Quando si parla della salute del Papa ci si addentra in terreni scivolosi e bisogna cercare, almeno, di essere il più precisi possibile, per onestà e per rispetto verso il Papa. I dati sono quelli che sono e le voci o altri tipi di informazioni vanno presentate come tali. Lo ripetiamo oggi perché oggi ne abbiamo più bisogno che ieri e, si presume, entriamo in una fase inattesa del pontificato molto delicata per quanto riguarda l’informazione.
Alle 8:40 del mattino, ora di Roma, l’Ufficio Stampa della Santa Sede ha diffuso sul suo canale Telegram una sola frase:
«La notte del Papa è trascorsa tranquilla. Ulteriori informazioni nel corso della giornata». È tutto ciò che la Santa Sede ha detto dal bollettino di ieri sera e, alla chiusura di questa edizione, la seconda comunicazione annunciata non era ancora arrivata.
La parola del giorno, invece, è arrivata ieri sera alle 21:53 ed è
adenocarcinoma. La seconda parola del giorno si trova in una proposizione subordinata dello stesso documento, ed è proprio a quella subordinata che la stampa italiana ha dato oggi più peso di quanto il testo regga.
Il bollettino delle 21:53
Il
Bollettino dell’Ufficio Stampa ha pubblicato ieri sera il comunicato firmato dal dottor Luigi Carbone e dal professor Stefano Margaritora. Esiste
la versione ufficiale in italiano e la versione ufficiale in spagnolo, quindi non c’è bisogno che lo traduca nessuno. Dice così:
«Il Santo Padre si è sottoposto, come programmato, a un intervento di chirurgia toracica. Per garantire la radicalità dell’intervento, è stato asportato il lobo inferiore del polmone destro con tecnica video-assistita. L’esame istologico intraoperatorio ha confermato la diagnosi di adenocarcinoma polmonare, come sospettato dagli esami preoperatori. Il Santo Padre è rimasto in sala operatoria per circa 3 ore; la durata dell’intervento è stata di circa 90 minuti. L’intervento è riuscito e non si sono presentate complicazioni. Dopo l’intervento, il Papa si è svegliato normalmente e, dopo un breve periodo di osservazione, è tornato nella sua stanza situata al decimo piano.»
Prima di questo, verso le 19:50, era uscita su Telegram una nota più breve che non è arrivata al Bollettino: l’intervento si era concluso
«positivamente, nei tempi e nei modi previsti» e il Papa era tornato in camera. Matteo Bruni ha aggiunto a voce, riportato da AgenSIR, che
«prima di andare via, ho sentito che il Papa chiedeva la cena» e che il giorno successivo sarebbero stati fatti i primi esami postoperatori. Il «sveglio e orientato» che ha circolato tutto il giorno non è di Bruni: è una redazione di Salvatore Cernuzio su Vatican News.
La copertura del bollettino è stata, nella maggior parte dei casi, il bollettino stesso.
ANSA,
Agenzia Nova,
Il Tempo,
Editoriale Domani e
EWTN lo hanno ripreso con pochi aggiunte. Il pezzo più pulito è quello di Biagio Chiariello su
Fanpage, che è anche l’unico a dire espressamente ciò che il comunicato non dice.
Libero si è fermato a metà: il corpo annunciava l’operazione per «questo pomeriggio» mentre un riquadro laterale la dava già conclusa, e la direzione della pagina diceva «tumore» quando il testo diceva solo «nodulo».
La7 ha pubblicato il video senza testo e
Repubblica, con la firma di Michele Bocci e Iacopo Scaramuzzi, l’ha lasciato dietro il paywall.
Ciò che il bollettino non dice
La lista serve, perché è lunga e perché tutto ciò che oggi è stato pubblicato in più deriva dal riempirla. Il comunicato non indica lo stadio, né clinico né patologico. Non menziona i linfonodi, né la linfoadenectomia, né il loro stato. Non dice una parola su chemioterapia, radioterapia o terapia mirata. Non dà una prognosi: l’unica valutazione che contiene riguarda l’atto chirurgico. Non annuncia l’istologico definitivo né fissa una scadenza. Non dice quando ci sarà un nuovo bollettino. E non menziona il viaggio in Uruguay, Argentina e Perù.
