Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose e una delle figure più note del cattolicesimo progressista italiano degli ultimi decenni, è morto questo martedì 1 settembre all’età di 83 anni all’ospedale Molinette di Torino, nella regione italiana del Piemonte.
Bianchi era ricoverato da diversi giorni e il suo stato di salute era peggiorato a causa di un’insufficienza renale che lo ha portato infine a un coma metabolico. Il suo funerale si celebrerà il prossimo giovedì alle 16:30 nella chiesa parrocchiale di Castel Boglione, suo paese natale, dove sarà sepolto per sua volontà.
Nato il 3 marzo 1943 a Castel Boglione, in provincia di Asti, Bianchi è stato scrittore, divulgatore biblico e fondatore delle Edizioni Qiqajon. Il suo percorso è rimasto legato soprattutto alla Comunità di Bose, l’esperienza monastica ed ecumenica che ha iniziato a sviluppare nel 1965 a Magnano, in provincia di Biella.
Fondatore e priore di Bose fino al 2017
Bianchi si stabilì a Bose nel 1965, quando era ancora studente. Con il passare degli anni si unirono altre persone e quell’esperienza si trasformò in una comunità composta da uomini e donne di diverse confessioni cristiane.
L’iniziativa rese Bianchi una personalità nota negli ambienti ecclesiali italiani, in particolare per la sua difesa del dialogo ecumenico, la sua interpretazione del rinnovamento post-Concilio Vaticano II e la sua intensa attività come scrittore e conferenziere.
Fu priore di Bose fino a gennaio del 2017, quando lasciò il governo della comunità. Tuttavia, la sua uscita definitiva avvenne tre anni dopo e fu segnata da un conflitto che portò la Santa Sede a intervenire direttamente.
L’intervento della Santa Sede e la sua uscita da Bose
Nel gennaio 2020, il Vaticano ordinò una visita apostolica alla Comunità di Bose dopo aver ricevuto «gravi preoccupazioni» sulla situazione interna. L’indagine esaminò, tra gli altri aspetti, l’esercizio dell’autorità del fondatore, il governo della comunità e il clima fraterno.
Al termine del processo, la Santa Sede emise il 13 maggio 2020 un decreto singolare firmato dall’allora segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, e approvato specificamente da papa Francesco. La risoluzione ordinò a Bianchi e ad altri tre membri —Goffredo Boselli, Lino Breda e Antonella Casiraghi— di lasciare Bose e trasferirsi altrove, abbandonando gli incarichi che ancora ricoprivano.
La stessa comunità riconobbe allora che il rifiuto iniziale di alcuni degli interessati alle misure adottate aveva provocato «una situazione di maggiore confusione e difficoltà».
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Bianchi finì per allontanarsi dalla comunità che aveva fondato e successivamente avviò una nuova esperienza, la Casa della Madia, una fraternità monastica stabilita ad Albiano d’Ivrea, sempre in Piemonte.
Una delle voci del cattolicesimo progressista italiano
Per decenni, Bianchi mantenne una presenza importante nel dibattito religioso e culturale italiano attraverso libri, articoli, conferenze e collaborazioni con i media. Il suo pensiero fu particolarmente legato alla ricezione del Concilio Vaticano II, all’ecumenismo, all’interpretazione biblica e al dialogo con la società secolare.
Intervenne anche in dibattiti su questioni come la morale sessuale, la bioetica, la disciplina ecclesiale e la liturgia.
Il suo recente avvicinamento alla Messa tradizionale
Uno dei suoi ultimi interventi pubblici legati alla vita della Chiesa si è svolto quest’estate. Lo scorso 19 luglio, Bianchi ha assistito a una Messa celebrata secondo il Messale Romano del 1962 nella chiesa della Misericordia di Torino.
La sua presenza ha attirato particolare attenzione per l’identificazione storica del fondatore di Bose con il settore progressista del cattolicesimo e con la riforma liturgica post-Concilio Vaticano II.
Al termine della celebrazione, Bianchi ha ribadito la sua adesione al Concilio e alla riforma liturgica, ma ha espresso al tempo stesso il desiderio che le due forme del rito romano potessero convivere e ha chiesto di avanzare verso una «pace liturgica» all’interno della Chiesa.
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Bianchi aveva difeso anche recentemente la necessità di superare le divisioni liturgiche e aveva valutato positivamente il tono adottato da Leone XIV su questa questione, che interpretava come un invito a una maggiore comprensione tra le diverse sensibilità presenti nella Chiesa.
La sua morte pone fine a un percorso di oltre sei decenni segnato dalla fondazione e dalla successiva rottura con Bose, da un’ampia produzione intellettuale e da una presenza costante nei dibattiti che hanno attraversato la Chiesa italiana dopo il Concilio Vaticano II.