Il «Grande Miracolo» di Garabandal: profezia che cresce con gli anni

Il «Grande Miracolo» di Garabandal: profezia che cresce con gli anni

Se alcune profezie risultano difficili da studiare perché dicono molto poco, quella del cosiddetto «Grande Miracolo» di Garabandal presenta il problema opposto: dice troppo, ma non lo dice tutto nello stesso momento, né nello stesso documento, né dalla stessa persona, né con lo stesso grado di garanzia. Quando oggi si legge una pagina garabandalista e si trova, perfettamente composto, l’annuncio di un giovedì tra l’8 e il 16 di marzo, aprile o maggio, alle otto e mezza di sera, festa di un martire dell’Eucaristia, coincidente con un evento rarissimo della Chiesa, preceduto da un Avviso, seguito da un segno permanente nei Pini, con malati guariti, increduli convertiti, un Papa che lo contemplerà da dove si trova, Padre Pio che lo vedrà anch’egli, un cieco che riceverà occhi nuovi e un gesuita il cui cadavere riapparirà incorrotto, si ha l’impressione di trovarsi davanti a una rivelazione primitiva, compatta e perfettamente fissata dal 1961, ma non è così. Ciò che esiste è un fascicolo che si è formato per strati nel corso di più di mezzo secolo.

E forse la cosa più interessante è studiarlo senza ricorrere quasi agli avversari di Garabandal. Per ricostruire questa storia si possono utilizzare il Diario di Conchita, il libro favorevole di Francisco Sánchez-Ventura, le interviste che i centri garabandalisti hanno conservato e diffuso e, per qualche punto concreto, uno studio accademico pubblicato su American Anthropologist. In questo modo si evita il sospetto che la difficoltà derivi da una lettura ostile: in larga misura, sono gli stessi documenti utilizzati per difendere Garabandal che permettono di osservare la curiosa evoluzione dell’annuncio.

Il nucleo primitivo: una profezia molto più semplice

La prima cura che richiede questa questione consiste nel distinguere ciò che scrisse Conchita da ciò che gli editori aggiunsero poi come spiegazione di ciò che Conchita aveva scritto. Il suo Diario, iniziato nel 1962 e terminato nella seconda metà del 1963, contiene un paragrafo inequivocabile in prima persona. Lì afferma che la Vergine le ha comunicato «la data del miracolo e in cosa consisterà»; che dovrà annunciarlo otto giorni prima affinché la gente possa accorrere; che il Papa lo vedrà da dove si trova, lo stesso Padre Pio; che i malati presenti guariranno, i peccatori si convertiranno e chi contemplerà il prodigio non potrà dubitare. Questo è veramente il nucleo antico e documentalmente più solido della predizione.

Ma accade qualcosa di significativo. Nelle edizioni diffuse del Diario appare, alcune pagine prima, un lungo paragrafo tra parentesi quadre, cioè editoriale, che riunisce già quasi tutto il repertorio conosciuto: giovedì, santo martire legato all’Eucaristia, grande evento ecclesiale, otto e mezza di sera, durata di dieci o quindici minuti, segno permanente, guarigioni, Padre Pio, Papa… La stessa tipografia permette di notare dove termina la voce di Conchita e dove comincia la sistematizzazione dell’editore. Questo non significa che quei dati siano necessariamente tardivi o falsamente attribuiti; significa qualcosa di più modesto, ma fondamentale: non tutti sono contenuti in quel paragrafo autobiografico originale che tante volte viene citato come se li contenesse.