Né dice che non sia rimasta malattia. Il testo spiega che è stato asportato il lobo
«al fine di garantire la radicalità dell’intervento»: la radicalità è l’obiettivo dichiarato della tecnica, non una constatazione. Diversi pezzi hanno trasformato questo in «asportazione totale» —
askanews e la stessa cronaca di Vatican News di oggi, che scrive «l’eliminazione totale di un adenocarcinoma polmonare»—, ed è un salto redazionale, non del documento. La settimana di ricovero non è nemmeno nel bollettino: l’ha detta Bruni l’11.
E poi c’è ciò che circola senza firma. Davide Falcioni attribuisce oggi su
Fanpage a «fonti vaticane» che il tessuto è stato asportato completamente e che per ora non sono previsti cicli di chemioterapia. Può essere vero. Non è in nessun documento, bisogna essere seri su argomenti così delicati, almeno qui ci proveremo senza nascondere le informazioni.
«Come sospettato dagli esami preoperatori»
Questa è la subordinata. Domenica 11, nell’Angelus, il Papa ha detto —testo ufficiale— che i medici gli avevano trovato
«un nodulo localizzato nel polmone», che era stato individuato
«ancora in una fase molto precoce» e ben localizzato, che i medici ritenevano opportuno intervenire e che l’operazione era già programmata. Non ha usato la parola tumore. Né ha detto che fosse benigno: non ha qualificato il nodulo.
I due testi si possono mettere uno accanto all’altro, ed è legittimo farlo. Ciò che non si può fare è fare il passo successivo, e qui bisogna essere precisi:
preoperatori significa precedenti all’operazione, non precedenti all’Angelus. Tra mezzogiorno di domenica e la sala operatoria di martedì pomeriggio sono passati due giorni, e Bruni ha parlato il 13 di «primi esami postoperatori» per il giorno successivo, il che presuppone una serie preoperatoria immediata. Nulla di pubblicato permette di collocare il sospetto di malignità alla domenica.
Degli esami in questione non si sa nulla documentalmente: né data, né tipo, né centro. L’unico dato ufficiale sull’origine del reperto sono le parole dello stesso Papa,
«recentemente, durante un controllo», e una precisazione orale dell’Ufficio Stampa il 12, rispondendo ai giornalisti: il nodulo è emerso in controlli di routine. Non ci sono TAC, né PET, né biopsia con data e centro. Quotidiano Nazionale lo ha scritto l’11 con tutte le lettere: nessuna conferma ufficiale di una biopsia precedente. Il resto —i disturbi respiratori, l’infiammazione che si sospettava inizialmente, il controllo dopo il viaggio in Francia— è ricostruzione senza fonte, e in qualche caso al condizionale.
In senso contrario, e nemmeno questo chiude nulla: domenica il Papa ha già detto che i medici ritenevano opportuno intervenire e che l’operazione era programmata, il che presuppone immagini e decisione chirurgica precedenti. Cosa mostrassero quelle immagini è, esattamente, ciò che non è documentato.
«E il Papa se lo aspettava»
Questa frase l’ha scritta
ANSA ieri sera, senza firma e senza fonte, insieme a un’altra dello stesso tenore: il verdetto «era in un certo senso atteso». È un’attribuzione di stato mentale a un malato, è l’affermazione più forte che è stata pubblicata oggi ed è la meno sostenuta. La stessa cronaca aggiunge che il risultato «mette in forte dubbio» il viaggio e che il Papa ha voluto operarsi presto «anche per cercare di salvare il viaggio». Sono inferenze del redattore, presentate come fatti.
La segnalazione esplicita l’ha fatta
Silere non possum con un’avversativa: il bollettino spiega, «tuttavia», che gli esami precedenti all’intervento facevano già sospettare un adenocarcinoma. È la formulazione più precisa delle tre, perché dice ciò che dice il documento e non di più.
Il Fatto Quotidiano ha scelto la terza via questa mattina: ha messo il «nodulo localizzato» dell’Angelus e la subordinata del bollettino uno dopo l’altro, senza commento. Lascia la conclusione al lettore, che è un modo per scriverla senza firmarla.
Nessuno ha chiesto pubblicamente all’Ufficio Stampa quando sia sorto il sospetto di malignità né cosa sapesse il Papa domenica, o la domanda non risulta. È una lacuna, non un silenzio accusatorio. E un malato non ha l’obbligo di dare la sua diagnosi da una finestra.
