Oggi termina il viaggio di Papa Leone in Spagna con un bilancio più che accettabile, immensa la partecipazione, magnifiche alcune sue interventi, altri molto migliorabili. Le notizie di oggi guardano alla Spagna, a Barcellona e alle Isole Canarie. Oggi 12 giugno è la solennità del Sacro Cuore di Gesù: «Un angelo porta la notizia, la Vergine ascolta, crede e concepisce: fede nel suo cuore e Cristo nel suo grembo» (Sant’Agostino, Sermoni 196,1). Un giorno stupendo per pregare per i sacerdoti e la loro santificazione. Iniziamo…
Il Sacro Cuore di Gesù.
Il grande fiorire della devozione al Sacro Cuore di Gesù derivò dalle rivelazioni private della monaca visitandina Santa Margherita Maria Alacoque, che, insieme a San Claudio de la Colombière, diffuse il culto.Santa Margherita scrisse alla Madre de Saumaise il 24 agosto 1685: «Egli [Gesù] le rivelò ancora una volta il grande gaudio che prova nell’essere onorato dalle sue creature, e le parve di prometterle che tutti coloro che si fossero consacrati a questo Sacro Cuore non sarebbero periti, e che, essendo Egli la fonte di tutte le benedizioni, le avrebbe riversate abbondantemente in tutti i luoghi in cui l’immagine di questo Cuore adorabile fosse esposta, per essere amata e onorata. Così avrebbe riunito le famiglie divise, protetto i bisognosi, esteso l’unzione della sua ardente carità in quelle comunità in cui si fosse onorata la sua immagine divina; e avrebbe allontanato i colpi della giusta ira di Dio, riconducendoli alla sua grazia quando vi fossero caduti».
Con l’enciclica Annum Sacrum, promulgata il 25 maggio 1899, Papa Leone XIII annunciò la sua decisione di consacrare tutta l’umanità al Sacro Cuore di Gesù, definendo questo atto come il culmine di tutti gli onori resi al Sacro Cuore fino a quel momento. La consacrazione fu compiuta solennemente l’11 giugno 1899, festa del Sacro Cuore di Gesù (trasferita a quella domenica per incoraggiare i fedeli a partecipare), e ebbe un carattere universale: per la prima volta, un Papa consacrò non solo la Chiesa Cattolica, ma tutta l’umanità al Cuore redentore di Cristo. Questo atto rappresentò un momento storico nella diffusione della devozione al Sacro Cuore.
Lo stesso Leone XIII considerò la consacrazione del mondo al Sacro Cuore «l’atto più importante del nostro pontificato», un’espressione raccolta in diverse testimonianze successive. L’importanza dell’evento è stata riaffermata da numerosi Papi, tra cui San Giovanni Paolo II, che, nel centenario del 1999, lo definì «un passo straordinariamente importante nel cammino della Chiesa».
Termina il viaggio di Papa Leone XIV in Spagna.
Ci sarà un prima e un dopo del viaggio di Leone XIV in Spagna. Perché la presenza del Papa ha ravvivato la cattolicità del popolo spagnolo, quel retaggio che sembrava latente tra governi socialisti, progressismo estremo e polarizzazioni nate dal conflitto. Come tante volte accade nella storia, tutto sembra latente, finché appare il Papa e la gioia esplode.
Un milione e duecentomila persone, per difetto, si sono radunate a Cibeles, Madrid, dove Leone XIV ha celebrato una messa affollatissima. In ogni incontro si respirava emozione, anche nel Papa. Otto minuti di applausi nelle Cortes spagnole, dove il Papa, in un discorso storico e trascendentale in cui ha ricordato le radici della Spagna, la Scuola di Salamanca, madre dei diritti umani, e ha sottolineato il diritto inalienabile alla vita, con un messaggio potente e trasversale che ha superato tutte le linee politiche.
A Barcellona avviene il miracolo, il simbolismo cristiano è presente in ogni quartiere, dal Barrio Gótico e la sua cattedrale fino alle chiese che spuntano come funghi lungo le strade e le Ramblas, un promemoria che sì, nonostante tutto, Barcellona è porto, frontiera, progresso e —proprio— fede. Madrid è il sogno della Fede, Barcellona ha bisogno di emergere dall’oscurità della Fede.
