Stiamo andando verso la fine di luglio, la permanenza estiva del Papa Leone a Castelgandolfo sta volgendo al termine, il caldo si è insediato a Roma e promette di accompagnarci per una lunga stagione.
La farsa del processo Rupnik.
Il diniego da parte dell’Ufficio Stampa del Vaticano sull’assoluzione del padre Rupnik, accusato di aver abusato sessualmente di almeno venti suore, solleva nuovi interrogativi. Nessuno dubita che il padre Rupnik, ex SJ, disponga di un sistema di protezione che potrebbe manipolare un processo del quale non si sa nulla. Un comunicato dell’Ufficio Stampa della Santa Sede ha negato categoricamente la veridicità della notizia pubblicata dal blog MessainLatino.it secondo cui il padre Marko Rupnik sarebbe stato assolto nel processo penale celebrato in Vaticano; tale notizia ha avuto almeno il merito di gettare luce su un processo che ormai sa di farsa.
Nell’ottobre 2023 lo stesso papa Francesco si è visto costretto, a seguito delle testimonianze delle vittime e sotto la pressione della Commissione Pontificia per la Protezione dei Minori presieduta dal cardinale Sean Patrick O’Malley, a sospendere il termine di prescrizione e a chiedere al Dicastero per la Dottrina della Fede, ormai nelle mani del «fedelissimo» cardinale Fernández, di organizzare il processo. Sono trascorsi quasi tre anni e l’unica cosa che abbiamo visto finora è il proseguimento di un sistema di alto livello di protezione e copertura del padre Rupnik, una situazione che era quasi scontata durante il pontificato di papa Francesco, ma che ora offusca sempre più quello di Leone XIV.
L’Ufficio Stampa del Vaticano fornisce una versione ufficiale della Santa Sede secondo cui «le notizie su qualsiasi deliberazione dei giudici dopo il caso del padre Marko Ivan Rupnik sono del tutto infondate: la valutazione del caso è ancora in corso e il tribunale sta esaminando la documentazione proveniente dalle diocesi coinvolte, dai gesuiti, dalle parti interessate e dalla stampa». Questo solleva nuovi interrogativi e dà l’impressione di continuare con le tattiche dilatorie viste finora, nella speranza che col tempo l’attenzione diminuisca e il padre Rupnik esca indenne.
Dopo la riapertura del caso Rupnik nell’ottobre 2023, nel marzo 2024 il segretario della sezione disciplinare della DDF, l’arcivescovo John Joseph Kennedy, dichiarò che l’indagine era «delicata» ma si trovava in una «fase abbastanza avanzata». Un anno dopo, nel marzo 2025, una fonte vaticana affermò che Rupnik sarebbe stato processato per i reati di «abuso spirituale» e «falso misticismo» e che ci si aspettava un verdetto «in un futuro non troppo lontano». Nel gennaio 2025, il cardinale Fernández aveva minimizzato la gravità dello scandalo Rupnik dichiarando, riguardo alla lunga indagine, che esistono «molti altri casi, alcuni forse più gravi ma meno noti». Sempre senza precisare quali casi, Fernández aggiunse che «il dicastero ha concluso la fase di raccolta delle informazioni, svolta in vari luoghi, e ha effettuato un’analisi preliminare. Stiamo già lavorando per istituire un tribunale indipendente che procederà alla fase finale del processo penale».
Nel luglio 2025 Fernández annunciò infine che i cinque giudici del caso Rupnik erano stati selezionati, ma la loro nomina ufficiale sarebbe slittata a ottobre 2025. I nomi dei giudici e i criteri di selezione restano ignoti, a dimostrazione di un’opacità e di una mancanza di trasparenza che contraddicono, ancora una volta, le numerose dichiarazioni di serietà nella lotta contro gli abusi. Lo scorso 4 novembre papa Leone XIV, rispondendo a una domanda sul caso Rupnik, chiese pazienza perché «i processi giudiziari richiedono tempo. So che è molto difficile chiedere pazienza alle vittime, ma la Chiesa deve rispettare i diritti di tutte le persone».