I medici che non hanno visto il paziente
Pochi ore dopo il bollettino c’erano già specialisti con nome e cognome che si pronunciavano su un paziente la cui storia clinica non è uscita dal Gemelli. Su ANSA, Edoardo Mercadante, direttore di chirurgia toracica dell’Istituto Nazionale dei Tumori Regina Elena, sostiene che
«le prossime 24 o 48 ore saranno le più delicate per stabilire l’evoluzione» e che
«è presumibile che, in assenza di cambiamenti nel quadro generale, il Papa possa lasciare l’ospedale in cinque o sei giorni». Nello stesso pezzo chiede di conoscere lo stato dei linfonodi asportati e il profilo molecolare. Chiede i dati che non ha e pronostica la dimissione senza di essi.
Massimo Di Maio, presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica, resta un passo indietro: bisogna aspettare l’istologico definitivo,
«ma il trattamento scelto con la chirurgia ha comunque un intento curativo». E l’unico che dice di non sapere è Marcello Tiseo, di Parma, che su Adnkronos dichiara espressamente di non conoscere le condizioni cliniche del Papa e si limita a cifre generali. Il contrasto si scrive da solo.
Caso a parte è
Papa Leone XIV, è un tumore al polmone: asportato un lobo. Le nuove cure dopo l’intervento, di Daniele Amoruso su Mondosanità, che non cita un solo medico. Dice due volte, e a ragione, che non si può stabilire se sarà necessario un trattamento aggiuntivo perché non si conoscono né lo stadio né le analisi molecolari. E subito dopo pubblica percentuali di sopravvivenza degli studi ADAURA e ALINA sotto un titolo che inizia con il nome del Papa. La protezione e la cifra, nella stessa pagina. La fotografia che lo illustra, con la didascalia «il Papa al suo arrivo al Gemelli», reca la scritta «immagine generata con IA».
Il chirurgo e i sette nomi
Il bollettino dà i sette, il che non è poco per l’usanza della casa. Ha operato l’equipe di Stefano Margaritora —
professore ordinario di chirurgia toracica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, direttore dell’unità di chirurgia toracica del Policlinico Gemelli e della scuola di specializzazione, più di quattrocento pubblicazioni, esperto della tecnica video-assistita con cui ha operato— con Elisa Meacci, Maria Teresa Congedo e Leonardo Petracca Ciavarella. Anestesia: Massimo Antonelli, Giovanni Punzo e Giuseppe Bello.
La grafia corretta è Petracca Ciavarella, come figura nel Bollettino e nella pagina dello stesso Gemelli. Il «Petracca Caravella» che ha circolato è un errore di
askanews. E ANSA scrive che l’equipe chirurgica era «composta da sette medici» per poi nominarne quattro: confonde i chirurghi con il totale. Le due donne del bollettino, Meacci e Congedo, fanno parte dell’equipe chirurgica.
Luigi Carbone, che firma il comunicato insieme a Margaritora, è il direttore della Sanità e Igiene del Governatorato e medico personale del Papa. Non è chirurgo e non ha operato. Qualche riassunto automatico lo ha già promosso. Secondo askanews, in sala operatoria c’erano anche Carbone, il comandante della Gendarmeria Gianluca Gauzzi Broccoletti e i due segretari personali; questo non è nel bollettino.
Il fratello
Louis Prevost ha parlato ieri con la rete statunitense NewsMax e lo riporta oggi
Fanpage:
«Sta in buone condizioni e in buone mani. Speriamo per il meglio». Sulla diagnosi,
«quello che hanno trovato era brutto, ma l’hanno asportato tutto». Lui stesso sta seguendo un trattamento oncologico a Tampa. Repubblica titola inoltre una sua frase che non abbiamo potuto verificare nel corpo dell’articolo, «guarirà»; la lasciamo lì come ciò che è, un titolo.
La gente alla porta
La cronaca di Victoria Cardiel per EWTN,
L’affetto dei fedeli avvolge il Papa al Gemelli: «Non abbiamo fatto altro che pregare», non dà cifre e parla due volte di centinaia di persone davanti al policlinico da quando l’auto è entrata, alle 13:07. Rosa Pacheco, turista spagnola, portava un’immagine della Macarena:
«Porto sempre con me qualche immagine della Confraternita della Macarena o della Vergine del Rosario. Ho cercato di farla arrivare al Santo Padre perché possa accompagnarlo durante l’operazione». Suor Faustina e suor Nadege, burundesi, studentesse di infermieristica a Roma, danno il titolo:
«Non abbiamo fatto altro che pregare per la sua salute».