Antoni Gaudí è il brillante creatore della Sagrada Familia, «la prima cattedrale gotica di una nuova era», in costruzione da 144 anni. La costruzione era in corso da 17 anni quando a Barcellona si verificò ciò che viene ricordato come la Settimana Tragica, la settimana in cui la popolazione operaia diede fuoco a più di 130 edifici religiosi in una rivolta. Gli incendi devastarono templi storici e istituzioni religiose in varie zone della città, dall’attuale quartiere del Raval (come Sant Pau del Camp) fino al quartiere di Poblenou. L’archivio municipale conserva documenti storici e fotografie delle colonne di fumo che devastarono l’orizzonte di Barcellona in quei giorni.
Fu un segno di malessere sociale che in seguito culminò nella persecuzione delle persone religiose in Spagna durante la Guerra Civile Spagnola. Gaudí immaginò la Sagrada Familia come una chiesa che si alzava dal centro di un chiostro, concepita come un luogo all’interno di un giardino (il paradiso terrestre) dove Dio e l’uomo potevano parlare faccia a faccia. Il chiostro non è all’interno, come in tutta l’arte cristiana, ma intorno. Fuori dal chiostro, il deserto della città, il deserto del mondo che perde la fede. Tutto si riassume in Dio, in quest’opera la cui torre più alta, la Torre di Gesù, è appena un metro più bassa di Montjuïc, perché nulla deve essere più alto di ciò che Dio ha creato.
Per Gaudí, Barcellona era una città deserta e con il passare degli anni divenne una specie di «monaco in città», vivendo una vita di commovente semplicità in una piccola casa vicino all’opera. Ma ogni giorno la Sagrada Familia cresceva con nuove pietre, ed egli proclamava alla sua città che la nuova creazione era già iniziata, che il deserto cominciava a fiorire. Gaudí voleva —e ci riuscì— che la semplice contemplazione della chiesa trasmettesse un profondo senso del sacro. Ci si può chiedere se la Sagrada Familia rappresenti il cammino che la fede percorre in Europa: dalla perdita delle sue radici alla rinascita. Una rinascita che si manifesta in Francia, dove il boom dei battesimi di adulti ha portato un consiglio regionale a comprenderlo; che si manifesta in Inghilterra, dove le vocazioni stanno crescendo; che si manifesta nell’eccezionale afflusso di pellegrini a Parigi-Chartres; e che si manifesta anche a Barcellona, dove, nonostante tutto, ci sono sacerdoti giovani.
Leone XIV a Barcellona.
La croce che ora incorona la Torre di Gesù Cristo della Sagrada Familia è una croce che —nelle parole di Leone XIV— «brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come un faro che si apre al Mediterraneo». Prima di arrivare alla sacrestia, Leone XIV si fermò nella cripta, davanti alla tomba di Antoni Gaudí, l’architetto il cui centenario della morte si celebra in questi giorni. La basilica fu consacrata da Benedetto XVI nel 2010, «segno visibile del Dio invisibile», e annunciò che presto avrebbe benedetto «la torre più alta, quella di Gesù Cristo». La Sagrada Familia, spiegò, è «un unico edificio, composto di molte pietre», una casa che cresce con gli anni: «Siamo tutti pietre vive di quest’opera, che ha Cristo come fondamento e culmine». Più che un monumento, il tempio è «ancora oggi un cantiere in costruzione», un’immagine della vita cristiana come un cammino. «La sua imperfezione non è un difetto perché testimonia un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa».
Il nucleo dell’omelia fu dedicato alla Croce posta in cima alla basilica, «la Croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno». Le tre facciate della chiesa —Natività, Passione e Gloria— narrano il suo mistero. Alla base della guglia, ricordò il Papa, è incisa l’iscrizione «Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, tu solus Altissimus». E quella Croce «brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come un faro aperto al Mediterraneo».
