Invocare Santa Teresa di Calcutta a favore di Garabandal produce un effetto comprensibile: il nome di una donna la cui vita fu eroicamente consacrata a Cristo nei poveri sembra conferire al racconto una credibilità che nessuna discussione storica potrebbe raggiungere. Tuttavia, proprio per rispetto alla sua santità, è necessario esaminare ciò che è documentato, ciò che le viene attribuito e quali conclusioni permettono di trarre le sue parole. Un’amicizia, un’impressione favorevole e un’approvazione ecclesiale sono realtà distinte; riunirle sotto la parola «avallo» può risultare persuasivo, ma non per questo esatto. La critica rigorosa non ha bisogno né di negare ogni relazione tra Madre Teresa e le «veggenti», né di insistere che ogni manifestazione favorevole sia un’invenzione. La documentazione divulgata offre ragioni per ammettere una relazione stretta con Conchita e una disposizione favorevole verso Garabandal. Ciò che non permette è trasformare tale disposizione in prova conclusiva delle apparizioni, né presentarla come un’autorità alternativa al discernimento della Chiesa. La questione non consiste nel verificare se Madre Teresa meriti fiducia, ma nel precisare su cosa potesse testimoniare e con quale portata.
Un’amicizia vera non rende vera un’apparizione
Esiste una testimonianza particolarmente utile perché proviene da Conchita e permette di distinguere la relazione personale dalle interpretazioni aggiunte in seguito. Nella trascrizione della sua intervista con Mons. Francisco Garmendia, collocata nel 1981 dalla letteratura consultata a New York, Conchita afferma di conoscere Madre Teresa e di vederla quando questa viaggia negli Stati Uniti, dove Conchita, sposata con un americano, si era già stabilita. All’osservazione dell’intervistatore che la religiosa la visita, precisa: è lei che va a trovarla. Parla del suo affetto e del suo sostegno, ma aggiunge un episodio che importa molto di più per determinare il senso di quella relazione: quando le spiegò che il vescovo di Santander le aveva proibito di parlare delle apparizioni, Madre Teresa le rispose di rispettare quell’indicazione. La precisazione non distrugge l’amicizia, ma evita che questa cresca al ritmo del suo utilizzo apologetico. Conchita offre una testimonianza di affetto, accompagnamento e rispetto all’autorità episcopale. Non descrive in quel passo un’indagine condotta da Madre Teresa né una rivelazione soprannaturale che avesse confermato quanto presumibilmente accaduto nel paese cantabrico.
Qualcosa di simile accade con le notizie sul padrinato di uno dei suoi figli. Alcune pubblicazioni presentano direttamente Madre Teresa come madrina; altre precisano che lo fu una religiosa delle Missionarie della Carità per suo incarico. La differenza può essere secondaria per riconoscere la vicinanza spirituale, ma non per riprodurre scrupolosamente i fatti. Una relazione reale non autorizza a scegliere sempre la sua versione più impressionante.
In ogni caso, né una fotografia, né un padrinato, né un’amicizia prolungata autenticano retrospettivamente delle visioni. Accreditano un incontro o un legame personale; non attestano di per sé l’origine di un’esperienza precedente. Una persona può apprezzare profondamente Conchita, riconoscere la sua vita cristiana e accompagnarla nelle sue difficoltà senza certificare ogni affermazione fatta durante la sua adolescenza.
La distinzione non obbliga neppure a sospettare mala fede nelle protagoniste. Tra la menzogna deliberata e l’esattezza soprannaturale di un racconto esistono possibilità che un’indagine deve considerare: ricordi modificati, interpretazioni sincere ma errate, esperienze la cui natura non è stata chiarita o elementi umani aggiunti a ciò che si racconta. La carità esige di non escludere anticipatamente tutte queste possibilità.
