realmente successo con il Messale Romano prima della riforma liturgica?. Quel Messale è stato abrogato? È stato semplicemente sostituito? E quale rapporto esiste oggi tra quella forma liturgica e la Tradizione della Chiesa? Su questo tema, è facile cadere nella trappola di contrapporre «progressisti» e «tradizionalisti»; un articolo di oggi propone di partire dai documenti.  La prima cosa da ricordare è che il Concilio Vaticano II non ha promulgato un nuovo messale. La Costituzione Sacrosanctum Concilium , approvata il 4 dicembre 1963, ha stabilito i principi della riforma liturgica. Al numero 23 leggiamo: «Per conservare una sana tradizione e, al tempo stesso, aprire la via a un progresso legittimo, la revisione di singole parti della liturgia deve essere sempre preceduta da un’attenta indagine teologica, storica e pastorale». «Non si introducano innovazioni se non quando lo richieda un vero e provato bene della Chiesa, avendo cura che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche modo, da quelle già esistenti».

Il Concilio non contrappone Tradizione Progresso . Parla di una «tradizione sana» e di un «progresso legittimo». E chiede che le nuove forme liturgiche scaturiscano «organicamente» da quelle già esistenti. Questo non significa che la liturgia non possa cambiare. Al contrario, la stessa Sacrosanctum Concilium riconosce, al n. 21, che nella liturgia esiste una parte immutabile e un’altra suscettibile di cambiamento. ( Sacrosanctum Concilium , n. 21). La questione è se una riforma possa essere autenticamente tale senza diventare una rottura con la Tradizione.

Il 3 aprile 1969, Paolo VI ha promulgato la Costituzione Apostolica Missale Romanum , che ha promulgato il Messale Romano rinnovato secondo quanto richiesto dal Concilio Vaticano II. Prima di presentare il nuovo Messale, Paolo VI ricorda il ruolo che ha svolto per quattro secoli il Messale promulgato da san Pio V nel 1570 e riconosce che ha nutrito la vita spirituale di innumerevoli cristiani e santi. La riforma non si presenta come la sostituzione di una liturgia ormai priva di valore con una liturgia finalmente autentica. Paolo VI parla di una revisione e rinnovamento del Messale Romano , collocandolo nella storia precedente della riforma liturgica, già iniziata sotto il pontificato di Pio XII. Questo fatto è importante: il nuovo Messale non nasce dal nulla e il Messale precedente non viene descritto come un errore della Chiesa.

La promulgazione del nuovo Messale ha implicato automaticamente l’abrogazione giuridica del Messale precedente? Benedetto XVI nel 2007 con il Motu Proprio Summorum Pontificum,  ha stabilito che il Messale Romano promulgato da Giovanni XXIII nel 1962 poteva essere usato e lo ha qualificato espressamente come “mai abrogato” . «Pertanto, è permesso celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgata dal Beato Giovanni XXIII nel 1962 e che non è mai stata abrogata». Benedetto XVI ha definito il Messale promulgato da Paolo VI come la forma ordinaria dell’unico Rito Romano e quello del 1962 come la forma straordinaria dello stesso Rito Romano.

La posizione di Benedetto XVI risulta ancora più chiara nella lettera ai vescovi che accompagnava Summorum Pontificum. Il Papa ha spiegato che la sua intenzione non era creare un contrasto tra due Chiese o due riti, ma riconoscere due forme di uso del rito romano e soprattutto credeva che entrambe le forme potessero «arricchirsi reciprocamente» . Non si trattava di negare il Concilio Vaticano II, ma di impedire che la riforma liturgica venisse interpretata come l’annullamento di tutto ciò che l’aveva preceduta. Si tratta di una posizione coerente con il pensiero più generale di Joseph Ratzinger.

Nel suo discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, Benedetto XVI ha contrapposto l’“ermeneutica della discontinuità e della rottura” all’“ermeneutica della riforma”, sostenendo che il Concilio doveva essere interpretato nella continuità dell’unico soggetto: la Chiesa. Per Ratzinger, quindi, la questione liturgica faceva parte di una questione ecclesiologica più ampia: la Chiesa può riformarsi senza cessare di essere se stessa.

