Di John M. Grondelski
Molti commentatori collocano l’origine dell’approccio dei politici (soprattutto dei democratici cattolici) del «personalmente mi oppongo, ma» all’aborto nella campagna presidenziale di John F. Kennedy del 1960, in particolare nel suo discorso di settembre davanti all’Associazione Ministeriale del Grande Houston. Carl Anderson, ex Cavaliere Supremo dei Cavalieri di Colombo, sostiene che non è del tutto esatto –almeno non in linea retta, anche se ci sono somiglianze–. Il suo libro, Conscience as a Political Problem, spiega con precisione perché.
Kennedy sapeva che esisteva un «voto cattolico», che i democratici ne avevano bisogno e che JFK poteva ottenerlo. Il problema era che gli Stati Uniti non avevano mai avuto un presidente cattolico. Un candidato cattolico avrebbe potuto superare i pregiudizi protestanti e mantenere le promesse? Kennedy credeva di sì, invocando la «coscienza» come garanzia della sua indipendenza da qualsiasi ingerenza papale negli affari della nazione.
Anderson sostiene che, nel contesto dell’epoca, Kennedy aveva ragione. La maggior parte dei protestanti che si opponevano a Kennedy lo facevano per timore che un presidente cattolico inviasse un ambasciatore presso la Santa Sede e promuovesse aiuti alle scuole parrocchiali. Ma, come sottolinea Anderson, si trattava di questioni di politica prudenziale: i cattolici non erano obbligati a nessuna delle due cose. Nella misura in cui JFK affermava la sua indipendenza in tali questioni di politica, rimaneva entro i limiti cattolici. E Kennedy, a Houston, non stava analizzando principi teologici, ma semplicemente dicendo ciò che era necessario per essere eletto.
Dove la «coscienza» divenne un problema più serio fu quando le questioni non erano più di politica prudenziale, ma implicavano questioni morali permanenti, l’aborto in particolare. Non era un tema per Kennedy nel 1960; lo sarebbe stato per Ferraro nel 1984, per Kerry nel 2004 e per molti altri da allora.
Tuttavia, il principale contributo del libro di Anderson non è la storia, per quanto importante. È il suo riconoscimento che le questioni cruciali sono antropologiche e rimangono centrali: «Chi dite che sia l’uomo?». Egli affronta questo problema nel suo capitolo finale. Ma, lungi dal considerarlo la fine della storia, io lo prendo come l’inizio, un’idea incompiuta che merita un impegno cattolico continuo e ampio.
Il problema antropologico è duplice. In primo luogo, implica una definizione adeguata della coscienza. Anderson cerca di offrirla ricorrendo alla distinzione di John Henry Newman tra una coscienza «cristiana» e una coscienza «secolare» o «falsificata». Per Newman, una coscienza cristiana è ciò che i cattolici intendono correttamente per coscienza: una facoltà che esamina il bene e il male oggettivi e che, guidata dal primo principio della ragione pratica («bisogna fare e cercare il bene, ed evitare il male»), emette giudizi alla luce della realtà oggettiva. Una coscienza secolare o «falsificata» ha l’apparenza della coscienza, ma è, in realtà, volontà propria mescolata con razionalizzazioni dal suono pio.
Quando i protestanti degli anni Sessanta sentirono JFK invocare il termine «coscienza», ascoltarono l’elogio dell’inno: «I nostri padri, incatenati in oscure prigioni, / rimanevano liberi di cuore e di coscienza». Ma verso gli anni Ottanta, il protestantesimo tradizionale storico si stava sgretolando, e gli evangelici assunsero il compito di difendere quella religione di un tempo. I protestanti tradizionali iniziarono a riconoscere che la nozione cattolica di coscienza –la responsabilità verso un bene e un male morali preesistenti– era anche la loro.
E molti protestanti iniziarono anche a comprendere che l’invocazione politica della «coscienza» veniva utilizzata, con una certa frequenza, per eludere tale comprensione adeguata, ignorando di fatto il bene e il male morali e sostituendola con una falsificazione secolare che immagina che una persona radicalmente libera crei le verità morali invece di trovarle.
Kennedy non affrontò mai la questione più ampia della coscienza, quella di cosa succede quando l’opzione politica e il bene morale oggettivo si scontrano, almeno non in modo sistematico o riflessivo. Rimane un fantasma che aleggia sul modo in cui un vero cattolico che agisce nell’ambito politico dovrebbe testimoniare i principi cattolici (e non solo adulare gli elettori cattolici per ottenere il loro voto), soprattutto da quando il Concilio Vaticano II ha insistito sul ruolo cruciale dei laici come fermento del mondo moderno.
Anderson riconosce la mancanza di una presenza cattolica solida nella piazza pubblica, il che gli permette di lanciarsi in ampie considerazioni sulla legge naturale (e sulla sua emarginazione, anche in ambiti cattolici) nel mondo moderno. La legge naturale è un sistema consolidato, accessibile in linea di principio a tutti; le invocazioni contemporanee della «dignità» umana sono spesso ambigue riguardo a ciò che significa il termine e ai suoi fondamenti oggettivi e ontologici.
Allo stesso tempo, Anderson esplora la questione antropologica tanto cara a San Giovanni Paolo II: se Cristo manifesta pienamente l’uomo all’uomo stesso, come comunica uno statista cattolico queste verità antropologiche in una società religiosamente pluralista come gli Stati Uniti?
Cristo non rivela dogmi esoterici sulla persona umana esclusivi dei cattolici. Il cattolicesimo riconosce da tempo che Cristo e la Chiesa insegnano anche propriamente verità naturali, perché l’uomo, a causa del peccato, ha offuscato persino la sua visione di tali verità. Tuttavia, nel mondo contemporaneo, dove l’origine religiosa rende già sospette le idee, come fa il cattolico moderno a far sì che queste verità antropologiche vitali e indispensabili influenzino la cultura e la società in generale?
Molti osservatori, cattolici e non cattolici, hanno sostenuto che, contrariamente all’opinione popolare, l’elezione di Kennedy fu meno una vittoria dei cattolici che «arrivavano» negli Stati Uniti che una deviazione per altre strade, non meno nel modo in cui i cattolici dissimulano la loro identità religiosa per apparire accettabili in una società dove tale identità è minoritaria.
Ma, come osserva anche Anderson, nel frattempo l’opinione «maggioritaria» è cambiata. Nel 1960 poteva trattarsi di un protestantesimo quasi fondamentalista che vedeva i politici cattolici come possibili burattini del Papa. Oggi si tratta piuttosto di un secolarismo che vede la religione e la sua morale per se come una regressione oscurantista che, se non può essere eliminata, deve almeno essere completamente relegata alla sfera privata.
Molti protestanti tradizionali sono giunti a vedere che i cattolici non sono il vero nemico. Ma ciò lascia ancora in sospeso il compito di costruire una filosofia pubblica che incorpori valori morali reali (spesso con legami religiosi) nella conversazione pubblica, invece di cercare di tradurli in qualcos’altro.
Riconoscendo il compito che resta da fare, Carl Anderson apre una porta che i cattolici di oggi, meno timorosi del loro posto a tavola, devono attraversare nel cammino verso la creazione di un’America molto diversa.
Sull’autore
John Grondelski (dottore di ricerca presso Fordham) è ex vice-decano della Facoltà di Teologia dell’Università Seton Hall, a South Orange, New Jersey. Tutte le opinioni qui espresse sono esclusivamente sue.