Leone XIV ha rivendicato questo lunedì a Metz le radici cristiane dell’Europa e ha sostenuto che la civiltà del continente non può essere compresa senza l’impronta della Chiesa, del monachesimo e dell’apertura alla trascendenza. «Non si può parlare di Europa senza menzionare il cristianesimo», ha affermato il Papa davanti a Emmanuel Macron, prima di difendere una laicità che rispetti la libertà delle Chiese, chiedere che l’integrazione degli immigrati includa il loro ingresso «nello spirito della casa che li accoglie» e mettere in guardia i governi europei contro «l’illusione del riarmo».
Il discorso si è tenuto alle 11:30 al Centro Congressi Robert Schuman, durante l’incontro «Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità», uno degli ultimi appuntamenti del viaggio apostolico di Leone XIV in Francia. Il Pontefice è stato ricevuto dal presidente della Repubblica francese e dal cardinale Jean-Marc Aveline, presidente della Conferenza Episcopale di Francia, dopo aver partecipato quella stessa mattina a un incontro interreligioso a Metz.
Il contesto e il titolo dell’evento hanno permesso al Papa di articolare il suo intervento attorno a Robert Schuman, venerabile della Chiesa e uno dei padri della costruzione europea. Leone XIV ha presentato lo statista francese non semplicemente come uno degli architetti delle istituzioni comunitarie, ma come un politico la cui formazione cristiana si è rivelata decisiva per la sua concezione dell’Europa, la riconciliazione tra i popoli e il rispetto del diritto internazionale.
«Non si può parlare di Europa senza menzionare il cristianesimo»
Leone XIV ha iniziato risalendo ben oltre le attuali istituzioni europee. L’Europa, ha sottolineato, è «una realtà culturale e storica prima che geografica», formata nel corso dei secoli dalla civiltà ellenistica, dall’Impero romano, dalla diffusione del cristianesimo e dalla successiva incorporazione dei popoli germanici, slavi e altre culture.
In questo processo ha riservato un posto centrale a san Benedetto, proclamato patrono d’Europa da Paolo VI nel 1964. Il Papa ha enumerato l’influenza esercitata dai benedettini nell’assistenza ai poveri, ai malati e agli anziani, nell’educazione, nelle università, negli ospedali, nella medicina, nell’architettura, nell’ingegneria, nelle scienze, nel diritto e nella stessa organizzazione politica e urbana del continente.
«Senza questo patrimonio monastico, la civiltà europea, così come la conosciamo, non esisterebbe», ha affermato.
Leone XIV ha inoltre portato il riferimento al luogo concreto in cui pronunciava il discorso. Ha ricordato l’opera di san Crodegango a Metz e come da questa regione il canto gregoriano si sia diffuso nei territori carolingi, «portando armonia e bellezza a tutto il continente».
La conclusione è stata esplicita: «Non si può parlare di Europa senza menzionare il cristianesimo».
Il Pontefice ha sostenuto questa affermazione con lo stesso Robert Schuman, per il quale il cristianesimo aveva insegnato l’uguaglianza naturale di tutti gli uomini come figli dello stesso Dio e redenti da Cristo, e con Alcide De Gasperi, che identificava tra gli elementi del «legato comune europeo» la fraternità evangelica, il diritto, la bellezza e la ricerca della verità e della giustizia.
Leone XIV ha respinto l’idea che riconoscere questo debito storico equivalga a imporre un criterio confessionale. A suo giudizio, permette di comprendere che «l’apertura al trascendente è sempre una dimensione costitutiva della persona umana e una fonte viva di civiltà».
La laicità non consiste nell’allontanare le Chiese
Da questa affermazione sulle radici europee, il Papa è tornato su uno degli argomenti che ha attraversato il suo viaggio in Francia: il posto pubblico della religione nelle società secolarizzate.
Leone XIV ha citato espressamente l’articolo 17 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, che prevede un dialogo «aperto, trasparente e regolare» tra le istituzioni comunitarie e le Chiese.
«La laicità che regola la vita degli Stati non implica solo il carattere aconfessionale delle istituzioni civili, ma presuppone una vera collaborazione tra le parti», ha sottolineato. Questa collaborazione richiede, ha aggiunto, che le autorità rispettino l’autonomia delle Chiese e promuovano la loro libertà di organizzazione, espressione e culto.