Tuttavia, diversi di essi appaiono molto presto per un’altra via. Francisco Sánchez-Ventura pubblicò in Spagna nell’agosto del 1965 Las apariciones de Garabandal e assicurò di conservare gli originali di determinati testi «scritti di pugno di Conchita». Tra quei testi figura già una descrizione molto più sviluppata: il Miracolo coinciderà con un evento importante della Chiesa e con la festività di un «santo martire dell’Eucaristia»; avverrà alle otto e mezza di sera di un giovedì; sarà visibile dal paese e dalle montagne circostanti; i malati presenti guariranno; gli increduli crederanno; e nei Pini rimarrà per sempre un segno suscettibile di essere filmato e trasmesso in televisione. Questo documento è importante perché dimostra che gran parte del complicato programma successivo non è nato ieri su Internet: era già sostanzialmente configurato nel 1965.

Fino a qui, quindi, la storia può essere ricostruita con una certa pulizia. Verso il 1963 esiste un nucleo: data conosciuta da Conchita, avviso pubblico con otto giorni di anticipo, guarigioni e conversioni, presenza visiva a distanza del Papa e di Padre Pio. Nel 1965 si trova documentato il secondo strato: giovedì, ore 20:30, martire eucaristico, evento ecclesiale e segno permanente. Ciò che ancora non troviamo riunito con la stessa solidità sono marzo, aprile o maggio; i giorni dall’8 al 16; il mese di aprile esclusivamente; il santo dal nome strano; quello che non sia spagnolo; l’anno successivo al 2000, e tutto il resto delle precisazioni che trasformeranno col tempo una profezia religiosa in qualcosa di simile a un problema di calendario perpetuo.

Entrano in scena i nomi propri

Prima ancora che si concludesse quel primo sviluppo appaiono due persone concrete il cui futuro rimarrà legato al Miracolo. La prima è Joey Lomangino, nordamericano che aveva perso la vista in un incidente. Qui la documentazione è particolarmente interessante perché esiste una lettera attribuita a Conchita, datata 19 marzo 1964, la cui trascrizione è stata raccolta anche da uno studio accademico. Conchita comunica a Joey che quel giorno, in una locuzione nei Pini, la Vergine le ha detto che riceverà «occhi nuovi» il giorno del grande Miracolo. Non si tratta, quindi, di una voce apparsa decenni dopo. La promessa individuale è antica e precisa.

Il secondo è il gesuita P. Luis María Andreu, deceduto nell’agosto del 1961 dopo aver esclamato «Miracolo!» durante uno degli estasi. Una lettera di Conchita derivata da una locuzione del 18 luglio 1964 annuncia qualcosa di ancora più sorprendente: il giorno successivo al Miracolo si sarebbe estratto dalla tomba il P. Andreu e sarebbe apparso incorrotto. L’edizione del Diario conserva questa formulazione. Curiosamente, in un’intervista del 1973 Conchita lo espresse in forma leggermente diversa: disse che il giorno del Miracolo il suo corpo sarebbe stato trovato incorrotto. Non è una differenza capitale —un giorno in più o in meno è poca cosa all’interno di un prodigio così considerevole—, ma è un buon esempio di quanto sia difficile trasformare tutta questa tradizione orale e scritta in una specie di protocollo notarile unico.

E allora accadde qualcosa che introdusse nella profezia una nuova difficoltà. Padre Pio morì il 23 settembre 1968. La predizione che il Diario aveva conservato era molto semplice: Padre Pio «vedrà» il Miracolo da dove si trova. Il problema non passò inosservato agli stessi interessati. Una fonte favorevole a Garabandal riconosce espressamente che Conchita rimase perplessa davanti alla morte del cappuccino perché la profezia sembrava non essersi realizzata. Circa un mese dopo arrivò la spiegazione: il P. Bernardino Cennamo le avrebbe assicurato che Padre Pio aveva visto anticipatamente il Miracolo prima di morire, perché lui stesso glielo aveva raccontato. Il dato primitivo rimaneva così preservato, sebbene mediante un piccolo spostamento semantico: «lo vedrà» non significava più che sarebbe vissuto per contemplare il futuro evento quando si fosse verificato, ma che lo aveva contemplato previamente in una visione privata. La soluzione è possibile, naturalmente; solo che non è esattamente ciò che il lettore spontaneo avrebbe inteso prima del 23 settembre 1968.

