Di Joanna Bogle
Il cimitero cattolico di Mortlake, nel sud-ovest di Londra, ha un gradevole aspetto rurale e merita una visita: si trova a circa 20 minuti da Waterloo, sulla linea che scende verso Richmond, e a breve passeggiata dalla stazione. È famoso soprattutto per la grande tomba in pietra a forma di tenda dell’esploratore del XIX secolo sir Richard Burton, che attira ogni anno numerosi turisti e storici. Tra le altre personalità sepolte qui si trova l’architetto John Francis Bentley, che progettò la cattedrale di Westminster.
C’è una tomba, tuttavia, la cui storia ha particolare rilevanza oggi. Sir James Marshall (1829-1889), con il suo lavoro volontario e la sua grande generosità, contribuì a garantire l’opera missionaria cattolica in Africa. Ma forse il suo non minore grande risultato lo raggiunse come funzionario in un incarico secolare.
Nominato presidente della Corte Suprema della Costa d’Oro e dei territori vicini –gli attuali Ghana e Nigeria–, fu responsabile di porre fine a una forma di schiavitù particolarmente crudele e di liberare un gran numero di uomini, donne e bambini.
Gravemente disabile fin da giovane –gli fu amputato il braccio destro dopo un incidente in barca–, Marshall dovette abbandonare i suoi progetti di entrare nell’Esercito e, invece, seguì le orme del padre e ricevette gli ordini sacri nella Chiesa anglicana. Dopo alcuni anni di ministero e molto studio, si unì alla Chiesa cattolica e cominciò a insegnare lingue classiche nella Oratory School fondata da John Henry Newman.
Fu Newman a suggerirgli di studiare Legge e, col tempo, divenne avvocato. Nel 1873 fu nominato magistrato capo della Costa d’Oro e, più tardi, nel 1887, della Nigeria. Ad Asaba si imbatté in un’orrenda usanza locale secondo la quale un capo tribale acquistava un gran numero di schiavi che, al momento opportuno, venivano sacrificati pubblicamente durante una grande riunione, in mezzo a un rumoroso cerimoniale. Questo aveva origine nella credenza dei capi tribali che così gli schiavi sarebbero stati a loro disposizione per servirli nell’altra vita.
In Ghana, Marshall era diventato una figura rispettata e popolare, capace di trattare con le comunità locali e i loro leader, e la sua nomina ad Asaba era avvenuta proprio perché bisognava risolvere la questione della schiavitù.
In una lettera ai suoi, Marshall raccontò come aveva detto ai capi tribali che la selvaggia pratica dell’uccisione rituale doveva finire, «che sarebbero state prese le misure più energiche per sopprimerla; che io avrei fatto sapere tra gli schiavi che potevano contare sulla nostra protezione, e che, ogni volta che si fosse saputo che stava per essere commesso un omicidio, sarebbero stati inviati immediatamente i soldati e che i capi… si sarebbero esposti a essere impiccati».
Parlava con tutta l’autorità della legge. Non solo la schiavitù era stata abolita in tutto l’Impero britannico già nel 1833, ma l’omicidio in sé era un reato e sarebbe stato trattato come tale, con la pena più severa. Tra gli schiavi che attendevano la macellazione, trattenuti in condizioni atroci e catturati in combattimenti tra tribù, c’erano donne e bambini piccoli.
Nel raccontare come si rivolse ai capi, Marshall scrisse che disse loro: «“Credete che il grande Dio, che ha fatto l’uomo bianco e il nero, e il mondo intero, e che ha voluto che tutti vivessimo felici insieme qui, vi conserverà quegli schiavi che uccidete perché siano vostri schiavi nell’altro mondo… bah!”. Poi alzai il dito davanti a loro e dissi: “Tutti dovete morire, e quando morirete vedrete chi ha ragione”».
Sostenuto dalla forza militare, Marshall poté imporre la legge, e quelle odiose pratiche furono finalmente schiacciate. Nel frattempo, oltre al suo incarico ufficiale, si era impegnato attivamente nella piccola chiesa missionaria che si stava stabilendo. E, col tempo, furono i suoi sforzi, tra cui una petizione personale al Papa, che portarono sulla Costa d’Oro un numero considerevole di missionari.
La Gran Bretagna vittoriana onorava gli uomini che servivano nell’impero coloniale che stava emergendo. I giudici e gli amministratori che lavorarono per ottenere il divieto della schiavitù erano considerati, a ragione, difensori di ciò che c’è di più nobile e migliore nella legge e nella civiltà cristiana. Le riunioni e i comizi tenuti a Londra raccoglievano fondi per progetti che avrebbero aiutato a liberare gli schiavi e, allo stesso tempo, a fondare –soprattutto attraverso le chiese e il volontariato– scuole e ospedali in territori dove venivano offerte forme di vita nuove e civilizzate.
Oggi è necessario raccontare la verità su tutto questo. Ai bambini e alle bambine delle scuole britanniche viene raccontata una serie di miti sul XIX secolo, sul rapporto tra Gran Bretagna e Africa, sul ruolo del cristianesimo e su altre questioni. (Immagino che negli Stati Uniti e in altre nazioni occidentali le cose siano simili.)
La Chiesa d’Inghilterra contribuisce attualmente a questi miti con i suoi tentativi di riscrivere la storia e di consegnare denaro a titolo di «riparazioni per la schiavitù» attraverso gli organismi ufficiali di vari Paesi, mentre trascura le sue parrocchie nel proprio Paese. Forse la storia di sir James Marshall può servire come punto di partenza per parlare di ciò che realmente accadde nell’epoca vittoriana. Forse conviene segnalare anche che il rinascimento cattolico fu un fattore di primo ordine nello sviluppo di gran parte di ciò che fu realizzato.
Nel frattempo, in Ghana e Nigeria –e in varie parrocchie cattoliche di Londra con numerosi fedeli ghanesi e nigeriani– fioriscono i Cavalieri e Dame di Marshall. Questa ammirevole organizzazione cattolica di laici, fondata negli anni ’20, svolge un ruolo di primo piano nella vita cattolica e, tra le molte altre cose, sta lavorando per la possibile canonizzazione di sir James Marshall.
Ogni anno, nell’anniversario della morte di Marshall, i Cavalieri e le Dame si riuniscono in gran numero a Mortlake, dove si prega davanti alla sua tomba e si depongono fiori e corone. E, nel frattempo, quotidianamente, a Londra e nel resto della Gran Bretagna, sacerdoti del Ghana e della Nigeria sono alla guida di parrocchie, insegnano la fede ed evangelizzano il Paese: ora sono loro i missionari nel Paese che un tempo inviò loro missionari.

Sull’autore
Joanna Bogle è autrice di una ventina di libri, tra cui diverse biografie storiche e A Book of Feasts and Seasons, con informazioni sulle tradizioni e le usanze che scandiscono l’anno liturgico. Il suo libro più recente è John Paul II: Man of Prayer, scritto con la sua collega Clare Anderson, che esplora la vita spirituale di san Giovanni Paolo Magno. Partecipa regolarmente a programmi di EWTN e ha avviato i popolari «Passeggiate di storia cattolica» per Londra.