L’affermazione prolunga quanto detto venerdì davanti alle autorità francesi, quando Leone XIV ha rivendicato una «giusta laicità» che non espella la religione dalla vita pubblica.
Il Papa ha inoltre collegato la sopravvivenza dei valori europei al riscoprire le proprie radici. Libertà, democrazia, pace e unità, ha affermato, conservano un significato reale solo quando si recupera la centralità della persona e si mantiene l’equilibrio tra diritti e doveri, di fronte a una concezione dei diritti individuali slegata dal bene comune.
Integrazione significa anche entrare «nello spirito della casa che accoglie»
Leone XIV ha affrontato successivamente l’arrivo in Europa di uomini e donne che fuggono da guerre e persecuzioni o cercano condizioni di vita migliori. Ha ricordato la sua recente visita alle Canarie, durante la quale aveva reclamato vie legali e sicure, soccorso e assistenza, lotta contro i trafficanti, protezione delle vittime e processi seri di accoglienza e integrazione.
A Metz ha aggiunto un elemento sul significato di questa integrazione. «Accogliere una persona significa integrarla come nella propria famiglia», ha spiegato.
Questo implica offrirle la possibilità di sviluppare i propri talenti, capacità e sensibilità, ma anche permetterle di «entrare nello spirito della casa che la accoglie».
Il Papa ha descritto la situazione attuale come un «incontro senza precedenti tra popoli e culture» che obbliga l’Europa a realizzare simultaneamente due movimenti: «una riscoperta creativa delle nostre radici» e «un ascolto attento dell’altro».
Non ha quindi presentato il dialogo come abbandono dell’identità europea. Quella stessa mattina, durante l’incontro interreligioso tenutosi a Metz, aveva insistito sul fatto che «dialogare non diminuisce la nostra identità», ma permette di esprimerla con verità mentre si riconosce la differenza dell’altro.
Leone XIV mette in guardia contro «l’illusione del riarmo»
La seconda parte del discorso è stata dominata dalla guerra e dal futuro politico dell’Europa. Leone XIV ha recuperato l’esperienza di Schuman dopo la Seconda Guerra Mondiale per ricordare che il progetto europeo è nato proprio dalla volontà di rendere materialmente impossibile una nuova guerra tra popoli che si erano affrontati per generazioni.
Il Papa ha lamentato che la guerra sia tornata sul continente e l’ha definita, ricorrendo alle parole di Benedetto XV durante la Prima Guerra Mondiale, come una nuova «inutile strage» che causa quotidianamente numerose vittime civili.
Ha chiesto «un dialogo paziente», audacia nel negoziare e disponibilità a sacrificare determinate posizioni per il bene superiore della pace. Allo stesso tempo, ha chiarito che questa ricerca non può essere confusa con «un irenismo ingenuo».
È stato allora che ha lanciato uno degli avvertimenti più incisivi dell’intervento: «Bisogna fare attenzione all’illusione del riarmo».
Leone XIV ha ricordato che l’aumento della spesa militare viene solitamente giustificato dal pericolo rappresentato da altri Stati e ha posto una domanda diretta sulla direzione europea: «Stiamo davvero facendo “sforzi creativi” per promuovere la pace nel mondo, o semplicemente stiamo cercando di “fermare l’emorragia della guerra” e prepararci meglio per quelle che supponiamo siano ancora a venire?».
La preoccupazione era già emersa all’inizio del viaggio. Davanti a Macron e alle autorità francesi, Leone XIV aveva chiesto di puntare sul disarmo, la diplomazia e il multilateralismo e aveva respinto l’idea che l’accumulo di armamenti possa costituire di per sé una garanzia di pace.
«Le relazioni umane e tra gli Stati diventano sempre più barbare»
La diagnosi del Papa sulla politica internazionale è stata particolarmente severa. Di fronte alla logica della forza, ha rivendicato il diritto internazionale e il principio pacta sunt servanda, secondo il quale gli accordi devono essere rispettati.
Leone XIV ha sottolineato che il diritto internazionale e il multilateralismo riconoscono l’uguaglianza effettiva degli Stati e costituiscono «il miglior antidoto contro la volontà di dominio, che è la radice di ogni conflitto».