Questo sarà un procedimento che riapparirà diverse volte: quando la storia pone una difficoltà, non si abbandona l’affermazione precedente; se ne amplia l’interpretazione. Ogni nuova spiegazione permette di conservare il pezzo, sebbene il puzzle richieda istruzioni sempre più dettagliate.

Dal 1971 al 1978: il calendario si restringe e, allo stesso tempo, si complica

La famosa fascia dall’8 al 16 di marzo, aprile o maggio non appartiene al primitivo testo del Diario. Le fonti garabandaliste fanno solitamente derivare questa fascia da una conversazione che Conchita avrebbe avuto con un gruppo di americani il 10 agosto 1971: il Miracolo avrebbe avuto luogo tra l’8 e il 16 di marzo, aprile o maggio, escludendo febbraio e giugno. Il dato è oggi ampiamente ripetuto, ma la sua qualità documentale è inferiore alla lettera di Joey o al manoscritto citato da Sánchez-Ventura: le pagine che lo trasmettono riproducono la conversazione, ma non offrono l’originale manoscritto o la registrazione contemporanea che sarebbe desiderabile possedere per una precisione di tale calibro.

Nel 1973, un’intervista a Conchita aggiunge altri pezzi. Lei assicura nuovamente di conoscere giorno, mese e anno; afferma che la data arriverà «presto», sebbene la rivelerà solo otto giorni prima; precisa che i malati presenti saranno guariti qualunque sia la loro malattia o religione; che tutti i presenti crederanno; che i peccatori si convertiranno; e offre una descrizione veramente singolare del segno che rimarrà nei Pini: potrà essere visto, fotografato e trasmesso in televisione, si potrà toccare ma non sentire e sarà, dice, «come fumo». Aggiunge inoltre che Joey Lomangino recupererà la vista e che un ragazzo paralitico, i cui genitori provenivano da Garabandal, sarà anch’egli guarito.

Il «presto» del 1973 ha ormai più di mezzo secolo di rispettabile esistenza. Questo, di per sé, non confuta nulla, perché presto manca di unità di misura e la letteratura profetica conosce bene la notevole elasticità di certi avverbi; consiglia, invece, di non utilizzarli come strumento cronologico troppo fine.

Ancora più sostanziosa è l’intervista del 7 febbraio 1974, pubblicata su Needles. Conchita spiega lì che il «grande evento» che coinciderà con il Miracolo sarà un fatto ecclesiale singolare, molto raro, verificatosi altre volte ma mai durante la sua vita, qualcosa —dice solo come confronto— simile alla definizione di un dogma, in quanto riguarderà tutta la Chiesa. Chiarisce inoltre che tale evento non sarà conseguenza del Miracolo: semplicemente coincideranno entrambi nello stesso giorno. Quando le chiedono come annuncerà la data, risponde che probabilmente a mezzanotte, otto giorni prima, chiamerà Joey, la radio, la televisione e chiunque possa diffondere rapidamente la notizia.

Quella stessa intervista contiene due dati decisivi. Il primo è che, interrogata su quanto tempo intercorrerà tra l’Avviso e il Miracolo, Conchita risponde con tutta semplicità: «Non lo so». Conviene ricordarlo perché tre anni dopo, nel febbraio del 1977, Mari Loli assicurò che il Miracolo si sarebbe prodotto entro l’anno successivo all’Avviso. Pertanto, la nota formula «il Miracolo avrà luogo meno di un anno dopo l’Avviso» non è propriamente una precisazione di Conchita: proviene da Mari Loli e convive con la dichiarazione esplicita di Conchita che lei ignorava quell’intervallo.

Il secondo dato riguarda ancora Joey. Nel 1974 non si parla più soltanto di alcuni ambigui «occhi nuovi». Conchita specifica che nel momento del Miracolo Joey avrà occhi nuovi e dopo vedrà permanentemente. La frase importa molto perché rende considerevolmente difficile convertire successivamente quegli «occhi nuovi» in una metafora puramente spirituale.