Non sappiamo se ripeterebbe le stesse parole oggi, quasi nove mesi dopo; alla luce degli eventi, tutto indica che il sistema di coperture e favoritismi che coinvolge diversi prelati continua a essere in vigore. La dichiarazione dell’Ufficio Stampa del Vaticano suona come una beffa; e il più assoluto riserbo —compresi i nomi dei giudici— sotto il quale, a quanto si dice, si sta svolgendo questo processo. Forse la notizia dell’assoluzione non è vera, ma considerando come sono andate le cose finora, non ci sorprenderebbe se finisse così.
Il groviglio di istituzioni che si annidano in Vaticano.
Tre decreti firmati nell’arco di sei mesi hanno ridotto il numero di enti giuridici nello Stato della Città del Vaticano. Il 27 novembre 2025 è stata la volta della Fondazione Nostra Aetate; il 9 aprile 2026 dell’Unione dei Superiori Generali; e il 20 maggio 2026 dell’Associazione Lateranense Internazionale. Ogni decreto reca la firma di suor Raffaella Petrini, Presidente del Governatorato, e l’approvazione dei Segretari Generali. Tutto avviene in modo discreto e la promulgazione segue una procedura quasi notarile, che raramente varca le mura leonine: pubblicazione nel Cortile di San Damaso, sulla porta degli Uffici Postali e del Palazzo del Governatorato e, infine, inserimento nel Supplemento degli Acta Apostolicae Sedis. Si evita la pubblicazione sul sito istituzionale dello Stato per impedire un facile monitoraggio da parte degli informatori.
Il 5 dicembre 2022, giorno in cui Francesco promulgò la Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio sugli enti giuridici strumentali della Curia Romana e, parallelamente, la Legge n. DL sugli enti giuridici dello Stato della Città del Vaticano. Entrambe le normative stabiliscono un rigoroso iter per lo scioglimento degli enti: soppressione disposta dall’istituzione curiale da cui l’ente giuridico dipende canonicamente, nomina di uno o più liquidatori, redazione del bilancio finale, approvazione da parte del Consiglio per l’Economia, comunicazione della Segreteria per l’Economia al Presidente del Governatorato che, con proprio decreto, riconosce lo scioglimento e ne ordina la cancellazione dal Registro tenuto dall’Ufficio Giuridico. I registri contabili e i libri dell’ente soppresso vengono conservati per un decennio.
Il Decreto n. XXXVII, in data 27 novembre 2025, pone fine alla Fondazione Nostra Aetate. Istituita nel 1990 nell’allora Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, l’istituzione concedeva borse di studio a studiosi di altre religioni che desideravano approfondire le loro conoscenze sul cristianesimo nelle università pontificie di Roma, nella convinzione che, al ritorno nei Paesi d’origine, sarebbero diventati credibili promotori del dialogo. Il Consiglio per l’Economia approvò il bilancio di liquidazione finale nella riunione del 16 settembre 2025; la Segreteria per l’Economia lo comunicò al Governatorato con lettera del 23 settembre (Prot. 00688/A/2025); due mesi dopo fu cancellato. La vicenda ha un sapore amaro: l’istituzione che portava il nome della dichiarazione conciliare sui rapporti con le religioni non cristiane si è estinta proprio mentre la Chiesa celebrava il sessantesimo anniversario della sua promulgazione, avvenuta il 28 ottobre 1965.
Il Decreto n. LXII, del 9 aprile 2026, segue una procedura peculiare. L’articolo 19 della Legge n. DL viene citato come fondamento per la cancellazione dell’Unione dei Superiori Generali, senza alcun riferimento a lettere della Segreteria per l’Economia né a bilanci di liquidazione. Ciò suggerisce che l’organizzazione, un’associazione che per quasi settant’anni ha riunito i massimi moderatori degli istituti religiosi maschili, sia semplicemente uscita dal Registro Vaticano, senza che ciò implichi la sua estinzione canonica. L’Unione continua le sue attività: celebra le consuete assemblee biennali a Sacrofano, mantiene la sua sede a Roma e collabora con l’omologa femminile, l’Unione Internazionale delle Superiore Generali, con la quale condivide commissioni e riunioni congiunte. La cancellazione riguarda lo status civile vaticano dell’istituzione, nell’ambito di una riorganizzazione che distingue con maggiore chiarezza ciò che appartiene allo Stato da ciò che è retto dal diritto canonico.