«Oggi le relazioni umane e tra gli Stati diventano sempre più barbare. Si disprezza il valore della parola data; e si presume piuttosto la menzogna e l’inganno», ha denunciato.
Di fronte a questa deriva, ha presentato l’esperienza europea degli ultimi otto decenni come prova che è possibile far valere interessi e posizioni divergenti «incontrandosi invece di affrontarsi».
«Non abbiate paura di formare una famiglia, di avere figli»
Leone XIV ha riservato la parte finale del discorso ai giovani europei. Ha chiesto loro di non sottomettersi «alla logica della violenza e dell’oppressione» e di assumere personalmente la costruzione della pace nelle loro relazioni, famiglie, scuole, università, città e comunità politiche.
Ma l’esortazione è andata oltre la pace. Il Papa ha collegato espressamente il futuro dell’Europa con la famiglia, la natalità, la partecipazione politica e la difesa della vita umana.
«Amate la vita in ogni momento e non temete il futuro!», ha chiesto.
«Non abbiate paura di formare una famiglia, di avere figli, di difendere la dignità di ogni persona, dal primo istante nel grembo della madre fino all’ultimo respiro».
La difesa della vita è stata una costante durante i quattro giorni del viaggio. Dall’Eliseo a Lourdes e Metz, Leone XIV ha insistito davanti a responsabili politici, vescovi, malati, giovani e rappresentanti religiosi sul fatto che la dignità umana non dipende dall’età, dalla salute, dall’autonomia né dall’utilità sociale.
A Metz, il Pontefice ha collocato questa difesa all’interno di una questione ancora più ampia: quale Europa riceveranno le prossime generazioni. La sua risposta è passata attraverso il ritorno a radici che non ha presentato come una reliquia del passato, ma come condizione per affrontare il futuro: «E insieme a voi, l’Europa, saldamente radicata, continuerà a fiorire e a ispirare il mondo intero».
DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
Signor Presidente,
Signor Cardinale,
distinte Autorità civili e religiose,
signore e signori:
Mi fa piacere trovarmi in questa città storica, un crocevia nel cuore del continente, per tenere questo incontro con un titolo così evocativo: «Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità». Vi ringrazio per le gentili parole che mi avete rivolto.
Il titolo proposto si ispira senza dubbio alla figura del venerabile Robert Schuman, al quale oggi vogliamo rendere un omaggio particolare in questo centro che porta il suo nome, e soprattutto qui, in Mosella, regione dove ha vissuto a lungo, dove riposano i suoi resti e della quale è stato per molti anni rappresentante all’Assemblea Nazionale. Egli si è ispirato a questa regione, con le sue vicissitudini nei secoli XIX e XX, per contribuire a dare forma all’Europa di oggi e di domani, attraverso la sua celebre Dichiarazione del 9 maggio 1950. Questo testo indica allo stesso tempo il punto di partenza e di arrivo del suo impegno per la riconciliazione e l’unità del continente europeo, che ha segnato tutta la sua vita.
Oggi vogliamo intraprendere con il pensiero un viaggio che parte dalle radici dell’Europa per arrivare al suo presente e guardare verso il futuro. Ci chiediamo come Robert Schuman sia stato plasmato dalla storia di questa terra, di cui è stato figlio, e come abbia contribuito in modo fondamentale a dare forma all’Europa moderna, al punto da essere considerato un “padre fondatore”.
È sempre difficile definire l’Europa, sia per il presente che per il passato. L’Europa, infatti, ha preso gradualmente coscienza di sé nelle epoche storiche della civiltà ellenistica, dell’Impero romano e, successivamente, della diffusione del cristianesimo, integrando nel tempo nuove culture come quelle germaniche e slave, tra le altre, fino ad abbracciare regioni sempre più vaste.
L’Europa deve essere intesa, quindi, come una realtà culturale e storica prima che geografica. Nel corso dei secoli, ha acquisito nuovi confini e nuove definizioni, attraversando periodi di crescita, profonde crisi e nuovi rinascimenti. Un fattore costante, che si può osservare nel suo lungo e turbolento percorso storico, risiede nel fatto che l’Europa si è sviluppata e progredita quando è stata capace di assimilare gli aspetti positivi del suo passato e di riproporli in forme nuove e creative grazie all’incontro con l’altro. Infatti, la civiltà europea è anche frutto di incontri secolari, sebbene non sempre facili. Basti pensare alla presenza della cultura araba nella penisola iberica, o alla proiezione del “Vecchio Continente” verso il “Nuovo Mondo”, che ha generato, a volte in modo doloroso, sintesi inedite nel continente americano.
