Il 5 luglio 2007, un pensionato dalle maniere molto educate entrò nel registro civile di Staufen, un piccolo paese vinicolo della Foresta Nera, e compilò il modulo di uscita dalla Chiesa. Nella casella della confessione scrisse: «Chiesa Cattolica Romana, ente di diritto pubblico». Non era un anticlericale né un risentito. Era Hartmut Zapp, professore emerito di Diritto Canonico dell’Università di Friburgo, quarant’anni dedicati al diritto della Chiesa, cattolico praticante. E aveva appena acceso la miccia della causa più scomoda della storia recente del cattolicesimo tedesco: volle dimostrare che si può essere cattolici senza pagare l’imposta e costrinse i vescovi e Roma a mostrarsi per quello che sono.
Un canonista contro la tariffa della fede
Zapp non nascose mai la sua intenzione. Poco dopo la sua dichiarazione scrisse al nunzio per lasciare traccia del fatto che restava un fedele credente della Chiesa cattolica: la sua uscita riguardava unicamente la veste giuridico-statale, l’«ente di diritto pubblico» attraverso la quale il Fisco riscuote il Kirchensteuer, tra l’8% e il 9% dell’imposta sul reddito. Il ritratto pubblicato dallo Stuttgarter Zeitung dopo l’udienza descrive il profilo umano di questo canonista:
«L’uomo che fa vacillare il sistema tedesco dell’imposta ecclesiastica non ha nulla di rivoluzionario. Hartmut Zapp è una persona silenziosa, riflessiva, quasi timida. […] Solo alla fine dell’udienza di quasi un’ora e mezza, e su invito esplicito del giudice, prende la parola l’uomo di cui si discute l’uscita dalla Chiesa. […] Non pronuncia un’arringa infuocata né una dichiarazione politica l’uomo di 73 anni di cui si è scritto che fa tremare i vescovi cattolici per i loro introiti. “Se mi vengono concessi alcuni minuti”, inizia con quella compostezza l’emerito di Friburgo, per citare poi, con la stessa scrupolosità, un’istruzione amministrativa del Ministero dell’Interno del Baden-Württemberg e la Costituzione di Weimar».
I suoi motivi, secondo lo stesso quotidiano, erano di sostanza: «Al badense indigna che l’imposta ecclesiastica obbligatoria contraddica il principio di volontarietà nella fede. Vede inoltre violato il diritto canonico dal fatto che il denaro viene riscosso, per così dire, a colpi di frusta: a chi esce dalla Chiesa per evitare l’imposta vengono tolti i suoi diritti. Non può più essere padrino, né ricevere i sacramenti, né lavorare per la Chiesa». Lui stesso si definiva con ironia: «Mi vedo come un Robin Hood del diritto canonico».
Roma gli aveva dato ragione per iscritto
Il canonista non sparava a vuoto: sparava con munizione romana. Il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, con la decisione preventiva della Congregazione per la Dottrina della Fede e l’approvazione espressa di Benedetto XVI, aveva inviato nel 2006 una lettera circolare a tutti i presidenti delle conferenze episcopali la cui dottrina era esattamente la tesi di Zapp:
«L’atto giuridico-amministrativo di abbandono della Chiesa di per sé non può costituire un atto formale di defezione nel senso che questo ha nel CIC, perché potrebbe permanere la volontà di perseverare nella comunione della fede» (n. 3).
«Un tale atto formale di defezione non ha solo carattere giuridico-amministrativo (uscire dalla Chiesa in senso relativo alla sua registrazione con le corrispondenti conseguenze civili), ma si configura come una vera separazione rispetto agli elementi costitutivi della vita della Chiesa: suppone quindi un atto di apostasia, di eresia o di scisma» (n. 2).
«Il vincolo sacramentale di appartenenza al Corpo di Cristo che è la Chiesa, dato dal carattere battesimale, è un’unione ontologica permanente e non si perde in occasione di alcun atto o fatto di defezione» (n. 7).
I vescovi tedeschi risposero quello stesso anno con una dichiarazione propria che sosteneva il contrario: la cancellazione dal registro soddisfaceva i requisiti dell’atto formale, costituiva scisma secondo il canone 751 e comportava la scomunica automatica. Per sei anni la Chiesa tedesca mantenne, contro la dottrina romana vigente, che smettere di pagare equivaleva a scomunicarsi. Il denaro comandava sulla teologia, e un professore in pensione si era proposto di dimostrarlo davanti ai tribunali.
Cinque anni di causa e una manovra di sei giorni
L’arcivescovado di Friburgo non accettò la mossa e citò in giudizio il comune di Staufen affinché annullasse il certificato di uscita di Zapp. Il tribunale amministrativo di Friburgo diede ragione al canonista nel 2009; il tribunale superiore di Mannheim gliela tolse nel 2010; e la questione arrivò al Tribunale Federale Amministrativo di Lipsia, l’ultima istanza, con udienza fissata per il 26 settembre 2012. I vescovi, scrisse allora la Süddeutsche Zeitung, «aspettavano la data con angoscia: se vince Zapp, vacilla il sistema tedesco dell’imposta ecclesiastica. Da tempo negoziavano con il Vaticano su come evitarlo, ma le trattative si prolungavano. Nella Curia molti guardano all’imposta con scetticismo: a loro giudizio, ha reso ricca la Chiesa in Germania, ma anche soddisfatta e comoda».