Papa Francesco, con il Motu Proprio Traditionis custodes del 16 luglio 2021, ha abrogato espressamente le norme, le istruzioni, le concessioni e le consuetudini precedenti relative all’uso della liturgia romana prima della riforma del 1970. «I libri liturgici promulgati dai santi pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità con i decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del rito romano». La differenza con Summorum Pontificum è evidente. Nel 2007, Benedetto XVI ha riconosciuto due forme di uso del rito romano. Nel 2021, Francesco ha stabilito che i libri liturgici promulgati da Paolo VI e Giovanni Paolo II costituiscono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano . Ma dire che Traditionis custodes ha modificato profondamente la disciplina del 2007 non significa che il Messale del 1962 sia semplicemente dichiarato inesistente. L’articolo 2 stabilisce che spetta al vescovo diocesano autorizzarne l’uso nella propria diocesi. L’articolo 3 regola anche specificamente le celebrazioni secondo il Messale del 1962, indicando le condizioni, i luoghi e le responsabilità pastorali.

Il Messale del 1962 non è più, secondo la disciplina di Traditionis custodes , una seconda espressione della lex orandi del Rito Romano. Ma il suo uso continua a essere oggetto di una disciplina ecclesiastica specifica. Oggi il Messale del 1962 non è più riconosciuto dalla disciplina attuale come una seconda espressione della lex orandi del Rito Romano.  Questo non  significa che il Messale del 1962 non esistesse più giuridicamente al momento della promulgazione del nuovo Messale , allora la questione è molto più complessa. Perché nel 2007 Benedetto XVI ha affermato esplicitamente che quel Messale “non era mai stato abrogato” e non possiamo semplicemente cancellare questa dichiarazione dalla storia della Chiesa.

Il Concilio Vaticano II non ha posto la questione in termini di scelta tra conservare il passato e aprirsi al futuro. Un cattolico può amare il Messale del 1962 senza negare il Concilio, la riforma liturgica né l’autorità del Papa. Ma quando quella forma liturgica viene usata come strumento per mettere in discussione tutta la riforma conciliare, il problema cessa di essere meramente liturgico. La Chiesa non è nata nel 1970 e il cristianesimo non è nato con il Concilio Vaticano II. Una liturgia che ha plasmato generazioni di cristiani per secoli non può essere ridotta semplicemente a un errore storico che la Chiesa ha finalmente corretto. Come può la Chiesa riformare la sua liturgia senza cessare di essere fedele alla sua Tradizione? Come si può salvaguardare una tradizione liturgica senza trasformarla in un rifiuto dell’autorità legittima della Chiesa?

Se prendiamo sul serio Summorum Pontificum , dobbiamo riconoscere che Benedetto XVI ha attribuito al Messale del 1962 una permanenza giuridica che non può essere negata semplicemente in modo retroattivo. Se prendiamo sul serio Traditionis custodes , dobbiamo riconoscere che Francesco ha modificato profondamente quella disciplina e ha stabilito che i libri liturgici promulgati da Paolo VI e Giovanni Paolo II costituiscono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano. Tutti questi dati fanno parte della storia della Chiesa. La liturgia appartiene alla Chiesa e proprio per questo è troppo importante per trasformarla in una guerra tra fazioni. Dobbiamo comprendere come la Chiesa possa riformarsi senza perdere la sua memoria, e come possa preservare la sua memoria senza trasformarla in un rifiuto della riforma.

Ma, cos’è la sinodalità e a cosa serve il sinodo?

Il vescovo  Mutsaerts, vescovo ausiliare della diocesi olandese di ‘s-Hertogenbosch, ha pubblicato una lettera aperta indirizzata a papa Leone XIV in cui mette in discussione l’utilità del Sinodo sulla sinodalità.  Mutsaerts esorta a valutare il Sinodo alla luce di indicatori concreti, invece di basarsi sul numero di riunioni organizzate o di rapporti redatti: la partecipazione alla messa domenicale, le vocazioni sacerdotali, la pratica della confessione e la trasmissione della fede alle nuove generazioni. In questi ambiti, scrive, il rendimento delle diocesi dell’Europa occidentale continua a essere deludente, e l’energia dedicata a questioni di governo sembra sproporzionata rispetto alla gravità della crisi pastorale attuale.