Per comprendere questa lunga storia, tuttavia, non si può omettere un altro padre dell’Europa: san Benedetto, che san Paolo VI proclamò patrono d’Europa nel 1964, chiamandolo «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà» [1]. L’aiuto ai poveri, ai malati e agli anziani; l’educazione dei bambini e le università; gli ospedali e la medicina; l’architettura e l’ingegneria; lo sviluppo delle scienze; il diritto e l’organizzazione delle città e degli stessi Stati: quanti ambiti, in Europa, sono stati profondamente influenzati da san Benedetto e dai suoi monaci! Senza questo patrimonio monastico, la civiltà europea, così come la conosciamo, non esisterebbe. Qui, a Metz, grazie all’opera, tra l’altro, di san Crodegango, si respirava uno spirito benedettino di fraternità, comunione e vita condivisa. Da qui, il canto gregoriano si è diffuso nei territori carolingi, portando armonia e bellezza a tutto il continente.
Non si può parlare di Europa senza menzionare il cristianesimo, come ben sapeva Robert Schuman quando disse: «Il cristianesimo ha insegnato l’uguaglianza di natura di tutti gli uomini, figli dello stesso Dio, redenti dallo stesso Cristo, senza distinzione di razza, colore, classe o professione. Ha riconosciuto la preminenza dei valori interiori che soli nobilitano l’uomo. La legge universale dell’amore e della carità ha fatto di ogni uomo il nostro prossimo e le relazioni sociali nel mondo cristiano da allora si fondano su di essa» [2].
Un altro padre fondatore dell’Europa contemporanea, Alcide De Gasperi, gli fa eco accentuando il “legato comune europeo” [3], cioè “quella morale unitaria che esalta la figura e la responsabilità della persona umana con il suo spirito di fraternità evangelica, con il suo rispetto per il diritto ereditato dagli antichi, con il suo apprezzamento per la bellezza perfezionato nel corso dei secoli, con la sua ricerca della verità e della giustizia acuita da un’esperienza millenaria” [4].
Invece di essere un criterio confessionale esclusivo [5], il riferimento al debito della cultura europea con il cristianesimo permette di comprendere meglio fino a che punto l’apertura al trascendente è sempre una dimensione costitutiva della persona umana e una fonte viva di civiltà.
A questo proposito, l’articolo 17 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea riveste grande importanza. Promuove «un dialogo aperto, trasparente e regolare» con le Chiese, sempre nel rispetto e senza pregiudizio dello «statuto riconosciuto negli Stati membri». La laicità che regola la vita degli Stati non implica solo il carattere aconfessionale delle istituzioni civili, ma presuppone una vera collaborazione tra le parti, così come il rispetto, da parte delle autorità statali e comunitarie, dell’autonomia delle Chiese e la promozione della loro libertà di organizzazione, di espressione e di culto.
Si tratta di risalire alla fonte dei valori che costituiscono il fondamento della convivenza civile, cioè «i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, così come la libertà, la democrazia, l’uguaglianza e lo Stato di diritto» (Trattato dell’Unione Europea, Preambolo).
Nel presente contesto multiculturale, l’affermazione dell’universalità di questi valori, che è essenziale per la loro sopravvivenza, passa anche attraverso una riscoperta delle proprie radici e attraverso l’apertura al dialogo con l’altro.
Si tratta di una necessità sociale e politica per riscoprire il ruolo centrale della persona umana e dare un significato reale a parole come libertà, democrazia, pace e unità. A tal fine, risulta molto prezioso l’invito di Papa Francesco ad apprezzare la complessità della realtà europea in tutta la ricchezza delle sue tradizioni e sensibilità, accentuando «la sfida di un’armonia costruttiva, libera da egemonie» [6].
Questo doppio movimento, di riscoperta e dialogo, permetterà anche di trovare un giusto equilibrio tra i diritti stessi, così come tra i diritti e i doveri perché ―come ricordava lo stesso Papa Francesco― il «concetto di diritto non è più associato a quello di dovere, ugualmente essenziale e complementare, in modo che si affermano i diritti dell’individuo senza tenere conto che ogni essere umano è unito a un contesto sociale, nel quale i suoi diritti e doveri sono connessi a quelli degli altri e al bene comune della società stessa» [7].