Molto meno noto è il terzo protagonista di questa stagione. L’Associazione Lateranense Internazionale figurava da anni nell’Ordinamento della Pontificia Università Lateranense, tra gli uffici e i servizi dell’università pontificia, accanto alla Fondazione Civitas Lateranensis, come strumento per collegare e sostenere la comunità accademica. Anche in questo caso la procedura ha seguito la sequenza prescritta: il Consiglio per l’Economia approvò il bilancio di liquidazione finale nella riunione del 4 maggio 2026, la Segreteria per l’Economia lo notificò con lettera del 12 maggio e il Decreto n. LXXII del 20 maggio ne sancì lo scioglimento.
Il capitolo più rivelatore riguarda un organismo di recente creazione. Con decreto del 12 febbraio 2026 Leone XIV soppresse il Comitato Pontificio per la Giornata Mondiale del Bambino, istituito da papa Francesco nel novembre 2024, trasferendone le competenze al Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. Kevin Farrell annunciò che, dopo attenta riflessione e in consultazione con il Santo Padre, era stata cancellata la celebrazione della seconda Giornata Mondiale del Bambino prevista a Roma dal 25 al 27 settembre 2026. Le iniziative per i bambini potranno svolgersi, a discrezione degli Ordinari, all’interno delle diocesi o delle parrocchie, con la partecipazione delle famiglie, definite come l’ambiente naturale per la crescita umana e spirituale di ogni bambino. Un’organizzazione pontificia nata con grande enfasi si è così dissolta dopo soli quindici mesi, insieme all’incontro che doveva organizzare.
La proliferazione di comitati, fondazioni e organizzazioni che ha caratterizzato il pontificato precedente sembra destinata a essere corretta. È auspicabile che il sovraffollato Registro delle Persone Giuridiche, fedele specchio di un’amministrazione più che caotica, continui a ridursi nei prossimi mesi. Molti indicano come prossima candidata alla soppressione la Fondazione Pontificia Scholas Occurrentes, che mal si inserisce in Vaticano e che seguirebbe il suo cammino al di fuori della sua copertura, se mai continuerà a esistere.
La fecondazione in vitro è qualcosa di normale per il Vaticano?
Su Vatican News c’è chi non tiene in grande considerazione il Catechismo e in un articolo di due giorni fa (21 luglio 2026) si accetta implicitamente, ma con chiarezza, come qualcosa di normale. Il titolo stesso rivela il tema sottostante: « Procreazione assistita: il ruolo dell’IA divide la bioetica». L’articolo trae spunto dal lancio di Aura, «il primo laboratorio di fecondazione in vitro totalmente automatizzato», che entrerà in funzione negli Stati Uniti il prossimo anno e sembra destinato a estendersi in altre parti del mondo. Vatican News non afferma esplicitamente che l’inseminazione artificiale sia —come insegna la Chiesa— moralmente inaccettabile. Piuttosto, l’articolo suggerisce che la fecondazione in vitro sia buona in sé. Dall’istruzione Donum Vitae (1987) fino a Dignitas Personae (2008), passando per il Catechismo (cfr. nn. 2376-2378), la condanna della Chiesa alle tecniche di fecondazione in vitro è evidente, sia di tipo eterologo (con gameti esterni alla coppia) sia di tipo omologo. Se la fecondazione artificiale eterologa implica, tra gli altri fattori aggravanti, il fatto che «viola i diritti del bambino, lo priva del rapporto filiale con le sue origini parentali e può ostacolare la maturazione della sua identità personale» (Donum Vitae, parte II, A, risposta alla domanda 2), pretendendo di lasciarlo orfano di almeno uno dei genitori, va anche ricordato che neppure la fecondazione artificiale omologa è moralmente lecita.