Per questo, il ragionamento che passa da «Madre Teresa stimava Conchita» a «la Vergine è apparsa a Garabandal» contiene un salto che il prestigio della santa non può giustificare. Se la bontà di chi ascolta e la sincerità di chi racconta sono rilevanti, non bastano a risolvere la natura di ciò che si racconta.
La lettera: una frase favorevole e una trasmissione che esige precisione
Il pezzo più citato è una lettera attribuita a Madre Teresa, datata abitualmente il 10 novembre 1987 e diretta a Mons. Juan Antonio del Val, vescovo di Santander. Il frammento divulgato colloca nel 1970 la sua prima conoscenza di Garabandal e contiene questa affermazione: «Dal principio ho sentito che gli eventi erano autentici». Non sarebbe onesto trattare quelle parole come se fossero sfavorevoli o prive di significato: esprimono una valutazione positiva degli eventi, sebbene sul piano del meramente sensibile e soggettivamente intuitivo, senza aver visto nulla. Inoltre, una frase ripetuta in numerosi luoghi non equivale a numerosi testimoni indipendenti; può trattarsi di una stessa trascrizione che passa da un libro all’altro e da una pubblicazione all’altra. L’abbondanza di riproduzioni dimostra la diffusione; per dimostrare l’autenticità documentale interessa conoscere l’originale, il suo testo completo, la sua data, la sua provenienza e le condizioni della sua conservazione.
Il tracciamento permette di avvertire una difficoltà concreta. In Garabandal: a la luz de la historia, il racconto menziona una lettera del 10 novembre 1987 relativa all’offerta di preghiera per i sacerdoti di Santander; successivamente colloca nel 1988 la nota dichiarazione sull’autenticità degli eventi. La nota che sostiene quest’ultima rimanda a Memorias de un cura en Garabandal, di José Ramón García de la Riva, pagina 438. Inoltre, il frammento contiene l’espressione «nel 1970, diciotto anni fa», che si adatta naturalmente al 1988. Questo disallineamento non dimostra che la frase sia falsa: può derivare da un’imprecisione cronologica, da una trascrizione o dalla riunione di comunicazioni diverse, ma impedisce di presentare come definitivamente risolta l’identificazione tra il frammento favorevole e la lettera di novembre 1987. Prima di costruire una conclusione su di essa, sarebbe necessario confrontare i documenti completi. Nelle fonti esaminate non si è potuta verificare una riproduzione integrale e sufficientemente identificata dell’originale che risolva tale difficoltà. Ciò non significa che l’originale non esista; significa che la verifica pubblica effettuata non permette di dare per chiariti tutti i suoi estremi. La metodologia esige di formulare tale limitazione senza trasformarla, per eccesso di entusiasmo o di sospetto, in qualcosa di diverso.
C’è, inoltre, una seconda distinzione. Una lettera può essere autentica e non provare ciò per cui la si invoca. Autenticare uno scritto dimostrerebbe che Madre Teresa espresse un parere; non indicherebbe automaticamente la verità dei fatti su cui opinava. L’autenticità del documento e l’esattezza del suo contenuto sono domande diverse.
Non conviene neppure indebolire artificialmente la frase mediante una spiegazione troppo benevola per la tesi critica. Per il suo contesto, è ragionevole intendere che si riferisce favorevolmente a Garabandal, non unicamente alla sincerità delle ragazze. Pretendere che «eventi autentici» significhi solo «persone sincere» richiederebbe una giustificazione che il frammento non fornisce. La critica non ha bisogno di tale riduzione: può riconoscere una convinzione privata favorevole e mostrare, con maggiore solidità, perché non costituisce una prova definitiva.
Il verbo «ho sentito» neppure dimostra di per sé superficialità. Nel linguaggio ordinario può esprimere una convinzione ferma, non un’emozione passeggera. Ciò che è decisivo è che il frammento non espone i fondamenti di tale convinzione: non presenta un’indagine, non identifica una rivelazione ricevuta dall’autrice e non offre un esame delle difficoltà storiche o delle profezie attribuite alle apparizioni. Una dichiarazione di fiducia non sostituisce la dimostrazione di ciò in cui si confida.