Dallo stesso pezzo esce un dato che non è nel Bollettino e che dà Nicola Cerbino, capo stampa del Gemelli: l’appartamento papale tradizionale del decimo piano è in ristrutturazione, e le stanze usate da Giovanni Paolo II e Francesco sono interessate, quindi il Papa occupa un’altra zona dello stesso piano. Giovanni Paolo II chiamava il Gemelli «Vaticano numero tre». Il ricovero di ieri è il secondo della vita di Leone XIV: il primo fu nel 1985, per febbre tifoidea, in una clinica di Piura, quando era missionario a Chulucanas e aveva trentun anni.
Il rosario del vicario
Alle sei del pomeriggio, nella cappella San Giovanni Paolo II dello stesso policlinico, il cardinale Baldo Reina, vicario generale per la diocesi di Roma, ha presieduto il rosario con i misteri dolorosi davanti a più di cento persone: malati, familiari e personale sanitario. Lo ha trasmesso Tv2000 e lo hanno recitato alla stessa ora parrocchie e comunità di tutta la diocesi. Reina ha pregato per
«il nostro Vescovo il Papa Leone» e ha chiesto:
«dategli salute e conforto perché possa continuare a servire la vostra Chiesa», con invocazione a Maria, Salute degli infermi.
Tagle presiede una messa
L’incontro per i dieci anni di
Amoris laetitia si chiude questa mattina con una messa in piazza San Pietro, presieduta dal cardinale Luis Antonio Tagle. A quest’ora Tagle celebra in piazza San Pietro, torniamo alle terribili immagini di una piazza vuota, con l’aggravante che era preparata per ciò che ora è più frequente, l’obelisco non è solo solitario, è circondato da sedie vuote. Gli occhi di tutti e l’informazione sono al Gemelli e ciò che i dotti di Amoris Laetitia abbiano ragionato o meno non interessa a nessuno. In piazza vediamo l’ombra lunga di un pontificato che non finisce di finire ed è l’immagine viva che il sofferente Popolo di Dio ha voltato le spalle a tanta sciocchezza.
La scheda ufficiale su vatican.va è scarna ed è quella che conta: la celebrazione è «presieduta dal cardinale Luis Antonio G. Tagle, Decano del Collegio Cardinalizio». Nessuna formula di supplenza. Padre Giacomo Costa lo ha detto altrettanto chiaramente: la celebrazione è stata
«affidata dal Santo Padre al cardinale Tagle». Un incarico delegato. Alla chiusura di questa edizione non c’era testo di omelia, ci dicono che si limiterà a leggere ciò che era preparato per Leone XIV, per ora nulla su vatican.va né Bollettino del 14. Tagle è
decano dal 9 ottobre scorso e
la messa di oggi era convocata dal 1° ottobre, quando nessuno parlava di noduli. Il congresso, da parte sua,
ha accompagnato l’intervento con la preghiera e l’augurio di una pronta guarigione, si vedono molto spaesati, un po’ dicendo: «che ci facciamo qui», «a chi interessa ciò che facciamo».
Ciò che fa un decano
Parte della stampa italiana ha passato la settimana titolando con la parola «sostituto». TGCom24 è arrivato a
«Chi è il cardinale Tagle che “sostituisce” papa Leone ricoverato» —con le virgolette messe, questo sì, e con un corpo che non afferma supplenza di governo, solo la presidenza della messa—, e per quella strada sono andati Il Sussidiario, Trend-online, BolognaToday, TheSocialPost e Leggo, che nel proprio indirizzo web arriva a «vicepapa». Il titolo funziona. Il diritto, no.
Il decano del Collegio Cardinalizio non ha potestà di regime: il canone 352 §1 lo chiama
primus inter pares e gli nega espressamente autorità sugli altri cardinali. Le sue competenze sono di sede vacante, e così lo spiegava
Enrico Lenzi su Avvenire il 9 ottobre, giorno della nomina, senza bisogno di citare il canone: convocare il conclave e presiedere il Collegio quando la sede è vacante, e, se non ha compiuto gli ottant’anni, dirigere i lavori e raccogliere l’accettazione dell’eletto. Un Papa malato non apre la sede vacante e il diritto canonico non prevede alcuna supplenza finché non la apre. Ciò che fa Tagle oggi è celebrare una messa che gli ha affidato il Papa.
Il rapporto che il Papa non vuole pubblicare
Il riassunto di sintesi dell’incontro continua a non essere pubblicato, e non per un incidente di calendario. Lo ha raccontato padre Costa il 12:
«il Santo Padre ha chiesto che il Riassunto di sintesi non sia pubblicato, perché voleva ascoltarlo», e
«si riserva di riceverlo e, una volta uscito dall’ospedale, poter riprendere i materiali e dire la sua parola». Dieci anni di
Amoris laetitia, una settimana di lavori nell’Aula Paolo VI e un documento che aspetta in un cassetto che l’autore dell’ultima parola esca dal Gemelli.
