Bianchi in Specola

Enzo Bianchi è morto.

Il corpo rimane in camera ardente dal mercoledì mattina nella Casa della Madia di Albiano d’Ivrea.  Enzo Bianchi farà ritorno a Castel Boglione, il paese della provincia di Asti dove nacque il 3 marzo 1943. I funerali si terranno domani nella chiesa parrocchiale. Dopo i funerali, il fondatore di Bose sarà sepolto nel cimitero comunale.  L’annuncio porta le firme dei fratelli e delle sorelle di Madia: Goffredo Boselli, Giovanni Gatti, Maurizio Milesi, Claudio Bellandi, Antonella Casiraghi e Laura Marino, insieme ai familiari Maddalena e Ines Moccafighe, Loredana Nicala, Francesca Bianchi e Sandra Cordara. Il semplice testo inizia con la formula tradizionale: «Avendo concluso il suo pellegrinaggio terreno, è entrato nel riposo del Signore». Coloro che firmano esprimono la loro gratitudine al Signore per il dono della sua vita.

La Fraternità ha aggiunto una preghiera al messaggio, riassumendo come i suoi fratelli desiderano ricordarlo. Gli ringraziano per una vita «piena di passione» per la Parola, le sue «parole franche e profetiche» e la sua «ospitalità incondizionata, capace di trasformare ogni incontro in uno spazio di fraternità ed ecumenismo sincero». Chiedono a Dio di purificare «tutte le sue debolezze» e di concedergli l’opportunità di contemplare «quel Volto che cercò con amore nelle Scritture, nella liturgia e nello sguardo di ogni fratello e sorella».

Bianchi, negli ultimi anni, riconobbe la sua fede «più piena di domande e dubbi di prima», ma anche come rimase saldo in ciò che non era svanito: «il suo amore per il Signore rimase ».

 Enzo Bianchi muore in esilio.

Enzo Bianchi, di 83 anni, uno dei principali fondatori della comunità monastica di Bose, fondata nel 1965 nella provincia di Biella.  Nel 2020, fu destituito da Bose per ordine di Papa Francesco,  fondò Casa della Madia, una «confraternita» monastica situata ad Albiano d’Ivrea. Da allora, si era ritirato gradualmente, in parte a causa di problemi di salute, e negli ultimi giorni il suo stato peggiorò a causa di un’insufficienza renale, che gli provocò la morte in coma metabolico.

Bianchi apparve per l’ultima volta in pubblico lo scorso mese di maggio a Torino, dove presentò un libro di  Spadaro SJ. Negli ultimi anni, aveva affrontato, tra gli altri temi, quello della Messa con il rito antico, dibattendo con altri teologi e storici della Chiesa, mantenendo sempre una posizione a difesa del Concilio e delle sue riforme. Nel 2017, Enzo Bianchi subì un duro conflitto con Papa Francesco, che desiderava un cambio nella direzione della Comunità per evitare un’eccessiva concentrazione di potere. Dopo un lungo tira e molla, che incluse l’intervento di uno psicoanalista inviato direttamente dal Vaticano, Bianchi: «Sono  in esilio  che mi imposero».

Aldo maria Valli e Enzo Bianchi.

«Lo ricordo come una persona accogliente e curiosa, sempre disposta a rispondere alle domande. Conversare con lui era piacevole e, certamente, mai noioso. Le sue riflessioni non erano mai banali. Nonostante una formazione non classica (aveva un diploma in ragioneria e non aveva completato gli studi universitari in economia), era capace di affrontare questioni filosofiche e teologiche con una certa maestria. Aveva talento per la scrittura, sia in brevi articoli giornalistici che in saggi. Ammetto che mi affascinava, finché non mi resi conto della distanza tra le nostre posizioni quando cominciai a riconoscermi come un modernista involontario e, di conseguenza, riscoprii la Tradizione». 

«Nel 2022, insieme a Don Nicola Bux, dedicai il libro “Il cambio della guardia” a Enzo Bianchi, in cui riassunsi il conflitto interno nel monastero di Bose, l’intervento del Vaticano e le vicissitudini che Bianchi affrontò nell’ultima fase della sua vita. Credo che la storia di Enzo Bianchi sia paradigmatica della Chiesa post-Concilio Vaticano II, con tutte le sue deviazioni, ambiguità e contraddizioni, nel contesto dell’applauso quasi unanime della cultura laicista». Pubblicò un libro, «Cosa c’è oltre?», in cui riprese questa domanda. Spiegò: «Conosciamo il qui e l’ora e vediamo che ha un limite ineludibile. Speriamo che ci sia una vita dopo la morte, ma credo che dobbiamo renderla presente nel qui e nell’ora. Elementi dell’eternità esistono già qui e ora. Ciò che ancora non è, è già qui. «Ultimamente, i suoi pensieri ruotavano spesso intorno alla morte. Una volta che lo incontrai mi chiese: «Credi che se fossi stato alto e bello mi sarei fatto monaco?». «Sai, Aldo, non ho ancora accettato del tutto questa cosa della morte. Ne ho paura».

Il monaco che era popolare fuori dai monasteri

Ridurre la figura di Bianchi alla disastrosa conclusione dell’esperienza di Bose sarebbe una sciocchezza. Svolse un ruolo fondamentale nell’aprire il cattolicesimo italiano al dialogo ecumenico e nel ripristinare la centralità delle Scritture. Si rivolse a un pubblico che spesso non avrebbe ascoltato un vescovo né sarebbe entrato in una parrocchia. Teologi, filosofi e intellettuali della più diversa indole passarono per Bose.  Mantenne relazioni con il mondo ortodosso, con i protestanti e persino con comunità buddiste. Possedeva un’eccezionale capacità di relazionarsi con gli altri e persino un’eccezionale capacità di essere al centro di quelle relazioni. 

Bianchi visse la costante tensione tra il monaco e la figura pubblica, tra la comunità e il fondatore, tra il predicatore del segreto e una figura pubblica che aveva ben poco in comune con il mondo segreto. Anche alcuni che avevano condiviso o frequentato a lungo l’esperienza di Bose finirono per criticarlo proprio per questo: il suo allontanamento dallo spirito originale, la sua crescente autopromozione, persino il suo gusto per i titoli e gli elogi che, a suo giudizio, erano incompatibili con il radicalismo dei suoi inizi. Il giovane che era andato a Bose nel 1965 per cercare Dio nel silenzio si era trasformato in un’autorità morale pubblica.

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