La commissione eterna sul caso Orlandi.
Resta un caso che in Italia suscita passioni e che è il paradigma nell’immaginario collettivo delle mille ramificazioni della «mala vita». Ieri, il magistrato Roberto Staffa davanti alla Commissione d’Inchiesta Orlandi-Gregori: «Enrico de Pedis e Paul Marcinkus sono implicati nella scomparsa di Emanuela Orlandi». L’ex procuratore è stato interrogato ieri dalla commissione bicamerale che indaga sul mistero delle due giovani di 15 anni scomparse misteriosamente a Roma nel 1983, poiché, insieme al magistrato Giancarlo Capaldo, è a capo della seconda indagine sui casi di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Staffa è stato procuratore aggiunto a Roma tra il 2008 e il 2010: proprio gli anni in cui emersero le dichiarazioni sul caso Orlandi di Sabrina Minardi, l’ex amante di Enrico «Renatino» de Pedis. Da quelle rivelazioni agli inquirenti si sviluppò una pista che collegava criminali romani che, secondo il procuratore, erano implicati nel sequestro della cittadina vaticana. Staffa fece parte della squadra di investigatori che riuscì a localizzare Sabrina Minardi nel 2008.
La donna non viveva più a Roma, ma era stata trasferita in una comunità sulle colline di Salerno a causa del suo precario stato di salute fisica e mentale. Contattata inaspettatamente dagli investigatori, Minardi dichiarò ai magistrati e alla Squadra Mobile di essere stata lei stessa coinvolta nel sequestro di Emanuela Orlandi. Raccontò che, nei giorni successivi alla scomparsa di Emanuela, de Pedis (con il quale Minardi intratteneva una relazione sentimentale) le chiese di occuparsi della cittadina vaticana e di trasferirla da una zona di Roma a un’altra. Finché un giorno «Renatino» fissò un appuntamento con lei sul colle del Gianicolo, dove le ordinò di portare Emanuela alle porte del Vaticano per consegnarla a un sacerdote. Moriremo con questo caso aperto, il passare del tempo non aiuta e tutti sanno che è minato da versioni e prove create che ostacolano qualsiasi tentativo di indagine.
Martin SJ vuole più preti omosessuali.
Il padre James Martin SJ ha incoraggiato l’ordinazione di omosessuali al sacerdozio cattolico in un commento scritto per il sito Outreach, che si presenta come un presunto «ministero cattolico LGBTQ». Martin afferma che dire che gli uomini omosessuali «non possono essere ordinati sacerdoti significa che gli uomini omosessuali interessati al sacerdozio saranno allontanati dalle loro vocazioni o costretti a lavorare in clandestinità nei seminari». Riguardo «agli uomini omosessuali che sentono la vocazione al sacerdozio», Martin ha detto che «la mia risposta… è sì».
La Chiesa Cattolica insegna che l’inclinazione omosessuale è «oggettivamente disordinata» e «incompatibile con il sacerdozio», e che la Chiesa «non può ammettere in seminario né agli ordini sacri» uomini con «profonde tendenze omosessuali». «Nei miei quasi 40 anni come gesuita ho conosciuto decine di sacerdoti omosessuali celibi che hanno condotto quelle che papa Francesco ha definito vite “buone, sante e caste”, esemplificando il messaggio di amore e misericordia di Gesù. Per me, e per molti miei amici, sono stati direttori spirituali, pastori, professori e mentori».
A Martin non piace l’idea che i sacerdoti omosessuali tengano private le loro inclinazioni. Gli preoccupa che la Chiesa non possa ammettere la presenza di sacerdoti omosessuali per vari motivi. «Qualche anno fa chiesi a un seminarista americano che studiava a Roma quanti dei suoi compagni fossero omosessuali. «La metà», rispose senza esitare. Quanti erano aperti sulla loro sessualità con i direttori spirituali o i rettori del seminario? «Stai scherzando?», esclamò. «Nessuno». Spiegò che ciò avrebbe comportato l’espulsione».