La basilica rinnova la Bibbia pauperum delle antiche cattedrali: «l’arte e la bellezza sono canali eminenti di evangelizzazione».
La torre di Gesù Cristo.
Questa torre è la vera protagonista del progetto di Gaudí: 172,5 metri di pietra, che la rendono l’edificio più alto di Barcellona e la chiesa più alta del mondo. Gaudí scelse questa altezza affinché la torre rimanesse mezzo metro al di sotto della cima di Montjuïc, perché credeva che l’opera dell’uomo non dovesse superare quella di Dio. In cima alla Torre di Gesù si erge una croce di circa 13 metri di larghezza, realizzata in vetro e ceramica smaltata bianca. Una Croce che il Papa, nella sua omelia, definisce come «la Croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno. Guardando a Cristo, possiamo vedere il mondo con occhi rinnovati: la torre della Croce diventa allora un vessillo di carità, perché Dio ci ama in questo modo, trasformando uno strumento di morte in un segno di speranza».
«Questa Croce brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come un faro che si apre al Mediterraneo. Sì, la luce di Cristo brilla nell’oscurità, anche se l’oscurità non l’ha accolta. Questo rifiuto non diminuisce l’amore di Dio. Dobbiamo passare attraverso la passione del Crocifisso per essere illuminati dalla gloria del Risorto: infatti, il Padre ci ha sempre insegnato a dare la vita, e il Figlio, che la riceve da Lui, la dà a tutti con la potenza dello Spirito Santo. Per questo la Croce è il segno luminoso del suo amore». «Quando Cristo è innalzato, la sua magnifica umanità risplende, e le nostre opere glorificano Dio. Sono opere di fede, e l’arte eccelle tra esse. La fede stessa dà forma alle pietre e senso all’edificio che abitiamo insieme».
Il Papa Leone in carcere.
Leone XIV varcò la soglia del Centro Penitenziario Brians 1, una prigione a più di quaranta chilometri da Barcellona. Fu accolto con applausi e canti nella sala conferenze dove gli internati svolgono abitualmente le loro attività culturali, educative, lavorative e sportive. Ogni essere umano è «degno» per il semplice fatto di essere stato voluto, creato e amato da Dio, un riferimento esplicito alla prima enciclica pubblicata di recente, Magnifica Humanitas. Da qui la certezza che «non c’è situazione che induca il Signore a distogliere il suo sguardo da noi», una verità che il Papa ha voluto trasmettere in particolare a coloro che sopportano «il peso di essere lontani dai propri cari».
Leone li invitò a rivolgere lo sguardo verso Colui che continua a mostrare la sua vicinanza attraverso i volti di tante persone. Gli errori della vita non determinano l’identità di una persona: citando le Confessioni di Sant’Agostino, ricordò che il passato non condanna il futuro, ma apre la possibilità di cambiare scelte e decisioni. «Dio li ama così come sono, ma sogna che siano migliori», invitandoli a «continuare a sognare il sogno di Dio». Essere umano e essere cristiano, aggiunse, non consiste nel non commettere errori, ma nel «crescere nella capacità di convertirsi, pentirsi, emendarsi e, soprattutto, di riconciliarsi e perdonare». Il Papa ricevette alcuni doni —tra cui un piatto di ceramica e un quadro— e ricambiò con un’icona della Madonna di Kazan di Fatima.
Leone XIV alle Canarie.
Davanti a una croce blu fatta con il legno di una nave naufragata, Papa Leone XIV si è posto nel porto di una delle destinazioni migratorie d’Europa e ha affermato che la Chiesa Cattolica «non può rimanere in silenzio di fronte a coloro che vengono abbandonati nelle sue acque», condannando l’indifferenza generalizzata di fronte alla difficile situazione dei migranti. Il messaggio del Vangelo «ci fa uscire dalla nostra comoda posizione di spettatori» e «ci chiede se abbiamo riconosciuto Cristo in coloro che sbarcano, segnati dalla paura, dalla fame e dalla violenza, dopo aver sopportato il deserto, la notte e il mare».
