Due membri del personale delle pulizie della Mecca giustiziati per aver profanato la santità della moschea

Due membri del personale delle pulizie della Mecca giustiziati per aver profanato la santità della moschea

L’Arabia Saudita ha giustiziato mercoledì 14 ottobre, nella regione della Mecca, due lavoratori bangladesi addetti alle pulizie, Nazrul Islam Abdul Basir e Sweety Akter (Siti Akhtar, nella grafia ufficiale), condannati a morte per un «atto immorale» all’interno di una moschea che le autorità saudite non hanno mai descritto. Il loro stesso governo ne è venuto a conoscenza tramite l’agenzia ufficiale saudita. Sei giorni dopo, la Santa Sede, che nella stessa settimana aveva condannato duramente l’esecuzione annunciata di un detenuto negli Stati Uniti, non ha detto una parola sul caso.

Un atto senza nome

Il comunicato del Ministero dell’Interno saudita, riprodotto integralmente alla fine di questa informazione, afferma che entrambi hanno commesso un atto immorale in una moschea della Mecca e che un tribunale ha inflitto loro la pena di morte come pena di tazir, quella che il giudice stabilisce a sua discrezione quando la legge islamica non prevede una pena determinata, per «la violazione della santità del tempo e del luogo». Aggiunge che la sentenza è stata confermata in grado superiore e che un ordine reale ne ha autorizzato l’esecuzione. Non precisa cosa abbiano fatto, in quale moschea né in che modo siano stati giustiziati.

Il resto si è saputo in seguito, per via diplomatica. Nell’incontro tenutosi il 19 ottobre a Gedda tra il console generale del Bangladesh e un alto funzionario del Ministero degli Affari Esteri saudita, secondo quanto anticipato da Prothom Alo, la parte saudita ha spiegato che i due sono stati arrestati nell’agosto 2023, condannati da un tribunale di primo grado e confermata la pena da un collegio di tredici giudici, e che l’esecuzione è stata eseguita separatamente, nel carcere maschile e in quello femminile. Nazrul è stato arrestato il 1° agosto e Sweety il giorno successivo; entrambi sono rimasti da allora nelle carceri di Gedda. Nell’elenco dei detenuti che Riad fornisce a Dacca, a lui veniva attribuito un reato informatico e a lei un reato di adulterio, senza annotazione di alcuna condanna. Lavoravano come addetti alle pulizie per la stessa impresa appaltatrice dalla fine del 2022.

Il consolato a Gedda riconosce che nessuno lo ha avvisato dell’esecuzione. Dacca ha convocato l’ambasciatore saudita il 18 ottobre, e la ministra di Stato agli Esteri, Shama Obaed, ha ammesso il giorno successivo che il suo governo non ha ancora ricevuto copia della sentenza. Il Bangladesh chiede ora se i due abbiano avuto la possibilità di difendersi.

Le famiglie

Sui social media ha circolato la storia di due novelli sposi giustiziati per un bacio, illustrata con la fotografia di una coppia egiziana scattata nel 2024. Il padre di Nazrul, Abdul Basir, che ha lavorato ventiquattro anni in Arabia Saudita e si è indebitato per mandare lì il figlio, l’ha smentita a Jago News: «Quella donna non era la moglie di Nazrul. Non la conosciamo nemmeno». La madre, Rahima Begum, sostiene che le accuse sono false, e la famiglia attribuisce la denuncia a una lite con un collega pakistano. Nazrul ha chiamato casa per l’ultima volta l’11 ottobre. Tre giorni dopo hanno ricevuto la notizia della sua morte, e una sua zia di 65 anni è morta quella stessa notte per un infarto.

Sweety, divorziata e madre di una bambina di quattro anni, era partita da un villaggio di Mirzapur, a Tangail, con un prestito del padre, bracciante. Cinque mesi dopo l’arrivo ha avvisato di essere in carcere e di essere stata incriminata dopo una discussione con altre lavoratrici. Quindici giorni prima dell’esecuzione ha detto al padre che forse l’avrebbero rilasciata entro due mesi. Non ha mai parlato di un processo. La sua famiglia è ancora senza comunicazione ufficiale.