È molto vecchio il detto: «Pensa il diavolo che tutti siano della sua condizione», che denota la facilità con cui pensiamo o sospettiamo che gli altri siano o agiscano come noi, soprattutto quando si tratta di azioni o atteggiamenti malvagi cercando di giustificarli. La realtà è che i sacerdoti americani ordinati negli ultimi anni si identificano prevalentemente come conservatori, il che suggerisce che gli omosessuali non rappresentano una percentuale così alta dei seminaristi attuali come egli insinuava. Il termine «superare» l’omosessualità preoccupa Martin. «Una cosa è vincere la tentazione o la lussuria; un’altra molto diversa è superare la propria sessualità in generale». Per Martin le tendenze omosessuali sono un tratto immutabile e positivo, sebbene la Chiesa insegni che sono disordinate: «Questo potrebbe essere facilmente interpretato come un superamento della propria sessualità in generale, una proposta pericolosa». Lamentò che il nucleo dell’approccio sia «una visione dell’omosessualità come una barriera immensa per condurre una vita sana come sacerdote».
La «Messa Azteca».
In realtà si è trattato di un concerto, ma in cattedrale. L’Arcidiocesi di Los Angeles ha autorizzato la realizzazione di un concerto denominato «Messa Azteca», che includeva musica, danze e poesie pagane azteche, nella Cattedrale di Nostra Signora degli Angeli il mese scorso. L’evento sacrilego del 27 giugno, celebrato nella chiesa principale dell’arcidiocesi più grande degli Stati Uniti, ha combinato la musica sacra della messa cattolica, come il solenne canto «Kyrie» e l’«Ite, missa est», con ritmi pagani aztechi e strumenti indigeni che accompagnavano l’orchestra della cattedrale. Danze di guerra azteche si sono svolte vicino all’altare, con i ballerini vestiti in modo provocante.
Joseph Julián González, compositore della «Messa Azteca», ha affermato che la composizione della Messa è nata dalla sua devozione a Nostra Signora di Guadalupe e ha ricordato come si sia sentito ispirato a scriverla dopo che il «Kyrie» della Messa Maggiore, interpretato con un ritmo di danza azteca, gli è venuto in mente, credendo che si trattasse di un’«ispirazione divina». «Arricchisce la nostra conoscenza dell’evento di Guadalupe e arricchisce il nostro cattolicesimo».
Sebbene la Chiesa Cattolica abbia sempre condannato il concetto di sincretismo, ovvero la mescolanza di rituali pagani e altri rituali non cattolici, come le danze azteche, con pratiche cattoliche, Nostra Signora è apparsa a san Juan Diego per convertire gli aztechi e gli altri popoli indigeni del Nuovo Mondo alla fede cattolica. Il pericoloso sincretismo è diventato comune in molte chiese cattoliche in tutto il mondo negli ultimi decenni. Forse il caso più scandaloso si è verificato durante il Sinodo Amazzonico del 2019, quando nei Giardini Vaticani si è celebrata una cerimonia in onore della «dea» andina della fertilità, Pachamama, davanti a papa Francesco, cardinali, vescovi e sacerdoti. Le statue di Pachamama sono state portate in processione nell’Aula Paolo VI, dove il papa, i cardinali e i vescovi si sono riuniti per deliberare nel Sinodo Amazzonico. Successivamente la statua di Pachamama è stata portata in processione nella Basilica di San Pietro, dove, nuovamente, il papa e i cardinali l’hanno circondata in preghiera. Il padre Charles Murr, ha reso noto all’inizio di quest’anno, mostrano l’allora padre Robert Prevost, il futuro papa Leone XIV, che partecipava a un rituale di Pachamama.
Abbattere la Chiesa Cattolica.