Il Papa ha detto che le acque dell’oceano circostante continuano a essere segnate da «mafie che traggono profitto dalla disperazione, trafficanti che schiavizzano donne e bambini, e coloro la cui indifferenza permette che i poveri siano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio». Nei primi cinque mesi di quest’anno, 1.317 persone hanno perso la vita mentre navigavano verso la Spagna, secondo un rapporto che monitora i dati migratori. Di queste, 635 sono morte sulla rotta verso le Isole Canarie, rendendo la rotta atlantica la più pericolosa per i migranti che cercano di entrare in Spagna.
Ai sacerdoti delle Isole Canarie.
Leone XIV si è incontrato con i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose, i seminaristi e gli operatori pastorali delle Isole Canarie nella Cattedrale di Santa Ana a Las Palmas. «È una grande gioia per me poter condividere questo incontro con voi. Grazie per il vostro caloroso benvenuto, per la vostra gentile presenza e per le vostre testimonianze, che riflettono una Chiesa viva, nel cui cuore risuonano ‘le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, soprattutto dei poveri e di tutti coloro che soffrono».
«Voi, canarini nativi o d’adozione, Popolo di Dio in pellegrinaggio nelle terre circondate dall’Atlantico, avete il privilegio di godere ogni giorno della maestosa presenza del mare. Si dice che negli occhi di un isolano, quell’immagine (che ha il sapore della casa e della patria) rimanga impressa per sempre nelle pupille, e che se ne senta molto la mancanza quando ci si trova lontani, nell’entroterra». «Una forma concreta di manifestare questa spiritualità di comunione è la solidarietà cristiana, perché “l’unione con Cristo è al tempo stesso unione con tutti coloro ai quali Egli si dona”. Pertanto, vi incoraggio a continuare a offrire a tutti l’amore che voi, a vostra volta, avete ricevuto dal Signore, un amore che diventa nutrimento nell’accogliere, ascoltare, essere vicini e prendersi cura dei più vulnerabili».
La parrocchia musulmana di Milano.
Giovanni Salatino, parroco di San Giovanni Bosco ha annunciato che i musulmani che parteciperanno al campo estivo parrocchiale di quest’anno potranno riunirsi per la preghiera islamica in un’area designata durante le attività. Salatino ha presentato l’iniziativa come l’attuazione di un documento diocesano che sottolinea il «dialogo interreligioso», il quale afferma di basarsi sulla dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II. «Anche se non ci sono molti ragazzi musulmani a Baggio, l’oratorio sarà organizzato in modo che anche loro possano avere il loro momento di preghiera». «Ho la fortuna di avere alcuni leader giovanili più grandi che sono musulmani; quindi, saranno loro a guidare la preghiera con i ragazzi». «È sempre meglio aiutare i giovani a pregare: preghiamo lo stesso Dio, anche se all’interno di diverse tradizioni religiose. E riconoscere l’identità dell’altro è nello spirito del Vangelo». L’11 maggio il sito web arcidiocesano ha annunciato la costruzione di un nuovo monastero «inclusivo e futuristico» formalmente dedicato a Sant’Ambrogio. Il progetto include una chiesa, un chiostro, spazi per eventi culturali e strutture progettate specificamente per l’interazione tra diverse religioni. Il complesso incorporerà anche elementi ecologici, come un «Giardino delle Religioni», dove le religioni monoteiste saranno rappresentate da una pianta. Nelle sue parole, l’arcivescovo Mario Delpini ha presentato tutte le religioni come vie ugualmente valide verso Dio.
Il mese dell’orgoglio disgustoso.
È il «Mese dell’Orgullo», quindi il gruppo di odio anticattolico con travestimenti raccapriccianti «Sorelle della Perpetua Indulgenza» è tornato in pubblico per deridere oscenamente le suore cattoliche e la fede cattolica. In un video pubblicato sui social media questa settimana, la «Sorella Shroomy» barbuta si inginocchia in mezzo a una strada di West Hollywood affinché «Madre Vita Vegana» le sostituisca il velo bianco con uno nero, a simboleggiare la fine di un periodo di «noviziato» di due anni. Un testo nel ripugnante post su Instagram spiega: Dopo un periodo di noviziato di due anni, la Sorella Shroomy del Micelio Buco ha fatto il passo ed è diventata membro ufficiale (con velo nero) delle Sorelle dell’Indulgenza Perpetua di Los Angeles.
