Jack Valero, numerario, difende la riforma che lo ha già escluso dall'Opus Dei

Da agosto 2023 il Codice tratta i laici, quasi il 98 % dell’Opera, come cooperatori per convenzione. Il suo portavoce nel Regno Unito lo definisce «adeguamento canonico»

Jack Valero, numerario, difende la riforma che lo ha già escluso dall'Opus Dei
Fernando Ocáriz, prelado del Opus Dei

Jack Valero dirige l’Ufficio di Comunicazione dell’Opus Dei nel Regno Unito e ha appena pubblicato un libro di testimonianze, L’Opus Dei senza filtri. Vida Nueva, che lo ha intervistato questa settimana, gli ha chiesto di coloro che all’interno dell’Opera vedono un degrado nella revisione degli statuti avviata da Francesco. Egli preferisce definirla «un aggiustamento canonico affinché il carisma si viva meglio nella Chiesa di oggi». Lo dice un numerario. Valero è laico e celibe, e secondo il Codice di Diritto Canonico, così come modificato nell’agosto 2023, non è più membro della prelatura dell’Opus Dei, bensì un laico che coopera con essa mediante convenzione.

Il canone 294 stabilisce dal 1983 che le prelature personali sono composte da presbiteri e diaconi del clero secolare. Nell’agosto 2023 Francesco ha riscritto i due canoni successivi. Da allora la prelatura è assimilata alle associazioni pubbliche clericali, e il suo prelato è un moderatore con facoltà di Ordinario. I laici possono dedicarsi alle sue opere apostoliche mediante convenzioni, restando salvo il canone 107, che attribuisce loro come Ordinario il vescovo del loro domicilio. Il motu proprio è entrato in vigore lo stesso giorno della sua pubblicazione e reca la clausola di rigore, quella che lo fa prevalere su qualsiasi disposizione contraria, anche su quelle che meriterebbero menzione speciale.

L’Opera si richiama ai suoi statuti del 1982, che definiscono l’Opus Dei come una prelatura che comprende «sia chierici che laici» e pongono i suoi fedeli sotto la potestà del prelato. Francesco ha ordinato di adattarli nel 2022 e restano ancora da adattare. Ma lo stesso Codice stabilisce che una legge universale non deroga il diritto particolare salvo che lo dica espressamente, ed è proprio ciò che afferma quella clausola finale. Gli statuti del 1982 valgono in ciò che non contraddice i nuovi canoni, e ciò che trasformava i laici in membri della prelatura è proprio ciò che li contraddice.

I nuovi statuti, che secondo il canone 296 devono stabilire come cooperano i laici, sono stati consegnati a Roma l’11 giugno 2025. A febbraio, come ha comunicato la stessa prelatura, Leone XIV ha detto a Ocáriz che erano ancora in studio e che non si poteva prevedere una data di pubblicazione. I laici dell’Opus Dei sono così da più di due anni fuori dalla prelatura e senza lo statuto che dovrebbe regolare il loro rapporto con essa.

Secondo le sue stesse cifre, l’Opus Dei ha circa 94.000 membri, e di questi poco più di 2.100 sono sacerdoti. Se si applica il Codice, la prelatura è formata da quei sacerdoti, e il resto, quasi il 98 %, sono laici con convenzione. Un anno fa questo giornale ha titolato «L’Opus Dei, sull’orlo di cessare di esistere» l’informazione su alcuni statuti che avrebbero diviso l’Opera in tre entità, con i sacerdoti nella prelatura e i laici, numerari inclusi, in un’associazione di fedeli a parte. Quegli statuti non farebbero altro che mettere per iscritto ciò che il Codice già dice.

Nell’intervista Valero spiega cos’è l’Opus Dei, e lo fa con una precisione che non gli conviene. Ricorda che il fondatore diceva che «sia che tu sia uomo o donna, sposato o celibe, sacerdote o laico, tutti abbiamo la stessa vocazione». E aggiunge che l’istituzione sognata da san Josemaría è quella in cui tutti sono «allo stesso livello», senza «alcuni più alti o più bassi». Il Codice ha tracciato la linea proprio tra il sacerdote e il laico, con gli uni dentro la prelatura e gli altri che cooperano da fuori, e se questo non è mettere alcuni più alti e altri più bassi, ci assomiglia molto. Il sito web della prelatura continua a dire che tutti i suoi fedeli «sono e si sentono allo stesso grado membri». Sentirsi, certo, possono.

Come precedente, Valero ricorda che san Josemaría accettò «con grande gioia» che l’Opera fosse istituto secolare. Il fondatore lo raccontò in modo diverso nella lettera con cui chiese il permesso alla Santa Sede per il congresso speciale del 1969, dove scrisse che per ottenere l’approvazione del 1947 «si dovette forzare il suo primitivo spirito». L’Opera impiegò trentacinque anni per arrivare alla prelatura del 1982, la formula che finalmente riuniva sacerdoti e laici sotto un unico regime. È quella formula che il Codice ha smantellato.

E come prova che Francesco non voleva attaccare l’Opera, Valero cita le beatificazioni di Álvaro del Portillo e Guadalupe Ortiz de Landázuri, che presenta come «membri dell’Opera». Del Portillo, che fu il primo prelato, era sacerdote. Guadalupe era numeraria, laica come lo stesso Valero, quindi con il Codice di oggi solo uno dei suoi due esempi conterebbe come membro della prelatura.

Valero assicura che nell’Opera sono «molto tranquilli». Lui è fuori dalla prelatura dall’agosto 2023 senza averlo notato, che deve essere ciò che intende per un aggiustamento canonico.


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