Il vescovo insiste sulla distinzione tra una fede ricevuta per trasmissione apostolica e una fede ricostruita mediante la consultazione, sostenendo che la verità cattolica non può dipendere dal consenso dei fedeli consultati. Da qui la sua obiezione più incisiva: nei testi sinodali, si corre il rischio di invertire l’ordine dell’ascolto, anteponendo le aspettative del mondo contemporaneo alle Scritture e al Magistero, quando la tradizione esige il cammino opposto: quello della conversione.

Si dedica ampio spazio alla dimensione liturgica, definita come una prova di fuoco dello stato di salute ecclesiale, e a un parallelismo storico con l’evoluzione delle comunità protestanti, dove Mutsaerts si chiede se il maggiore accento posto sulla partecipazione amministrativa abbia realmente prodotto un rinascimento spirituale altrove. Contrappone queste strutture all’esempio dei santi, da Francesco d’Assisi a Caterina da Siena e Giovanni Paolo II, la cui capacità di riforma è nata, secondo quanto sostiene, da vite radicalmente consacrate più che da documenti programmatici.

Il nunzio del Marocco a Gibilterra.

Già, proprio voglia di creare un inutile pasticcio.  «I Servizi Culturali di Gibilterra (Gibraltar Cultural Services, GCS), a nome dei ministeri della Cultura e del Turismo, hanno il piacere di confermare che monsignor Alfred Xuereb, molto legato alla figura di papa Josef Ratzinger e di papa Francesco, parteciperà all’edizione 2026 del Festival Letterario di Gibilterra Gibunco». È stato segretario privato di papa Benedetto XVI dal 2007 al 2013, e di papa Francesco dal 2013 al 2014 e attualmente esercita come Nunzio Apostolico in Marocco. Nel quadro del Festival, monsignor Xuereb presenterà il suo libro Mis giorni con Benedicto XVI (My Days with Benedict XVI), che offre uno sguardo intimo sulla vita quotidiana del Pontefice e sulla sua testimonianza di fede. Il Ministro della Cultura e del Turismo, Christian Santos, ha indicato: “Sono felice che monsignor Xuereb faccia parte del nostro Festival. Il suo libro è affascinante e sono convinto che il tema susciterà grande interesse nel nostro pubblico. Il nostro obiettivo è offrire una selezione varia di generi e temi letterari. Le esperienze del Monsignore e i suoi ricordi del tempo condiviso con due Papi sono storie da non perdere.”

Vescovi cattolici poco cattolici.

Ogni giorno abbiamo casi che indicano la ristrettezza della mitria di tanti nostri vescovi, molto sinodali, senza dubbio, ma poco cattolici.  Lo stesso giorno, l’arcivescovo di Montes Claros, José Carlos Campos, ha consacrato la sua arcidiocesi a san Michele, un altro vescovo, Vicente Ferreira  ha criticato la consacrazione a san Michele Arcangelo, suggerendo che il diavolo è «più che altro immaginario». «Esistono giustificazioni teologiche per la consacrazione a san Michele? La consacrazione è a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo», ha scritto il vescovo Vicente Ferreira il giorno X la settimana scorsa. «Forse il diavolo contro cui lottiamo non è più che immaginario?».  “Il più grande esorcismo dovrebbe essere: dall’omofobia, dal femminicidio, dal razzismo, dai crimini contro i popoli indigeni. Da quella legione di mali”.  «Qual è la tua religione? Dovresti convertiti al cattolicesimo», ha scritto un utente di X. «Alla tua età, preoccuparti di queste sciocchezze progressiste non ti porterà in cielo. Dovresti preoccuparti di salvare la tua anima». Un altro  utente dei social media ha commentato: «Per questo vescovo, la Chiesa non è in comunione con i santi; il Nunzio Apostolico dovrebbe essere al corrente delle pubblicazioni di questo vescovo. Esistono già 34 diocesi dedicate a san Michele Arcangelo in Brasile». Il vescovo Ferreira è noto per i suoi sublimi ragionamenti e ha anche affermato pubblicamente che esiste un “comunismo biblico”. Dom Vicente Ferreira è vescovo della Diocesi di Livramento de Nossa Senhora nello stato di Bahia, Brasile.