Nel febbraio del 1977 arriva una precisazione diretta e solidamente trasmessa: interrogata espressamente sui mesi in cui può prodursi il Miracolo, Conchita risponde: «da marzo a maggio». Afferma inoltre che qualcuno situato sulle montagne, se può vedere i Pini, potrà contemplarlo chiaramente. Il quadro comincia, quindi, a sembrare abbastanza chiuso: giovedì, 20:30, tra marzo e maggio e —se accettiamo la conversazione del 1971— tra l’8 e il 16. La griglia risulta abbastanza stretta da tenere occupati per decenni gli appassionati di calendario, ma, curiosamente, abbastanza larga da continuare a offrire possibilità anno dopo anno.

Il cadavere che si era già decomposto

L’intervista che il gesuita P. Francis Benac fece a Conchita nel giugno del 1978 permette di osservare con straordinaria nitidezza un altro di questi riadattamenti. Benac le chiede della profezia del P. Luis Andreu. Conchita insiste: dopo il Miracolo, il corpo del sacerdote sarà trovato incorrotto. Allora Benac le ricorda un fatto non minore: quando la tomba fu aperta per trasferire i suoi resti a Loyola, il corpo era decomposto. Conchita risponde che lo sa. Benac chiede, con comprensibile logica, come si possa conciliare una cosa con l’altra, e lei risponde sostanzialmente che la Vergine disse che dopo il Miracolo sarebbe stato trovato incorrotto e che lei non sa come avverrà.

La profezia, quindi, cambia inevitabilmente natura. Finché il cadavere non era stato esaminato, «sarà trovato incorrotto» poteva intendersi come la conservazione miracolosa ordinariamente attribuita a certi santi. Verificata la sua decomposizione, quanto annunciato richiede ormai qualcosa di diverso e ancora maggiore: un futuro ricomposizione soprannaturale di un cadavere che si sa corrotto. Non c’è contraddizione logica se si ammette in anticipo un simile intervento divino; ma l’affermazione si colloca anche in un terreno in cui nessuna verifica presente può influenzarla. Tutto rimane in sospeso rispetto all’evento futuro che precisamente si cerca di dimostrare.

Nella stessa intervista, Benac chiede un’altra cosa molto pertinente: quando si disse che «il Papa» avrebbe contemplato il Miracolo da dove si trovava, si parlava del Papa allora regnante? Conchita risponde di no; quando fece quell’affermazione regnava Giovanni XXIII e la Vergine non specificò di quale pontefice si trattasse: disse semplicemente «il Papa». Questo significa che uno dei dati apparentemente più impressionanti possiede, in realtà, un’elasticità temporale molto notevole: finché esisterà un Papa quando accadrà il Miracolo, la condizione potrà considerarsi soddisfatta.

Tre Papi, quattro Papi e un Papa che non conta

Merita una menzione a parte la famosa «profezia dei tre Papi», perché qui l’aritmetica raggiunge una certa delicatezza. La tradizione colloca l’episodio intorno alla morte di Giovanni XXIII, il 3 giugno 1963: dopo quel pontefice sarebbero rimasti solo tre Papi e poi sarebbe venuto la «fine dei tempi», espressione che Conchita differenzierebbe dalla fine del mondo. Esiste inoltre un sostegno indipendente, sebbene retrospettivo, in uno studio antropologico accademico che raccoglie questa tradizione come già stabilita nel 1963.

Ciò che è veramente interessante accade in un’intervista registrata da Mons. Francisco Garmendia nell’agosto del 1981. Conchita afferma con tutta precisione: quando viveva Giovanni XXIII, la Vergine disse che «restavano tre Papi». Garmendia fa immediatamente il conto davanti a lei: Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II, ed esclama che la cerchia si sta stringendo. Conchita non corregge l’enumerazione dicendo che Giovanni Paolo I non debba essere contato; torna a parlare semplicemente della «fine dei tempi».