L’episodio del 1980: aiutare significava consultare il vescovo
Il racconto sulla preparazione di un documentario della BBC nel 1980 risulta particolarmente rivelatore. Secondo la testimonianza pubblicata di Barry Hanratty, collaboratore in quella produzione, Conchita capì inizialmente che alcune parole del vescovo di Santander le permettevano di partecipare. Conoscendo il progetto, Madre Teresa chiese l’autorizzazione episcopale e non considerò sufficientemente chiara la risposta ricevuta. Per questo chiese una nuova consultazione e scrisse la domanda che Conchita doveva formulare, centrata sul realizzare il film per l’onore e la gloria di Dio. Il racconto aggiunge che il vescovo permise la partecipazione e chiese di conservare quel biglietto. Si tratta di un racconto attribuito a qualcuno coinvolto nei preparativi, e merita di essere considerato come tale. Non deve essere degradato senza ragione a semplice voce; neppure deve essere confuso con una verifica indipendente di ogni conversazione o con la lettura diretta del documento episcopale corrispondente. Il suo significato, tuttavia, è abbastanza chiaro: Madre Teresa non si attribuì il potere di risolvere la questione da sé. Né il suo prestigio, né la sua convinzione favorevole, né l’interesse che potesse avere nella diffusione del racconto le parvero sufficienti per prescindere dal vescovo. Il suo intervento fu volto a ottenere una risposta inequivocabile dall’autorità competente.
La letteratura favorevole a Garabandal riconosce espressamente quel tratto. Un estratto di uno studio diffuso dalla pagina di un film sulle apparizioni insiste sul fatto che Madre Teresa consigliava la sottomissione di Conchita al prelato e afferma che il biglietto rimase conservato nel vescovado. Quella conservazione si presenta come testimonianza di obbedienza e interesse, non come un decreto di riconoscimento soprannaturale. Ecco la differenza: autorizzare un’intervista significa permettere un atto determinato sotto determinate condizioni; approvare delle apparizioni è emettere un giudizio sulla loro natura. L’oggetto di entrambe le decisioni non è lo stesso. Un’autorizzazione a parlare non trasforma ogni affermazione dell’intervistato in insegnamento sostenuto da chi autorizza.
Le norme di discernimento del 1978, corrispondenti all’epoca di questi episodi, distinguevano espressamente tra permettere certe manifestazioni di devozione e approvare il carattere soprannaturale dei fatti. Esigevano un’indagine rigorosa e attribuivano all’Ordinario del luogo la responsabilità iniziale di vigilanza e intervento. Se anche un permesso relativo al culto doveva evitare interpretazioni abusive, a maggior ragione deve evitarsi trasformare il permesso per un’intervista in riconoscimento di delle apparizioni.
Neppure il deposito di un biglietto in un archivio ecclesiastico modifica la natura del suo contenuto. Un archivio conserva corrispondenza, testimonianze, consultazioni e rapporti di autorità molto diversa. La custodia può aiutare a stabilire la provenienza di un documento; non fa sì che tutte le sue affermazioni diventino giudizio del vescovo.
C’è un altro spostamento simile nell’utilizzo dell’offerta di preghiera per i sacerdoti di Santander. La trascrizione divulgata presenta un’iniziativa di accompagnamento spirituale: una religiosa offrirebbe la sua preghiera per ogni sacerdote. Quel gesto bello non contiene, nel testo riprodotto, un’approvazione di Garabandal.
Si può supporre che la relazione con Conchita influenzasse la scelta di quella diocesi; ma una spiegazione possibile del motivo non deve confondersi con ciò che effettivamente dichiara la lettera, e tanto meno permette di trasformare l’accettazione episcopale di un’offerta di preghiera in accettazione di delle apparizioni.