L’ex vescovo di Broome, Christopher Saunders, è stato condannato a 76 anni di carcere per 13 reati sessuali. I reati risalgono al 2008 e si ritiene che siano stati commessi contro due giovani aborigeni.  Il caso è emerso nel 2020 , quando le prime denunce hanno provocato uno scandalo nella diocesi australiana, ma le indagini iniziali non hanno portato a imputazioni. Solo negli anni successivi, nuove testimonianze e un fascicolo di oltre 200 pagine hanno riaperto il caso, portando al suo arresto nel 2024La polizia australiana aveva già condotto due indagini sul caso di Saunders, tra il 2018 e il 2020 , ma senza presentare imputazioni. La procura ha ritenuto che non ci fossero prove sufficienti per procedere. La situazione è cambiata dopo l’emergere di nuovi rapporti derivanti da un’indagine avviata dal Vaticano dopo le dimissioni di Saunders nel 2021. Queste nuove informazioni hanno spinto la polizia australiana a riaprire l’indagine, portando all’arresto del vescovo nel febbraio 2024. Dopo il rilascio su cauzione, sono iniziati i procedimenti giudiziari , conclusisi ieri con la sua condanna.

Al momento del suo arresto nel 2024, Saunders era stato accusato di  19 reati , tra cui penetrazione non consensuale, aggressione sessuale e condotta indecente contro due giovani indigeni tra i 16 e i 18 anni. La sentenza di ieri ha dichiarato l’ex vescovo colpevole di  13 dei 19 capi d’accusa .  Tim Norton, attuale vescovo della diocesi di Broome, ha espresso gratitudine agli investigatori e alle autorità giudiziarie, nonché la sua solidarietà alle vittime . «Rincresce profondamente il dolore che hanno subito. Sentiamo la vergogna che hanno dovuto sopportare. Ci rincresce che ci sia voluto così tanto tempo perché la loro voce fosse ascoltata e il loro dolore riconosciuto». Sarebbe interessante analizzare chi siano stati i responsabili della nomina di questo vescovo; sono troppi i casi che ci indicano che il sistema di scelta dei vescovi fallisce troppo e nessuno si assume la responsabilità. 

L’omosessualità nella Chiesa dell’America Latina.

È il tema di un lungo articolo della rivista America dei gesuiti. «Da questi echi e a proposito della recente visita di papa Leone XIV in Spagna, mi trovo a riflettere sulla chiesa latinoamericana e, in particolare, su quella dominicana. Penso a una chiesa che la sua stessa realtà ha continuamente chiamato a uscire incontro al marginalizzato e al ferito. Penso anche alle occasioni in cui non ha risposto a quel richiamo. Poche realtà evidenziano questa assenza con maggiore chiarezza del rapporto, o della sua assenza, della nostra gerarchia ecclesiastica con le persone LGBTIQ+. In altre parole, la legge non abbraccia la realtà dell’esperienza umana; l’amore sì».

«Sebbene questa riflessione si concentri sul collettivo LGBTIQ+, sarebbe ingiusto non riconoscere che dinamiche simili riguardano altri gruppi umani: la comunità migrante, in particolare quella haitiana; i dominicani di ascendenza haitiana, privati anche di diritti fondamentali come il nome o la nazionalità; e le donne, soprattutto quelle povere e razzializzate».  «Più di 35 anni fa ho contemplato persone che morivano: alcune convinte della propria indegnità, piene di odio verso se stesse; molte altre piene anche di odio verso Dio con cui, credo, stavano per incontrarsi. Tutte private dell’attenzione, del conforto o anche della semplice presenza di una chiesa chiamata a essere riflesso di Cristo sulla terra. Tuttavia, è stato proprio lì che ho anche compreso che la fede trova senso pieno solo quando ci conduce all’incontro con Dio a partire dalla dignità umana».