La soluzione arrivò con tempistica da orologiaio. Il 20 settembre 2012, sei giorni prima dell’udienza, la Conferenza Episcopale pubblicò il suo Decreto generale sull’uscita dalla Chiesa, concordato con Roma e munito della recognitio della Congregazione per i Vescovi. I vescovi cedettero sulla parola: scomparve la scomunica automatica che Roma non aveva mai ammesso. E incassarono tutto nella pratica: chi firma la cancellazione, «per i motivi che siano», commette «una grave mancanza contro la comunità ecclesiale», resta privato della penitenza, dell’eucaristia, della cresima e dell’unzione degli infermi salvo pericolo di morte, di ogni ufficio, padrinato e suffragio ecclesiale, e «se prima della morte non ha mostrato alcun segno di pentimento, può essergli negato il funerale ecclesiastico». L’analisi della Süddeutsche mise un titolo all’operazione:
«I tedeschi accontentano i desideri di Roma inviando una lettera a chi si è cancellato. E abbandonano la loro posizione secondo cui l’uscita comporta automaticamente la scomunica. Le conseguenze di fatto restano le stesse: dalla scomunica si passa alla scomunica light. […] I giudici di Lipsia difficilmente daranno più ragione all’obiettore dell’imposta Zapp, perché non può più sostenere che il Papa, in fondo, è dalla sua parte. […] Ma la domanda teologica rimane: crede solo chi paga?».
Lipsia restituisce la palla
Il 26 settembre 2012, il Tribunale Federale Amministrativo emise la sentenza (BVerwG 6 C 7.12). Per il diritto statale tedesco non esiste l’uscita parziale: chi dichiara la propria cancellazione davanti al registro cessa di essere membro della comunità religiosa a tutti gli effetti civili, «quali che siano i motivi che lo muovono». La dichiarazione di Zapp valeva, questo sì, come uscita piena e il suo certificato era legittimo, per cui la domanda dell’arcivescovado contro il comune fu definitivamente respinta; entrambe le parti uscirono proclamandosi vincitrici. Il presidente del tribunale, Werner Neumann, riassunse la sentenza con una frase che dice tutto: «Abbiamo restituito la palla alla Chiesa». Allo Stato non importa se l’appartenenza interna sussiste; che fede e sportello vadano insieme è una decisione dei vescovi, non dei giudici.
Zapp, a settantatré anni e con la causa persa nell’essenziale, non si arrese. Dichiarò che avrebbe aspettato di vedere cosa avrebbe fatto di lui la diocesi: «Se mi scomunicano, il giorno dopo faccio causa a Roma». Definì la Conferenza Episcopale «una chiesa dissidente» e concluse: «Io sono membro della Chiesa cattolica romana di rito». Nessuno osò scomunicarlo. Il decreto, appunto, era stato redatto per non doverlo fare: punire senza nominare la punizione.
«Un’impresa di riscossioni senza anima»
Le reazioni di quei giorni anticipano, parola per parola, il dibattito che oggi torna ad aprirsi. Matthias Matussek firmò su Der Spiegel uno dei testi più furiosi che si ricordino nella stampa tedesca sulla Chiesa ufficiale:
«Ora è ufficiale, con timbro ecclesiastico e la massima arroganza possibile: senza imposta ecclesiastica non ci sono sacramenti. Prima pagare, poi al comunione e al confessionale. […] Il canonista Hartmut Zapp è uscito dalla Chiesa cattolica nella sua versione tedesca. Non perché avesse perso la fede, ma perché voleva conservarla, di fronte a una Chiesa che si intende sempre più come un’impresa di riscossioni senza anima. […] Ho visto fiorire la Chiesa in altre parti del mondo senza alcuna imposta ecclesiastica: una Chiesa che si fida dei suoi fedeli e della loro solidarietà, che vive di donativi volontari e collette. […] Che immagine così pietosa dà qui il nostro episcopato tedesco con la sua dichiarazione che la ribellione fiscale è “una grave mancanza contro la comunità ecclesiale”. Non gli importano quelli che se ne vanno, scrisse la rivista Christ in der Gegenwart, ma la salvezza delle finanze della Chiesa».
Dall’ala progressista, il movimento Wir sind Kirche coniò la formula che ebbe fortuna, ripresa da Die Zeit: «»Pay and pray!» (paga e prega!) è un segnale completamente sbagliato nel momento sbagliato», disse il suo portavoce Christian Weisner, convinto che «i vescovi tedeschi e il Vaticano hanno una paura enorme di nuove perdite di entrate». Quando conservatori dello Spiegel e progressisti del Kirchenvolksbegehren coincidono nella diagnosi, è che il malato è grave.
Quello che il caso Zapp ha dimostrato
Quasi tre lustri dopo, il fascicolo conserva intatto il suo valore probatorio. Dimostrò che la dottrina romana del 2006 e la pratica tedesca sono incompatibili, e che quando si dovette scegliere, si sacrificò la dottrina. Dimostrò che il decreto del 2012 non nacque da una riflessione pastorale ma dall’urgenza processuale di chiudere la via Zapp prima di una sentenza che poteva far crollare la riscossione. E dimostrò che il sistema non teme l’apostata —colui che se ne va perché non crede più nessuno lo perseguita—, ma il credente che smette di pagare: l’unico tedesco che la Chiesa portò davanti ai tribunali per cinque anni fu un professore di Diritto Canonico che voleva continuare a essere cattolico.
La domanda che la Süddeutsche lasciò nell’aria nel 2012 —crede solo chi paga?— non ottenne mai risposta teologica, solo contabile: 6.751 milioni di euro l’anno scorso. Oggi, con trecentomila uscite annuali, un 6,8% di pratica domenicale e un partito che sfiora la maggioranza assoluta in Sassonia-Anhalt con la soppressione della riscossione statale dell’imposta nel suo programma, il vecchio canonista di Staufen sembra meno un eccentrico che un profeta. Voleva che la Chiesa tedesca vivesse della fede dei suoi fedeli e non della busta paga dei suoi battezzati. Gli risposero con un decreto. Il tempo sta rispondendo con qualcos’altro.