Successivamente l’interpretazione cambiò. Le esposizioni favorevoli a Garabandal cominciarono a spiegare che, in realtà, dopo Giovanni XXIII ci sarebbero stati quattro pontefici, ma uno di essi non doveva essere computato perché avrebbe regnato molto poco. L’eletto per occupare questa curiosa categoria di Papa vero ma aritmeticamente prescindibile fu, naturalmente, Giovanni Paolo I, il cui pontificato durò 33 giorni. I tre che «contano» diventano così Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, in modo che con Francesco sarebbe iniziata la «fine dei tempi». Le pagine garabandaliste presentano oggi questa lettura apertamente e alcune assicurano che l’eccezione del pontificato brevissimo sarebbe già stata conosciuta nel 1963, sebbene quella precisazione non appaia nell’intervista del 1981 proprio quando Garmendia conta espressamente Giovanni Paolo I come uno dei tre.

Bisognava, tuttavia, risolvere un piccolo inconveniente aggiuntivo: se Francesco inaugurava la «fine dei tempi», doveva essere lui l’ultimo Papa? La risposta elaborata fu che no: «fine dei tempi» designerebbe un’epoca, di durata indeterminata, durante la quale continuerebbero a esserci Papi. La stessa fonte favorevole lo afferma espressamente. Così si arrivò senza particolare difficoltà a Leone XIV, eletto l’8 maggio 2025, 267º successore di San Pietro.

Nulla di tutto questo costituisce un’impossibilità teologica; ma produce un effetto documentale curioso. La profezia che sembrava offrire un conto alla rovescia —tre Papi e poi…— finisce per ammettere che, dopo i tre, possano venire quanti Papi corrispondono durante una «fine dei tempi» la cui durata nessuno conosce. La cifra viene salvata, ma perde quasi tutta l’utilità per datare qualcosa. È una sopravvivenza impeccabile ottenuta al modico prezzo di rinunciare alla funzione cronologica che rendeva inizialmente così appariscente la cifra.

Joey Lomangino e gli occhi che dovevano vedere

Qualcosa di simile, sebbene molto più delicato dal punto di vista umano, accadde con Joey Lomangino. Ricordiamo la successione: lettera del 19 marzo 1964, «riceverai occhi nuovi il giorno del grande Miracolo»; intervista del 1973, recupererà la vista; intervista del 1974, «avrà occhi nuovi» e vedrà permanentemente dopo. Non siamo di fronte a un’inferenza degli avversari di Garabandal: sono affermazioni conservate in fonti garabandaliste e la lettera del 1964 è riprodotta in una rivista accademica.

Joey morì il 18 giugno 2014 senza aver recuperato la vista. La sua morte produsse un comprensibile sconcerto tra coloro che per decenni avevano sperato di vederlo contemplare corporalmente il Miracolo; lui stesso era stato uno dei principali propagatori mondiali di Garabandal.

È possibile, naturalmente, reinterpretare gli «occhi nuovi» come occhi glorificati, occhi spirituali o visione dall’eternità. Il linguaggio religioso permette queste letture. Ma qui si riproduce ancora lo stesso fenomeno che con Padre Pio: l’interpretazione disponibile dopo il decesso non è l’interpretazione naturale che avevano le parole mentre la persona viveva, e risulta particolarmente difficile da armonizzare con la precisione del 1974 che Joey, a partire da quel momento, avrebbe visto permanentemente. La profezia non scompare; cambia registro. E ogni cambio di registro aumenta un po’ la distanza tra la formulazione originale e la soluzione successiva.