Durante un esorcismo, un demonio rivelò al padre Chad Ripperger la principale tattica del diavolo per sovvertire gli individui, la Chiesa e i governi. Non è il possesso. Non è la violenza. È l’inganno: convincere le anime che non possono separarsi dai beni temporali o di minore importanza. John-Henry Westen evidenzia i consigli spirituali pratici del padre Ripperger, che esorta i genitori a combattere l’ideologia di genere nei loro figli mediante la preghiera mirata: richieste specifiche di grazia divina e protezione dall’influenza demoniaca. I conflitti culturali e politici moderni, sostiene Ripperger, non sono più dibattiti partitici. Sono una guerra spirituale. Il bene contro il male. Cristo contro il nemico.
Maria: più universale del cattolicesimo?
È una gioia vedere come sorgano a decine di luoghi iniziative incentrate sulla preghiera e sulla ricerca di Dio. Non tutto ciò che ci porta l’immigrazione è negativo e, se sappiamo sfruttarlo, può offrirci un tempo di evangelizzazione. Oggi vediamo la prima edizione del Festival Missionario Mariano, che si terrà nel Santuario di Nostra Signora di Banneux, in Belgio, domenica 26 luglio 2026, «per dimostrare il legame che unisce la devozione alla Madre di Dio con la vocazione missionaria e la gioia di proclamare il Vangelo che ogni battezzato può sperimentare». Organizzato dall’Unione Missionaria Pontificia (UMP) in collaborazione con la comunità pellegrina vietnamita europea: «la devozione mariana, profondamente sentita nei Paesi asiatici, si combina con l’impegno missionario di tutti i battezzati. Sono chiamati a essere discepoli missionari come Maria».
Il 12 settembre 2023 il Pew Research Center ha pubblicato un’importante indagine sul buddhismo, l’islam e il pluralismo religioso nell’Asia meridionale e sud-orientale, in cui sono state intervistate oltre 12 000 persone in Thailandia, Cambogia, Malaysia, Singapore e Indonesia. L’indagine ha rivelato che molti non cristiani venerano Maria. Per comprendere meglio come i cristiani e i non cristiani asiatici si avvicinano alla Madre di Cristo, l’Iniziativa per lo Studio dei Cattolici Asiatici (ISAC), una rete accademica internazionale promossa dall’Istituto di Ricerca sull’Asia dell’Università Nazionale di Singapore, in collaborazione con il Centro di Studi Mariani di Londra, ha organizzato una conferenza di ricerca dal titolo «Più universale del cattolicesimo? Maria tra le religioni asiatiche».
Il teologo e antropologo Michel Chambon, coordinatore di ISAC, ha presentato i risultati sulla rivista World Mission Magazine, sottolineando che la Vergine Maria trascende i confini religiosi e fornendo vari esempi. Nella Chiesa della Novena a Singapore, così come in luoghi di pellegrinaggio come Velankanni in India e Mariamabad in Pakistan, migliaia di fedeli musulmani e indù si recano regolarmente per affidare le loro intenzioni e fare voti alla Vergine Maria. A Singapore, il movimento taoista Origine dell’Essere, fondato dal professor Zhang Bu Sheng, include Maria nel suo pantheon accanto a Gesù e san Giuseppe.
Michel Chambon segnala anche che l’attrazione verso Maria risiede nell’intimità domestica, dove le sue immagini a volte appaiono accanto ad altre figure spirituali. L’ambito domestico diventa così il palcoscenico principale di una «religione vissuta». Il riappropriarsi culturalmente di figure come Nostra Signora di La Vang in Vietnam, rappresentata dalla fine degli anni Novanta con abiti tradizionali (áo dài) e copricapo dorato, dimostra come il cattolicesimo si ridefinisca continuamente come una fede autenticamente asiatica. «Le devozioni asiatiche sottolineano la centralità di Maria nel dialogo che le popolazioni asiatiche coltivano con le tradizioni cristiane e non cristiane». «Maria in Asia rimane un tema affascinante che ci fa uscire dalla nostra zona di comfort. Con i suoi devoti vibranti, è una figura stimolante che ci invita a riconsiderare la nostra posizione religiosa e i nostri modi di concettualizzare la religione, il cattolicesimo e il dialogo interreligioso».
«Quello seminato in terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende, e porta frutto e produce il cento, o il sessanta, o il trenta».
Buona lettura.