Infatti, l’Europa contemporanea si trova ad affrontare una nuova fase nella sua lunga storia di incontri, con l’arrivo sul continente di tanti uomini e donne che fuggono da zone di guerra e persecuzione, o che cercano un miglioramento della vita lontano dalla povertà e dalla miseria.
Come ho detto durante la mia recente visita alle Isole Canarie, in Spagna: «La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva alle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra» (Incontro con le realtà di accoglienza dei migranti, 11 giugno 2026).
Tutto questo, tuttavia, non sarebbe sufficiente: accogliere una persona significa integrarla come nella propria famiglia, offrendole la possibilità di sviluppare i propri talenti, le proprie capacità e sensibilità, ma anche di entrare nello spirito della casa che la accoglie. Bisogna cogliere la portata storica di ciò che sta accadendo, cioè un incontro senza precedenti tra popoli e culture che chiede una riscoperta creativa delle nostre radici e, allo stesso tempo, un ascolto attento dell’altro. L’universalità dei valori fondazionali dell’Europa ci assicura che questo dialogo è possibile e che potrà dare una base solida alle nostre società, permettendo di lavorare in modo più efficace per la pace e per un mondo riconciliato.
Questa lucidità ha ispirato uomini come Schuman a superare l’opposizione tra le identità culturali e dare vita alle istituzioni europee, alla fine della terribile tragedia della Seconda Guerra Mondiale, mostrando quanto sia grande il male causato dall’uomo quando pensa di non avere ostacoli nell’esercizio del suo potere.
Robert Schuman, ha conosciuto frontiere in continua evoluzione, ha contribuito a gettare le basi di un’Europa consapevole dell’urgenza di abbattere i muri che la laceravano. La sua formazione cristiana lo ha educato al valore dell’uguaglianza, senza distinzione di razza o classe sociale, e gli ha insegnato la dignità del lavoro. La successione di diverse sovranità nazionali gli ha inculcato l’importanza del diritto internazionale e il valore della parola data. Essendo cresciuto in un contesto in cui l’orgoglio e la vendetta sembravano prevalere, Schuman si è impegnato per la pace e la fratellanza tra i popoli che, dopo aver lottato a lungo, hanno finalmente riconosciuto di aver bisogno l’uno dell’altro.
Di conseguenza, quali sono gli insegnamenti di Robert Schuman per l’Europa e il mondo di oggi? In primo luogo, un profondo desiderio di pace. Purtroppo, anche in Europa, in questa epoca è riapparsa la guerra: una nuova «inutile strage» [8] che ogni giorno causa innumerevoli vittime civili. E ancora oggi, come nel 1950, le parole contenute nella Dichiarazione Schuman rimangono attuali: «Il contributo che un’Europa organizzata e viva può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche» [9]. È necessario impegnarsi in un dialogo paziente, mostrare audacia nella negoziazione ed essere disposti a sacrificare alcune posizioni per il bene superiore della pace.
Senza dubbio, la ricerca della pace in Europa, così come nel resto del mondo, non deve essere confusa con un irenismo ingenuo. Al contrario, le parole di Schuman sono più attuali che mai: «La pace mondiale non può essere salvaguardata senza sforzi creativi paragonabili ai pericoli che la minacciano» [10]. Tuttavia, bisogna fare attenzione all’illusione del riarmo. «Non è un caso che i ripetuti appelli ad incrementare la spesa militare e le decisioni che ciò comporta siano presentati da molti governanti con la giustificazione del pericolo rispetto agli altri» (Messaggio per la LIX Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2026). Favorire la pace è un’opera attiva. Oggi, la domanda è se stiamo davvero facendo “sforzi creativi” per promuovere la pace nel mondo, o se semplicemente stiamo cercando di “fermare l’emorragia della guerra” e prepararci meglio per quelle che supponiamo siano ancora a venire.
L’Europa di Schuman è un continente in cui si preferisce il dialogo alla lotta armata; in cui si mettono in comune le risorse affinché «ogni guerra […] non solo risulti impensabile, ma materialmente impossibile» [11].