Il Nunzio degli Stati Uniti.
Gabriele G. Caccia il 10 giugno nel suo discorso inaugurale come nuovo nunzio presso i vescovi statunitensi, durante la loro sessione plenaria di primavera all’Omni Resort at ChampionsGate, vicino a Orlando. Ha ringraziato i suoi “fratelli vescovi” per il loro fraterno benvenuto e si è rivolto al nuovo presidente della Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti, l’arcivescovo Paul S. Coakley di Oklahoma City, e ha detto: “Così iniziamo insieme”. Caccia ha sottolineato la consacrazione della Chiesa statunitense al Sacro Cuore di Gesù, ha esortato i vescovi a compiere la loro missione come discepoli missionari accogliendo gli immigrati nel loro seno e ha ricordato ai suoi fratelli vescovi che è lì per loro, specialmente nei momenti in cui le loro responsabilità come pastori episcopali li fanno sentire isolati. “Il mio servizio qui consiste nell’ascoltare, confidare e discernere in modo condiviso all’interno della Chiesa che tutti serviamo insieme”.
“Vedo l’elezione di Papa Leone come un dono dello Spirito Santo, che anima la Chiesa in questo Paese, da un lato, a coltivare il meglio della sua tradizione e, dall’altro, a continuare ad affrontare con determinazione le ferite della sua storia recente che hanno causato tanta sofferenza, soprattutto attraverso i casi di abuso”. L’arcivescovo Caccia ha affermato che la Chiesa statunitense comprende perfettamente lo spirito missionario, poiché la sua breve storia ha beneficiato dei missionari giunti sulle coste degli Stati Uniti da altri Paesi. Ha aggiunto che i vescovi devono accogliere gli immigrati «con la carità di Cristo, riconoscendone la dignità e aiutandoli a trovare il loro posto nella vita della comunità, il che fa parte anche di una Chiesa missionaria».
Andare a Messa: più è meglio.
Il Concilio di Trento dice: « Se qualcuno dice che il Sacrificio della Messa è solo un Sacrificio di lode e di ringraziamento, o una semplice commemorazione del Sacrificio offerto sulla Croce, e non un sacrificio propiziatorio (…) sia anatema». (Canone 3, DS 1753). Pio XII scrisse in Mediator Dei il 20 novembre 1947: « L’augusto sacrificio dell’altare si conclude con la Comunione del banchetto divino. Ma, come tutti sanno, per avere l’integrità del Sacrificio stesso, si richiede solo che il sacerdote si nutra del cibo celeste, non che anche il popolo —cosa, del resto, molto auspicabile— si accosti alla Santa Comunione». Benedetto XIV sulle definizioni del Concilio di Trento: in primo luogo (…) Dobbiamo dire che a nessun fedele può accadere che le Messe private, in cui solo il sacerdote riceve l’Eucaristia, perdano per questo il valore del vero, perfetto e integro Sacrificio istituito da Cristo Signore e, quindi, debbano essere considerate illecite. (…). Pertanto, coloro che si rifiutano di celebrare a meno che il popolo cristiano non si accosti alla mensa si allontanano dalla via della verità divina; e ancora di più lo sono coloro che, per sostenere l’assoluta necessità che i fedeli si nutrano al banchetto eucaristico insieme al sacerdote, affermano capziosamente che non è semplicemente un sacrificio e un banchetto di comunione fraterna, e fanno della Santa Comunione ricevuta in comune quasi il culmine di tutta la celebrazione».
Il sacerdote come soluzione provvisoria?
Nella gestione quotidiana di troppe diocesi, esiste una gerarchia tacita di priorità. In cima si trova il numero di parrocchie che deve coprire un clero che diminuisce anno dopo anno. Immediatamente sotto, c’è il mantenimento delle relazioni con le autorità civili, i benefattori, la stampa affine e l’immagine pubblica dell’istituzione. Poi vengono gli accordi, i contratti e le convenzioni. Molto più in basso si trova la persona del sacerdote: il suo benessere fisico e mentale, la sua solitudine, il suo equilibrio.
