Il marchesato di Peralta, che un santo pagò due volte e nessuno volle ereditare

Il marchesato di Peralta, che un santo pagò due volte e nessuno volle ereditare

Oggi non c’è più il marchese di Peralta. Il titolo che Josemaría Escrivá de Balaguer riabilitò nel 1968, godette senza usarlo per quattro anni e cedette poi a suo fratello Santiago, si estinse per la via più umiliante che conosca il diritto nobiliare spagnolo: l’indifferenza. Quando Santiago Escrivá morì nel 1994, i suoi figli non si preoccuparono di chiedere la lettera di successione, il termine legale scadde e il marchesato tornò al nulla dal quale, secondo i suoi critici, non sarebbe mai dovuto uscire. Il denaro che costò —perché costò denaro, e non poco— fu sprecato.

Conviene iniziare dal principio, che non è il 1968 ma il 1738. Quell’anno l’imperatore Carlo VI, l’arciduca sconfitto della Guerra di Successione, concesse il marchesato di Peralta a Juan Tomás de Peralta y Franco de Medina, un jerezano austracista esiliato a Milano. Era un titolo del Sacro Impero, trasmissibile solo per linea maschile, e il suo ultimo titolare effettivo fu il diplomatico costaricano Manuel María de Peralta y Alfaro, che lo ottenne nel 1883 per riabilitazione pontificia di Leone XIII e morì a Parigi nel 1930 senza discendenza. Lì finì, in realtà, la storia del marchesato di Peralta.

Trentotto anni dopo ne iniziò un’altra. Il 24 gennaio 1968 monsignor Escrivá, fondatore dell’Opus Dei, presentò al Ministero della Giustizia una domanda di riabilitazione. Il fascicolo, preparato dal genealogista zaragozano Adolfo Castillo Genzor, sosteneva che il titolo era stato concesso il 4 marzo 1718 —non nel 1738— dall’arciduca Carlo come pretendente alla Corona spagnola, e confermato da Ferdinando VI nel 1758. La sfumatura della data non è erudizione: è il cuore della questione. Ricardo de la Cierva, seguendo il genealogista costaricano Ricardo Fernández Peralta, concluse che l’anno fu alterato deliberatamente affinché la concessione sembrasse anteriore al Trattato di Vienna del 1725 e il titolo imperiale si trasformasse così in titolo spagnolo, trasmissibile per linea femminile e, quindi, alla portata di un richiedente che non si chiamava Peralta né discendeva per via maschile dai Peralta autentici, i cui eredi vivevano in Costa Rica. Franco firmò il Decreto 1851/1968 il 24 luglio. Sei mesi di iter: una rapidità che De la Cierva definì insolita e che lo stesso decreto sfumava con la formula di rito, «senza pregiudizio di terzi di miglior diritto».

Ed ecco entrare in scena il denaro. La riabilitazione è, delle tre vie di accesso a un titolo nobiliare, la più costosa: paga l’aliquota più alta dell’imposta speciale. Escrivá versò la sua parte nel 1968, e il fascicolo del 1972 documenta che la lettera di successione a favore di Santiago fu rilasciata, il 17 novembre di quell’anno, «previo pagamento delle imposte». Il marchesato fu pagato, dunque, due volte al Fisco spagnolo in quattro anni. La biografia ufficiale di Vázquez de Prada definisce tutto questo una «decisione eroica», motivata dalla gratitudine filiale: compensare Santiago per il patrimonio familiare consumato nei primi anni dell’Opera. Miguel Fisac e lo stesso De la Cierva avanzarono un’altra ipotesi, mai provata: che il fondatore cercasse il pedigree nobiliare richiesto dall’Ordine di Malta, al quale apparteneva già Álvaro del Portillo. A Malta, comunque, non entrò mai. E un dettaglio che l’agiografia omette: quando Josemaría chiese Peralta, Santiago richiese per sé la baronia di San Felipe. Quella domanda non andò in porto. In casa degli Escrivá, nel 1968, si chiedevano titoli a doppia mandata.

Resta l’ironia finale, che è la migliore. Nell’Opera, i numerari testavano a favore dell’Opera: era la prassi consolidata, e i diritti d’autore dello stesso fondatore finirono, col tempo, sotto il controllo di società della sua orbita. L’unico bene temporale che Escrivá sottrasse a quel destino fu, proprio, il marchesato: lo cedette per atto notarile, in vita, alla sua famiglia di sangue. Fu forse l’unico membro dell’Opus Dei che non lasciò all’Opera l’unica cosa che era interamente sua. E la famiglia, che ricevette gratis ciò che al fondatore costò fascicolo, polemica e due liquidazioni tributarie, lo lasciò decadere senza muovere un foglio. Lo Stato si tenne il denaro; i Peralta del Costa Rica, la ragione; e gli Escrivá, nemmeno il titolo.

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