Sette persone sono morte durante la traversata di un gommone diretto a Lanzarote con 139 migranti a bordo, che è stato soccorso nella notte di lunedì 2 novembre, a circa 150 chilometri a nord-est dell’isola. Secondo Salvamento Marítimo, la Guardamar Urania ha localizzato il natante verso le 5:20 e ha condotto i 132 sopravvissuti, 120 uomini e 12 donne, fino al porto di Arrecife, dove sono stati assistiti dalle équipe sanitarie e dalla Croce Rossa.
Solo due dei cadaveri erano ancora sul gommone quando sono arrivati i soccorsi. Secondo la testimonianza dei sopravvissuti, gli altri cinque sono stati gettati in mare durante la traversata, in circostanze ancora da chiarire. Lo stesso lunedì, la Salvamar Acrux ha soccorso un altro natante con 59 uomini magrebini a circa otto chilometri dalla costa nord di Lanzarote, e gli arrivi si sono susseguiti anche a El Hierro.
Una rotta che continua a costare vite
La tragedia non è un episodio isolato. Alla fine di ottobre, un cayuco proveniente dal Gambia è arrivato a El Hierro dopo otto giorni alla deriva con quattro morti, tra cui un neonato, e all’inizio di settembre un altro cayuco è stato ritrovato dopo 26 giorni in mare con decine di vittime. Quella delle Canarie è una delle rotte migratorie più pericolose del mondo, e ogni nuovo naufragio o ogni cadavere gettato in mare conferma che le mafie che organizzano queste traversate trafficano vite umane in cambio di denaro.
Il discorso dell’accoglienza, sotto esame
Di fronte a ogni tragedia, il discorso ecclesiale si riduce spesso all’esigenza di accoglienza, senza soffermarsi su una domanda scomoda: se una politica di porte aperte, o percepita come tale, incoraggi più persone a rischiare la vita in mare. È ciò che si conosce come effetto chiamata, e chi lo segnala sostiene che il modo migliore per evitare morti non sia moltiplicare le partenze, ma dissuaderle e smantellare le reti che le organizzano. Si tratta di una valutazione editoriale, non di un dato verificato dalle autorità.
La gerarchia spagnola ha scelto un’altra strada. Il vescovo di Tenerife, Eloy Santiago, ha dichiarato dopo la visita di Leone XIV alle Canarie che non vuole «sentire la parola rimigrazione, perché è segno che l’umanità ha fallito», come ha pubblicato InfoVaticana. Durante quel viaggio, il Papa ha visitato il centro di accoglienza di ‘Las Raíces’ a Tenerife, in una giornata che InfoVaticana ha riportato come una difesa della politica di accoglienza del Governo.
Con la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, la Conferenza Episcopale Spagnola ha nuovamente posto l’accento sull’accoglienza, secondo quanto ha riferito questo stesso mezzo. Di fronte a questo messaggio, sette morti in più nell’Atlantico sollevano la questione se la Chiesa non dovrebbe parlare anche di prudenza, di ordine alle frontiere e della responsabilità di chi lucra su queste traversate.