Padre Kolbe.

Massimiliano Maria Kolbe, il sacerdote che nel 1941 si offrì al posto di un padre nel bunker di Auschwitz, rimane nella memoria collettiva principalmente per quell’atto estremo. Meno nota è la sua traiettoria come editore, che ha anticipato con decenni di anticipo idee che oggi diamo per scontate sulla scala, la tecnologia e la trasmissione culturale del messaggio di fede. Nato come Rajmund Kolbe a Zduńska Wola nel 1894, entrò nell’Ordine Francescano Conventuale e studiò filosofia e teologia a Roma. Ancora studente, nel 1917 fondò la Milizia dell’Immacolata, un’associazione laica destinata a contrastare la propaganda anticlericale dell’epoca mediante mezzi spirituali e culturali. Da qui nacque Rycerz Niepokalanej, il Cavaliere dell’Immacolata, cinque anni dopo. Concepito fin dal primo numero come uno strumento di propaganda religiosa rivolto a un pubblico ampio, con l’ambizione dichiarata di trascendere i limiti della comunità devota. La sua crescita fu vertiginosa: la redazione si trasferì da Cracovia a Grodno e, infine, a partire dal 1927, al convento di Niepokalanów, fondato appositamente per questo scopo vicino a Varsavia.

Nel frattempo, Niepokalanów divenne qualcosa di più di un convento: una cittadella autonoma abitata da quasi mille frati, novizi e seminaristi, con la propria tipografia industriale, panetteria, stazione dei pompieri e centrale elettrica. Ottocento chierici lavoravano senza sosta nella redazione, stampa e distribuzione di libri, opuscoli e pubblicazioni periodiche. Kolbe vi installò anche una stazione radio, Radio Niepokalanów, in grado di raggiungere gran parte della Polonia, e progettò uno studio cinematografico, un servizio televisivo sperimentale e un aeroporto per accelerare la distribuzione della stampa: progetti che lo scoppio della guerra nel 1939 lasciò irrealizzati. Questa curiosità tecnica non fu frutto di un impulso del momento: ancora adolescente, nel 1915, Kolbe aveva presentato uno schizzo di un aereo a razzo di sua invenzione all’ufficio brevetti; un dettaglio biografico minore, ma rivelatore di una mente abituata a trattare la tecnologia come un territorio da abitare, non da cui fuggire.

L’iniziativa più ambiziosa si ebbe nel 1935 con la fondazione del Mały Dziennik, il Piccolo Giornale: un quotidiano popolare, disponibile in edicola tutti i giorni, con circa 130.000 copie nei giorni feriali e oltre 200.000 la domenica, uno dei più diffusi nella Polonia tra le due guerre, ben oltre i limiti della stampa confessionale. Kolbe lo concepì come uno strumento per plasmare l’opinione pubblica sull’attualità, capace di trasmettere sensibilità cattoliche attraverso la presentazione di notizie e commenti, in un’operazione che oggi si definirebbe inquadramento editoriale.

Per ampliare il suo pubblico di lettori, il giornale adottò uno stile deliberatamente sensazionalistico, affermando apertamente di basarsi su un «sano sentimento». Kolbe fu il suo creatore e direttore spirituale; la direzione editoriale spettò al padre Marian Wójcik.  Dopo essere arrivato a Nagasaki nel 1930 senza sapere una parola di giapponese, nel mese del suo arrivo pubblicò il primo numero di Rycerz in un’edizione locale. Cinque anni dopo, quel giornale giapponese aveva raggiunto una tiratura di 65.000 copie. Il convento che vi fondò, Mugenzai no Sono, sorge su un pendio che gli abitanti del luogo considerano sfavorevole secondo i criteri tradizionali di orientamento degli edifici, una scelta che si rivelò provvidenziale quindici anni dopo, quando quella posizione protetta salvò l’edificio dalla bomba atomica sganciata su Nagasaki. Oggi quella zona della città concentra la maggiore popolazione cattolica del Giappone.

«…esulta il mio spirito in Dio mio Salvatore».

Buona lettura.

 

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