Barbastro ci ha dato santi, martiri, fondatori e oggi un ultimatum al Papa in formato nota stampa.
Ángel Pérez Pueyo, che da cinque anni litiga con l’Opus Dei per un santuario che ha già riconosciuto di non voler gestire, ha ridotto la sua guerra a una statua romanica e a un fonte battesimale, e ha annunciato che se non tornano a casa lui se ne andrà dalla sua. Quarantotto ore dopo, due lettere autografe di Francesco sono apparse su El País, con calligrafia verificata e il dettaglio, molto di questo pontificato, che il Papa precedente metteva tra virgolette «intrighi mafiosi» come chi ripete un’espressione che gli hanno suggerito. Che le lettere fossero in possesso del vescovo lo sapevamo perché lui stesso lo aveva raccontato; che arrivassero al giornale proprio ora è una di quelle coincidenze di cui la Provvidenza si disinteressa e di cui si occupa l’ufficio stampa.
Ciò che colpisce non è la manovra, ma la sua modestia. Un vescovo che chiedesse l’intero santuario sarebbe un vescovo sconfitto in partenza; uno che chiede una Madonna lignea dell’XI secolo è un vescovo a cui nessuno può negare nulla senza passare per un mascalzone. Più piccola è la richiesta, più caro diventa il rifiuto. E per di più porta in testimonianza il defunto: «¡No cedás!», con accento portegno e data luglio 2023. Leone XIV, che fino ad ora aveva gestito Torreciudad lasciando che un commissario plenipotenziario si trasformasse, senza che nessuno lo decidesse, in un mediatore cortese, si trova all’improvviso di fronte a tre opzioni, nessuna comoda: dare ragione al vescovo e costringere l’Opus a restituire l’immagine, con il messaggio che a Roma si dà ascolto a chi grida di più; accettare le dimissioni e spiegare perché le lettere di un Papa morto valgono meno di un atto notarile del 1966; o continuare a non fare nulla, che è la sua specialità, e scoprire che questa volta il nulla ha un cronometro, un titolo e un fotografo.
Ed è qui che la questione cessa di essere aragonese. Perché ciò che Pérez Pueyo ha messo in piedi, senza volerlo o volendolo molto, è il primo esperimento controllato del pontificato: un Papa sottoposto a pressione con il risultato già quotato sulla stampa e senza nessuna delle nebbie che di solito proteggono Roma. Qui non c’è segreto pontificio, né procedimento riservato, né vittime di abusi la cui intimità giustifichi il silenzio. C’è una statua, un vescovo, un commissario ammorbidito e un Opus Dei che, secondo fonti che El País non identifica, dà già per recuperato il santuario. Tutto ciò che in altri fascicoli si deve indovinare, qui si vede.
E conviene vederlo, perché fino ad oggi il pontificato di Prevost ha accumulato una serie di decisioni, o di assenze di decisione, che si capiscono solo se si accetta un’ipotesi scomoda: che questo Papa non decide contro chi ha la capacità di fargli del male. Jordi Bertomeu continua a essere contemporaneamente investigatore, redattore di sanzioni, giudice e commissario del Sodalizio, con una causa pendente in un tribunale spagnolo e una cerimonia con foglie di coca a Cusco alle spalle, e Leone non ha mosso una virgola. Víctor Manuel Fernández resta alla guida della Dottrina della Fede, avallato pubblicamente a gennaio, incaricato a febbraio del dialogo con la Fraternità San Pio X, protetto da ogni critica con una sollecitudine che Prevost non dedica quasi a nulla, quando chiunque abbia un minimo di buon senso sa che questo Papa non lo avrebbe scelto né mantenuto se avesse cominciato da zero. Né l’uno né l’altro si spiegano con l’affinità. Si spiegano con il costo: con ciò che costerebbe prescindere da chi sa troppo, ha firmato troppo o rappresenta troppo bene quella parte del conclave che non dà ancora per chiusa la successione di Francesco.
Torreciudad è la versione piccola, leggibile e verificabile di quel modello. La pressione non viene da un cardinale con un dossier, ma da un vescovo di provincia con due fogli autografi e un quotidiano a diffusione nazionale, e proprio per questo serve da metro di misura. Se Leone cede al vescovo, avrà dimostrato che la pressione pubblica funziona e che la coerenza con Francesco pesa più del rapporto con l’Opera, il che rende ancora più inspiegabile che non abbia mai speso metà di quell’energia per Bertomeu. Se accetta le dimissioni, avrà dimostrato che le lettere di un Papa morto non vincolano il vivo, e resterà da spiegare perché invece vincolino tanto le firme di un cardinale argentino in carica. E se opta per la terza via, quella di lasciare che il commissario continui a mediare finché il vescovo non si stanchi, si ammali o compia settantacinque anni, avrà confermato che l’evaporazione è il metodo di governo, solo che questa volta con una data sul calendario e un giornale che conta i giorni.
Che nessuno liquidi il caso con un «vedremo». Stiamo già vedendo. Ciò che si decide a Torreciudad non è una statua, è un metodo. E se il metodo consiste nel fatto che vince chi può fare più rumore e ha meno da perdere, allora Pérez Pueyo ha appena scoperto qualcosa che Bertomeu e Fernández sapevano fin dall’inizio. L’unica novità è che lui lo ha fatto alla luce del sole.
Resta da vedere, infine, cosa ne faccia un Papa che in poco più di un anno ha costruito una reputazione di fermezza senza appoggiarla su una sola decisione ferma. Si appoggia sulla mozzetta, sull’ieratismo calcolato, sull’economia dei gesti, su un volto che non tradisce nulla e sul confronto, sempre favorevole, con il disordine precedente. Il silenzio di Prevost è stato letto come carattere e l’immobilità come governo da una parte della Chiesa che ha confuso il sollievo con la prova. Con quell’immagine, ciò che chiunque si aspetterebbe da un Papa a cui un vescovo pianta un ultimatum sulla stampa è ciò che fece Giovanni Paolo II con Gaillot nel 1995: una sede titolare nel deserto algerino e un decreto senza aggettivi. È ciò che esige la logica del personaggio. E proprio per questo Torreciudad è una prova di carico: se l’ultimatum avrà successo, o se semplicemente non verrà risposto, molti di coloro che da un anno celebrano il restauro della dignità pontificia scopriranno, con un certo disagio, che la fermezza era un costume e che il leone della mozzetta era, al momento della verità, un agnello con un ottimo sarto.