Viviamo un modello pastorale che tratta il sacerdote come una risorsa funzionale da redistribuire —tre, quattro, cinque, dieci comunità ciascuno— invece che come un uomo con dei limiti. Certi vescovi, molto numerosi, non vogliono nemmeno ascoltare, si limitano a temi di moda, «migranti, omosessuali, annaffiare le piante», e fanno orecchie da mercante non appena si passa a questioni serie. Troppi sacerdoti finiscono per vivere come «funzionari del sacro», prestando servizi a fedeli sempre più indifferenti, sopraffatti dalla molteplicità degli impegni e dalla complessità delle situazioni. È il brodo di coltura ideale per l’esaurimento.
Nel 2020, la Conferenza Episcopale Francese ha avuto il coraggio di commissionare uno studio serio sulla salute fisica e mentale dei sacerdoti diocesani in attività: sono stati intervistati più di seimila sacerdoti in oltre cento diocesi. Si è scoperto che quasi due sacerdoti su dieci presentano sintomi depressivi, che alcuni soffrono di un vero e proprio esaurimento professionale, che l’abuso di alcol colpisce una proporzione allarmante del clero e che più della metà dei sacerdoti vive da solo. Inoltre, sono stati registrati sette suicidi di sacerdoti in quattro anni. I vescovi francesi hanno scelto di pubblicare queste cifre senza nasconderle. Misurare un problema implica assumersene la responsabilità. E la rendicontazione è proprio ciò che molti episcopati preferiscono evitare.
Troppo spesso, tuttavia, le relazioni cliniche finiscono per essere dimenticate, minimizzate, sminuite, a volte persino apertamente contraddette da superiori senza alcuna esperienza, che contrappongono la diagnosi di un medico al loro stesso fervore spirituale. Questo porta al paradosso di incolpare il sacerdote che soffre: si insinua che non preghi abbastanza, che gli manchi lo spirito di sacrificio, che la sua mancanza di fede si travesta da malattia. Questa è la spiritualizzazione del dolore nella sua forma più velenosa, ed è proprio ciò che Leone XIV ha duramente criticato a Barcellona. Un sacerdote della diocesi di Getafe ha scritto che «non siamo supereroi», che «l’indifferenza uccide più dell’odio» e che troppe comunità «si aspettano molto ma offrono poco sostegno», costringendo i sacerdoti a tacere il loro dolore «per paura o vergogna».
Quel silenzio non è più tollerabile dopo le parole pronunciate da un Papa davanti a una giovane sopravvissuta a un tentativo di suicidio. Prendersi cura della salute dei sacerdoti non è un extra opzionale né una concessione paternalistica: è un dovere di giustizia. È il primo problema da affrontare, abbiamo una gerarchia che ha smesso di guardare i propri figli in faccia.
Giornata di santificazione dei sacerdoti.
Il Giovedì Santo del 1995, San Giovanni Paolo II dedicò la sua tradizionale Lettera ai Sacerdoti al ruolo della donna nella vita del sacerdote. In questo contesto [il desiderio di santità ], la proposta della Congregazione per il Clero di celebrare in ogni diocesi una «Giornata di Santificazione dei Sacerdoti» nella festa del Sacro Cuore, o in un’altra data più consona alle esigenze e alle consuetudini pastorali del luogo, sembra estremamente appropriata. Accolgo con favore questa proposta, nella speranza che questa Giornata aiuti i sacerdoti a vivere in maggiore conformità con il cuore del Buon Pastore. Il 23 giugno 1995 è stato conosciuto come il Primo Giorno della Santificazione dei Sacerdoti, e San Giovanni Paolo II è ricordato come colui che lo volle e lo istituì, su iniziativa della Congregazione per il Clero.
«Tu seguimi e lascia che i morti seppelliscano i loro morti».
Buona lettura.