2018: Padre Morelos riesce a scoprire aprile

Mancava ancora uno degli strati più pittoreschi del fascicolo. Il 6 ottobre 2018, Guadalupe Morelos de Kania, nipote del sacerdote messicano Gustavo Morelos, pubblicò il ricordo di una conversazione che suo zio avrebbe avuto a quattr’occhi con Conchita quasi mezzo secolo prima. È importante sottolineare la natura della fonte: non siamo di fronte a una registrazione di quella conversazione né a una lettera scritta allora da Conchita, ma a una nipote che ricorda nel 2018 ciò che suo zio le aveva riferito decenni prima. E la stessa testimone, con lodevole sincerità, riconosce alla fine che aveva undici anni, che erano passati 47 anni e che su alcuni dettagli non poteva assicurare se li aveva sentiti da suo zio o successivamente da altre persone.

Con queste precauzioni, la conversazione merita di essere raccontata perché è quasi una miniatura perfetta di tutto il problema. Il P. Morelos avrebbe cercato di aggirare il divieto di rivelare la data mediante domande alle quali Conchita avrebbe dovuto rispondere solo sì o no. Primi three mesi dell’anno? No. Primo semestre? Sì. Mese di Gesù? No. Mese di Maria? No. Scartati così marzo, maggio e giugno, il sacerdote conclude trionfalmente: aprile. Conchita avrebbe risposto affermativamente. Tra i giorni 7 e 17? Sì. Il martire è Gesù? No. L’hai visto sul calendario? Sì. È spagnolo? Conchita crede di no, perché ha un nome molto strano che non aveva mai sentito. Poi, tastando gli anni, lei avrebbe indicato che mancava molto tempo, che sarebbe stata già molto vecchia per annunciarlo alla radio e alla televisione e, infine, avrebbe confermato che avrebbe avuto luogo dopo l’anno 2000.

Così, una conversazione conosciuta pubblicamente nel 2018 restringerebbe retrospettivamente la profezia fino a lasciarla in un giovedì di aprile tra l’8 e il 16, dopo l’anno 2000, festa di un martire eucaristico maschio, apparentemente non spagnolo e dal nome poco familiare per una bambina cantabrica degli anni Sessanta. È difficile negare che il problema comincia ad acquisire una certa bellezza combinatoria.

E qui appare la secolare ricerca del santo misterioso. San Tarcisio sembrerebbe candidato insuperabile: viene denominato «martire dell’Eucaristia»; sfortunatamente la sua festa è il 15 agosto, fuori dai mesi consentiti. San Ermenegildo, al contrario, cade splendidamente il 13 aprile e il suo martirio fu direttamente collegato al suo rifiuto di ricevere la comunione dalle mani di un vescovo ariano; ma ha la scortesia di essere un principe visigoto di Spagna, il che contrasta con il ricordo tardivo che il santo non sarebbe spagnolo. La beata Imelda Lambertini, celebrata a maggio e strettissimamente legata all’Eucaristia perché morì dopo aver ricevuto miracolosamente la Comunione, si adatta mirabilmente a una parte dell’enigma, ma presenta un altro inconveniente: non è martire.

Ogni candidato sembra possedere proprio le virtù necessarie affinché si pensi a lui e il piccolo difetto sufficiente affinché si debba continuare a cercare. E così il calendario dei santi, che normalmente aiuta i fedeli a raggiungere il cielo, presta in questo caso il servizio supplementare di fornire materia per calendari per generazioni.

Cosa resta quando si ordinano le carte?

Dopo aver ricostruito la cronologia, la questione diventa molto più semplice. Sì esiste una profezia del Miracolo attribuibile documentalmente a Conchita; ma non esiste un unico documento primitivo in cui appaia, fin dall’inizio, il complesso sistema che oggi viene solitamente presentato come una rivelazione perfettamente unitaria. C’è un nucleo antico e solido; ci sono precisazioni scritte del 1964-65; ci sono interviste degli anni Settanta che aggiungono o chiariscono elementi; ci sono dati trasmessi da conversazioni la cui documentazione originale non appare; ci sono divergenze tra le stesse veggenti; ci sono spiegazioni prodotte dopo la morte delle persone interessate da determinate predizioni; e infine ci sono ricordi di seconda mano pubblicati mezzo secolo dopo che restringono ulteriormente il calendario.