Una santa può opinare senza diventare tribunale
Madre Teresa ebbe notizia di Garabandal, secondo il frammento che le viene attribuito, nel 1970: dopo il periodo delle apparizioni, collocato tra il 1961 e il 1965. La sua conoscenza di quegli eventi non proveniva, quindi, dall’averli vissuti durante quel periodo. Ciò non rende irrilevante la sua opinione, ma determina che tipo di conoscenza poteva offrire: quella di una persona che riceve racconti, conosce poi i loro protagonisti e forma un giudizio su di essi. Una testimonianza indiretta può essere preziosa, ma ha bisogno di chiarire le sue fonti e le sue ragioni. Non consta nella documentazione esaminata che Madre Teresa avesse realizzato una valutazione completa del fascicolo, confrontato sistematicamente le versioni o ricevuto l’incarico ecclesiale di giudicare i fatti. Affermare tale assenza di constatazione è più esatto che assicurare che non studiò mai nulla o che conobbe solo una versione: neppure quelle negazioni assolute sono dimostrate.
La stessa cautela deve applicarsi al discernimento spirituale. Che una persona sia santa non significa che ogni sua impressione sia un’illuminazione divina. I doni di Dio non possono presumersi per completare ciò che manca nella documentazione; se si invoca una conoscenza soprannaturale speciale, anche tale affermazione ha bisogno di fondamento, non basta introdurla come spiegazione conveniente di un’opinione favorevole.
La canonizzazione neppure incorpora al magistero tutti i pareri storici di chi è canonizzato. La Chiesa presenta i santi per la venerazione e l’imitazione; non trasforma per questo la loro corrispondenza privata in una raccolta di giudizi infallibili su eventi altrui. L’eroicità della carità e l’impossibilità di sbagliare sono cose distinte.
Per questo, ammettere che Madre Teresa poté errare riguardo a Garabandal non sminuisce la sua santità. Neppure permette di affermare, solo per quella possibilità, che effettivamente errò. L’argomento è più preciso: il suo parere era fallibile e, di conseguenza, non può chiudere un’indagine né dispensare dall’esaminare le prove. La possibilità di errore distrugge la pretesa di infallibilità; non dimostra di per sé la falsità delle apparizioni.
Anche le rivelazioni private riconosciute dalla Chiesa, ricorda il Catechismo, non appartengono al deposito della fede e devono essere accolte mediante un discernimento guidato dal magistero. Risulterebbe strano concedere all’opinione particolare di una santa su una rivelazione discussa una forza che neppure corrisponde alle rivelazioni private riconosciute.
La conclusione può formularsi, dunque, senza negare ciò che le fonti permettono di ammettere. C’è fondamento per parlare di vicinanza personale e di una valutazione favorevole attribuita a Madre Teresa. La trasmissione del frammento più citato presenta questioni documentali che conviene risolvere; ma, anche accettandolo integralmente come autentico, continuerebbe ad accreditare la sua opinione, non la soprannaturalità di Garabandal.
Di conseguenza, non è solido affermare che ogni sostegno fu inventato. Ciò che manca di giustificazione è trasformare quel sostegno in approvazione ecclesiale o in prova conclusiva. Se per «avallo» si intende una disposizione personale favorevole, la documentazione offre elementi per sostenerla; se si intende una garanzia definitiva delle apparizioni, si sta attribuendo alle testimonianze una portata che non possiedono.
Madre Teresa deve essere rispettata anche nel limite che lei stessa riconosceva: poteva accompagnare, consigliare, pregare ed esprimere fiducia, ma rimandava Conchita al vescovo. Utilizzare poi il suo nome per prescindere da quel discernimento significa conservare la sua impressione favorevole e relegare la sua obbedienza. Oltre al fatto che la sua santità non equivale a una sentenza, che spetta alla Chiesa, e questa l’ha già data molte volte, sebbene, per la delicatezza della sua formulazione, sia travisata usque ad infinitum da chi ha un incomprensibile giudizio aprioristico: Non constat de supernaturalitate.