L’anteprima di venerdì
Venerdì 16 alle 11:30, alla Festa del Cinema di Roma, va in anteprima
Pétros ení. Alla scoperta delle origini, documentario di AF Films —i produttori Frank Ariza e Manu Vega— con Vatican Media e la Fabbrica di San Pietro, diretto dalla spagnola Paula Ortiz, con sceneggiatura di Andrea Tornielli e consulenza archeologica di Pietro Zander. Guida lo spettatore per la basilica l’attore Chris Pratt, che dichiara che è stato
«un onore incredibile collaborare con Papa Leone e con il Vaticano in questo progetto». Nelle sequenze finali appare il Papa, che
«eccezionalmente si è concesso alle riprese di un’équipe cinematografica», raccontando la figura di Pietro e il senso della sua tomba. L’annuncio è del 12. L’anteprima cade tre giorni dopo la lobectomia. Nessuno l’ha spostata, per ora.
Silere non possum riscrive il Bollettino
Abbiamo letto i tre pezzi che il sito ha pubblicato ieri. Il primo,
Come è andato l’intervento chirurgico di Leone XIV, è un flash di agenzia che ricalca la nota delle 19:50 e lo riconosce. Il secondo,
Il nodulo al polmone di papa Leone XIV era un tumore, ed è stato asportato, è stato letto in questi giorni come se portasse esclusivi: i sette nomi dell’equipe, le tre ore di sala operatoria e i novanta minuti di intervento, il decimo piano, la biopsia intraoperatoria. Ci sono tutti, letteralmente, nel comunicato della Sala Stampa. Il resto è un fascicolo divulgativo sull’adenocarcinoma, corretto e senza fonte citata. Dato proprio netto: nessuno.
E accusa Vatican News di fare giornalismo
Il terzo,
Leone XIV, il ricovero e lo spettacolo di Vatican News, firmato S.V., è un’altra cosa. Rimprovera ai media vaticani che, avendo il Papa chiesto preghiera e discrezione, abbiano risposto con
«cronache minuziose, dettagli sugli spostamenti, indiscrezioni familiari e un racconto che pone interrogativi sulla deontologia giornalistica». Alcuni dei capi d’accusa sono verificabili contro
la cronaca del ricovero: che siano state pubblicate l’ora di uscita, l’accesso utilizzato e l’ora di arrivo, e che sia stato descritto un elicottero sulla piazza allo scopo di distrarre la gente dall’auto su cui viaggiava il Papa. Che il racconto segua il Pontefice fino all’ascensore del decimo piano è verificabile; che questo
«sfiori il voyeurismo» è una valutazione, e legittima.
C’è poi una seconda metà che non riproduciamo. Dopo aver alluso a fughe di notizie sulla sicurezza, l’articolo spara tre cognomi senza nome di battesimo, senza carica e senza un solo fatto, e aggiunge che «i nomi parlano da soli». Non parlano: insinuano. Lo stesso vale per un’accusa contro un redattore di Vatican News che implica una persona identificata con nome ed età, per un giudizio sul carattere di Tornielli nei corridoi del Dicastero e per un’attribuzione di intenzioni economiche a un altro giornalista. Niente di tutto questo è documentato, e un sito che ha appena riscritto il Bollettino presentandolo come ricostruzione propria non è nella posizione migliore per dare lezioni di deontologia. C’è un dettaglio dell’articolo che regge da solo, ed è il migliore che ha: l’etichetta
utm_source=chatgpt.com appesa a un link all’interno di un pezzo di Vatican News. Se c’è, c’è.
Il viaggio, da «senza alcun cambiamento» a «bisogna aspettare»
Il viaggio apostolico in Uruguay, Argentina e Perù è fissato dal Bollettino del 5 agosto dal 6 al 17 novembre, con Montevideo, Paysandú e Florida; Buenos Aires, Córdoba e Luján; Lima, Chiclayo, Cusco e Pucallpa. Dal bollettino di ieri sera, nessun organo della Santa Sede ha detto nulla al riguardo. L’ultima voce vaticana localizzabile è Bruni a Cadena 3, in parafrasi e senza data di dichiarazione, pubblicata ieri alle 7:58 del mattino: prima dell’operazione e prima della diagnosi.