La differenza non è piccola. Per accettare l’insieme come una sola profezia perfettamente coerente è necessario concedere praticamente lo stesso valore a un paragrafo scritto da Conchita verso il 1963, una sua lettera datata 1964, un manoscritto che Sánchez-Ventura afferma di conservare nel 1965, una conversazione con americani attribuita al 1971, interviste del 1973, 1974, 1977, 1978 e 1981, l’affermazione diversa di Mari Loli riguardo all’intervallo tra Avviso e Miracolo, una spiegazione ricevuta dopo la morte di Padre Pio, una reinterpretazione della morte di Joey, una nuova aritmetica pontificia che permette di non contare Giovanni Paolo I e un ricordo pubblicato nel 2018 da una signora che dichiara onestamente di non essere sicura di tutti i dettagli che sentì quando aveva undici anni. L’insieme può essere armonizzato; certamente può. Richiede solo un lavoro di armonizzazione di notevole costanza.

E questa è l’osservazione più seria che si può fare senza ferire nessuno. Una predizione guadagna forza quando gli eventi successivi vanno restringendo inequivocabilmente il suo senso; la perde quando sono gli eventi che obbligano ad ampliare il senso delle parole precedenti. Padre Pio doveva vedere il Miracolo: morì, e allora si seppe che lo aveva visto anticipatamente. Joey doveva ricevere occhi nuovi e vedere dopo permanentemente: morì cieco, e gli occhi poterono essere intesi in un altro modo. Il P. Luis sarebbe stato trovato incorrotto: si verificò che era decomposto, e allora l’incorruttibilità passò a essere un futuro restauro dopo il Miracolo. Dopo Giovanni XXIII sarebbero rimasti tre Papi: Giovanni Paolo I fu contato espressamente nel 1981, ma più tardi cessò di contare; Benedetto XVI occupò il suo posto; Francesco passò a inaugurare la «fine dei tempi» e, affinché Leone XIV non causasse alcuna difficoltà, la fine dei tempi fu definita come un’epoca in cui possono continuare a succedersi i pontefici. Ogni difficoltà trova una risposta; ciò che è notevole è che nessuna risposta sembra capace di diminuire il numero delle possibilità future.

C’è, inoltre, una conseguenza paradossale. L’enorme accumulo di dati produce una sensazione di precisione: giovedì, 20:30, marzo-maggio, forse aprile, giorni 8-16, martire eucaristico, evento ecclesiale, otto giorni di preavviso, segno, Papa, Pini… Ma quando si esamina da vicino la provenienza di ogni pezzo, quella precisione si dissolve in diversi gradi di certezza, diversi anni, diversi testimoni e diverse reinterpretazioni. Ciò che sembrava una profezia sempre più verificabile finisce per essere un sistema sempre più difficile da confutare, perché rimane sempre aperta una distinzione, un’eccezione, un’accezione diversa di una parola o un’informazione che ancora non si conosceva.

Nulla obbliga il cattolico a inoltrarsi indefinitamente in un simile labirinto. Il Catechismo ricorda che le rivelazioni private, anche quando sono riconosciute, non appartengono al deposito della fede; la loro funzione non è mai completare la Rivelazione definitiva di Cristo. Forse questa è, finalmente, l’uscita più riposante da tutto il problema. Per vivere la fede cattolica non è necessario scoprire quale giovedì di aprile cadrà tra l’8 e il 16, scoprire quale martire eucaristico possiede un nome sufficientemente strano, decidere quale Papa conta e quale no, né determinare in che modo degli occhi che dovevano vedere possano cominciare a farlo dopo essere stati chiusi dalla morte. La fede ha misteri certamente più alti; ma, per fortuna, molto meno bisognosi di calcolo. 

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