Due pesi e due misure

Il 9 ottobre, il cardinale Pietro Parolin ha definito «davvero incomprensibile» l’esecuzione televisata di Nidal Hasan, autore della strage di Fort Hood, ha ricordato che «la posizione della Chiesa si oppone totalmente alla pena di morte» e ha annunciato una dichiarazione formale della Santa Sede. Il giorno successivo, Giornata Mondiale contro la Pena di Morte, Leone XIV ha scritto che la pena capitale «è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e alla dignità della persona».

Hasan ha ucciso tredici persone, è stato processato in un procedimento pubblico e la sua esecuzione non è ancora avvenuta. Nazrul e Sweety, due immigrati poveri senza difesa nota, sono stati processati a porte chiuse per un fatto che nessuno ha descritto e giustiziati senza preavviso al loro paese. Per il primo c’è stato il segretario di Stato, un messaggio papale e una dichiarazione annunciata. Per i secondi non c’è stato nulla, né dalla Segreteria di Stato né dall’Ufficio Stampa. L’Arabia Saudita ha giustiziato almeno 356 persone nel 2025, secondo Human Rights Watch, la maggior parte per reati di droga senza violenza, e quella cifra non ha mai meritato una reazione paragonabile a quella suscitata da ogni esecuzione negli Stati Uniti.

Assisi, la prossima settimana

Il silenzio coincide con la vigilia dell’incontro che Sant’Egidio celebra ad Assisi dal 25 al 27 ottobre sotto il motto «Pace disarmata e disarmatrice», con 384 rappresentanti di 53 paesi e la presenza del Papa il giorno 27. L’organizzazione non ha pubblicato l’elenco delle delegazioni musulmane. Il suo registro dei relatori, che raccoglie coloro che sono intervenuti nei suoi incontri nel corso degli anni, include nomi molto vicini al potere saudita, a cominciare dallo sceicco Mohammad bin Abdulkarim al-Issa, segretario generale della Lega Musulmana Mondiale, organizzazione con sede alla Mecca e finanziata dallo Stato saudita. Al-Issa è stato ministro della Giustizia del regno e ha predicato il sermone di Arafat nel pellegrinaggio del 2022. Nello stesso registro figura il direttore generale della Fondazione Islamica del Bangladesh.

Sant’Egidio non ha confermato se uno di loro sarà ad Assisi. La Chiesa ha sostenuto per decenni che la dignità della vita umana è una tunica inconsutile, secondo l’immagine del cardinale Bernardin, che non ammette rattoppi a seconda di chi impugni l’arma. La prossima settimana, in piazza San Francesco, si vedrà se quella tunica copre anche due addetti alle pulizie bangladesi giustiziati alla Mecca.

Comunicato integrale del Ministero dell’Interno dell’Arabia Saudita (14 ottobre 2026)

Versione italiana del comunicato diffuso dall’Agenzia Stampa Saudita.

Dice Dio, sia esaltato: «E non corrompete la terra dopo che è stata ordinata» (Corano 7, 56).

I cittadini bangladesi Nazrul Islam Abdul Basir e Siti Akhtar, donna, hanno commesso un atto immorale all’interno di una moschea della Mecca. Le autorità di sicurezza hanno proceduto al loro arresto e, conclusa l’indagine, sono stati accusati e deferiti al tribunale competente, che ha ritenuto provati i fatti loro imputati e ha emesso contro di loro sentenza di morte come pena di tazir, in considerazione della gravità di quanto commesso e della violazione della santità del tempo e del luogo. La sentenza è diventata definitiva dopo essere stata confermata dall’istanza giudiziaria competente, ed è stato emesso un ordine reale per la sua esecuzione.

La pena di morte è stata eseguita nei citati detenuti mercoledì 3/5/1448 dell’egira, corrispondente al 14 ottobre 2026, nella regione della Mecca.

Il Ministero dell’Interno afferma l’impegno del Governo del Regno dell’Arabia Saudita al mantenimento della sicurezza, alla realizzazione della giustizia e all’applicazione della legge islamica a chi profana la santità delle moschee o attenta all’onore altrui, e avverte chiunque osi commettere atti simili che riceverà il castigo che la legge islamica stabilisce.

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