Ciò che è cambiato in ventiquattr’ore sono le Chiese locali. Il cardinale Daniel Sturla, arcivescovo di Montevideo, ha dichiarato a Telemundo, riportato da ANSA questa mattina presto, che
«è possibile che i medici non lo lascino venire ora» e che possa venire più avanti. Il governatore regionale di Lambayeque, Jorge Luis Pérez, lo ha detto senza giri di parole:
«la prima cosa è la salute del santo padre» e
«la visita può essere vista dopo; non è prioritaria in questo momento». Il cardinale Carlos Castillo, arcivescovo di Lima, ha chiesto in una meditazione del mese del Signore dei Miracoli
«che si ritardi tutto il necessario perché guarisca bene». E il portavoce dell’arcivescovado di Lima, Juan José Dioses, ha invitato a non anticipare «possibili cancellazioni o rinvii». L’11 ottobre il ministro peruviano Juan Sheput diceva che la visita continuava «senza assolutamente alcun cambiamento».
Il Tempo e Ottopagine continuano a titolare che il viaggio «resta confermato», e quel confermato risale a Bruni prima della sala operatoria. La Capitale titola già dubbi. Ciò che resta in piedi è ciò che ha detto lo stesso Papa domenica, ringraziando per le preghiere per la visita pastorale che realizzerà in Perù. Ciò che deciderà è il referto istologico definitivo, che non c’è.
Schneider e la comunione sulla lingua
Circola in questi giorni, via
MessaInLatino, una dichiarazione di Athanasius Schneider:
«Sì, la prima cosa da fare per ristabilire la salute del corpo della Chiesa è fermare la Comunione sulla mano», e
«dobbiamo assicurarci sempre che la Comunione sia ricevuta effettivamente in ginocchio e sulla lingua», perché ritiene che la comunione sulla mano
«abbia causato irriverenza e sacrilegi nella Chiesa». Vale la pena sapere da dove viene. Non è una conferenza né un libro nuovo: è un’intervista che gli ha fatto Niwa Limbu e che Aldo Maria Valli ha pubblicato sul suo blog
Duc in altum il 26 settembre, quasi tre settimane fa. E non si appoggia sui documenti che ci si aspetterebbe: Schneider menziona l’anno 1969 e la consultazione di Paolo VI ai vescovi nel 1968, ma non nomina
Memoriale Domini, e
Redemptionis Sacramentum non appare affatto. Rimanda al suo stesso opuscolo
Dominus Est, a
Mater Populi Fidelis e al Concilio.
Marx e la nave in cantiere
La frase ha fatto il giro:
«La Chiesa non è una nave che affonda, è solo in ristrutturazione». L’ha detta il cardinale Reinhard Marx il 9 ottobre a Ohlstadt, nell’assemblea plenaria autunnale del Consiglio Diocesano dei Cattolici di Monaco, e l’ha raccolta l’agenzia KNA. Ha parlato di una nuova attività e di una nuova fiducia nelle parrocchie e negli organi, con un atteggiamento che «non è rassegnato, ma positivo».
Il contesto non era quello che gli è stato attribuito. Marx non parlava di cifre di uscite, né di finanze, né di abusi: annunciava che il 13 marzo 2027 renderà conto pubblicamente della sua gestione per la prima volta davanti a un’assemblea diocesana.
LifeSiteNews, che firma Andreas Wailzer, dà la frase correttamente e aggiunge per conto suo gli aggettivi —arcivescovo «eterodosso», documenti «eretici»— e una cifra di aborti che non è di Marx né del discorso. Separare i due strati costa poco e risparmia fastidi.
Le cifre tedesche, nel caso servissero, sono della statistica della Conferenza Episcopale pubblicata il 16 marzo di quest’anno: 307.117 uscite formali nel 2025 e 19.219.601 cattolici, dopo un calo netto di 549.636 persone nell’anno. Le uscite scendono leggermente rispetto all’anno precedente, motivo per cui lì si è titolato che la Chiesa si restringe più lentamente. Che una nave in cantiere perda mezzo milione di passeggeri all’anno è un contrasto nostro, non di Marx né dell’agenzia.
E concludiamo con il vangelo del giorno, che oggi è di quelli che infastidiscono.
«… trascurate la giustizia e l’amore di Dio» (Lc 11, 42).
E la preghiera che questa settimana tocca recitare con più intensità.
«Oremus pro Pontifice nostro Leone. Dominus conservet eum, et vivificet eum, et beatum faciat eum in terra, et non tradat eum in animam inimicorum eius.»