Secondo Schuman, l’Europa si basa sul rispetto del diritto internazionale che, a differenza delle legislazioni nazionali, non può essere imposto con la forza da uno Stato, ma si fonda sul principio universalmente riconosciuto pacta sunt servanda. Questo principio è custodito gelosamente nella legislazione specifica di questa regione, che comprende anche le relazioni tra lo Stato e la Chiesa cattolica sulla base del Concordato del 1801 tra la Santa Sede e la Francia, ancora vigente.
Il diritto internazionale e il multilateralismo sottolineano l’uguaglianza effettiva degli Stati nelle loro relazioni reciproche e costituiscono il miglior antidoto contro la volontà di dominio, che è la radice di ogni conflitto. Oggi le relazioni umane e tra gli Stati diventano sempre più barbare. Si disprezza il valore della parola data; e si presume piuttosto la menzogna e l’inganno. L’Europa può porre fine a questa spirale grazie al rispetto per l’altro, che ha saputo coltivare e preservare, poiché ha ampiamente dimostrato, negli ultimi ottant’anni, che è possibile far valere opinioni, rivendicazioni e interessi divergenti, incontrandosi invece di affrontarsi.
Schuman ci ricorda che dobbiamo sempre essere realisti e coraggiosi: «L’Europa ―affermava― non si farà in una volta né in un’opera d’insieme: si farà grazie a realizzazioni concrete, che creino innanzitutto una solidarietà di fatto» [12]. Non dobbiamo mai perdere la fede nella nostra capacità di progredire, anche se i passi che compiamo sono a volte piccoli e quasi impercettibili. L’esigenza moderna di “avere tutto, subito” non si adatta alla storia e alla cultura europee, che, al contrario, insegnano il valore del tempo e della pazienza. Solo con piccoli passi si può dare vita a questa solidarietà concreta, che implica che nessuno si senta abbandonato o dimenticato.
Condividendo queste riflessioni, penso innanzitutto ai giovani, chiamati a costruire l’Europa di oggi e di domani. Come osservava Schuman: «Che questa idea di un’Europa riconciliata, unita e forte sia, d’ora in poi, la parola d’ordine per le giovani generazioni desiderose di servire un’umanità finalmente liberata dall’odio e dalla paura e che, dopo lacerazioni troppo lunghe, impara nuovamente la fraternità cristiana» [13].
Ai giovani dico: abbiate il coraggio di vivere in modo responsabile la missione di costruire la pace, nel vostro cuore, nelle vostre relazioni, nella vostra famiglia, nelle scuole e università, nella vita delle vostre città, dei vostri paesi e di tutta l’Europa.
Non sottomettetevi alla logica della violenza e dell’oppressione.
Amate la vita in ogni momento e non temete il futuro!
Non abbiate paura di formare una famiglia, di avere figli, di difendere la dignità di ogni persona, dal primo istante nel grembo della madre fino all’ultimo respiro.
Non abbiate paura di lavorare instancabilmente al servizio del bene delle vostre comunità, anche attraverso l’impegno politico.
Siate artefici di comunità!
E insieme a voi, l’Europa, saldamente radicata, continuerà a fiorire e a ispirare il mondo intero.
Che Dio vi sostenga in queste decisioni e benedica e protegga tutta l’Europa.
Note del testo ufficiale:
[1] S. Paolo VI, Lettera ap. Pacis nuntius (24 ottobre 1964): AAS 56 (1964), 965.
[2] R. Schuman, Per l’Europa, Madrid 2006, 42-43.
[3] Cf. A. De Gasperi, La nostra patria Europa. Discorso alla Conferenza Parlamentare Europea, 21 aprile 1954, in: Alcide De Gasperi e la politica internazionale, Roma 1990, vol. III, 437-440.
[4] Ibid.
[5] Cf. ibid.
[6] Francesco, Discorso al Consiglio d’Europa (25 novembre 2014).
[7] Francesco, Discorso al Parlamento europeo (25 novembre 2014).
[8] Benedetto XV, Lettera ai capi dei popoli belligeranti (1 agosto 1917): AAS 9 (1917), 423.
[9] Dichiarazione Schuman, Parigi, 9 maggio 1950.
[10] Ibid.
[11] Ibid.
[12] Ibid.
[13] R. Schuman, Per l’Europa, 36.