La Corte d’Appello Provinciale di Malaga ha condannato a 52 anni di carcere il sacerdote della diocesi di Malaga noto come «padre Fran» per aver drogato e aggredito sessualmente quattro donne tra il 2014 e il 2018. La sentenza, resa pubblica questo mercoledì, lo ritiene autore di tre reati continuati di abuso sessuale con penetrazione e di un quarto reato continuato di abuso sessuale, tutti aggravati dall’abuso di fiducia, oltre a quattro reati continuati di scoperta e rivelazione di segreti.
Oltre alle pene detentive, il tribunale gli impone ordini di allontanamento dalle vittime, un periodo di libertà vigilata una volta scontata la condanna e il pagamento di 403.129 euro a titolo di risarcimento per i danni morali e le conseguenze psichiche subite dalle quattro donne.
La decisione giudiziaria aggiunge un elemento particolarmente rilevante per la diocesi di Malaga: dichiara la Diocesi responsabile civile sussidiaria del pagamento delle indennità, ritenendo che i fatti non possano essere separati dalla condizione sacerdotale del condannato né dall’esercizio del suo ministero.
La Corte d’Appello respinge la tesi sostenuta dalla diocesi
Prima dell’inizio del processo, il vescovo di Malaga, Mons. José Antonio Satué, ha sostenuto pubblicamente che la diocesi non doveva assumere la responsabilità civile sussidiaria in questo caso.
«I nostri avvocati difenderanno che alla diocesi di Malaga non dovrebbe essere richiesta tale responsabilità», ha affermato lo scorso mese di maggio, assicurando che la Diocesi «non ha favorito né ha guardato dall’altra parte quando sono emerse le gravissime accuse».
La Corte d’Appello Provinciale ha ora respinto tale argomentazione.
Nella sentenza, i magistrati sottolineano che le quattro donne intrattenevano con il sacerdote una relazione nata in ambito pastorale e che fu proprio quella condizione a permettere all’imputato di guadagnarsi la loro fiducia.
«Non si può scindere il comportamento dalla sua condizione di sacerdote», afferma la decisione. Aggiunge inoltre che fu la sua «funzione religiosa o pastorale» a legarlo inizialmente alle vittime e che la utilizzò per «dissipare qualsiasi diffidenza» e far sì che «non vedessero in lui pericolo o rischio».
Per questo motivo, il tribunale conclude che «non si può, come pretendeva la Diocesi, separare quanto accaduto dalla condizione sacerdotale né frazionarlo in base agli atti o ai momenti».
La sentenza mette in discussione l’operato della Diocesi
La decisione dedica inoltre diversi passaggi all’operato della diocesi.
I magistrati sostengono che il comportamento del sacerdote era «assolutamente disordinato fin dall’inizio» e che esistevano «almeno voci che erano giunte a conoscenza della Chiesa».
In tale contesto, ritengono «inammissibile l’ignoranza» di tali comportamenti da parte della diocesi, allora retta da Mons. Jesús Catalá.
La Corte d’Appello afferma altresì che «nulla esclude la responsabilità» della Diocesi e rimprovera che non abbia esercitato adeguatamente le sue funzioni di vigilanza.
«Non solo la Diocesi non ha adempiuto ai suoi doveri di vigilanza in modo adeguato, ma inoltre non ha scelto la persona idonea a svolgere le funzioni di parroco», si legge nella sentenza.
Droghe, perdita di coscienza e registrazioni
Secondo quanto ritenuto provato dal tribunale, il sacerdote ha approfittato del rapporto di fiducia creato durante attività religiose e pastorali per somministrare alle vittime una sostanza che non è stata possibile identificare, ma che provocava loro un profondo stato di sonnolenza e perdita di coscienza.
La decisione conclude che tale sostanza «costituiva necessariamente una sostanza tossica» che annullava la capacità di reazione delle donne e permetteva all’imputato di commettere le aggressioni sessuali «senza che risultasse il consenso della vittima».
I magistrati ritengono altresì provato che il sacerdote ha registrato parte degli abusi e ha scattato fotografie delle vittime mentre erano prive di sensi.
Per il tribunale, tali immagini possiedono un valore probatorio «incontestabile», poiché consentono di identificare sia l’imputato sia i luoghi in cui si sono verificati i fatti, tutti collegati a spazi ecclesiali.
Il ritrovamento del disco rigido ha dato avvio all’indagine
L’indagine è iniziata nel 2023 dopo che l’allora compagna sentimentale del sacerdote ha trovato nell’abitazione che condividevano a Melilla un disco rigido contenente fotografie e video di donne apparentemente narcotizzate e aggredite sessualmente.
Secondo quanto riportato nella sentenza, la donna ha comunicato inizialmente il ritrovamento a un altro sacerdote e allo stesso imputato prima di portare i fatti a conoscenza di un agente della Polizia Nazionale, dando così origine all’indagine.
I magistrati ritengono «alquanto incomprensibile» che la denuncia non sia stata presentata fin dal primo momento alle Forze e ai Corpi di Sicurezza dello Stato, pur precisando che tale circostanza non incide sulla validità delle prove acquisite.
È stato durante l’indagine che le quattro vittime hanno avuto conoscenza delle aggressioni subite, poiché nessuna di loro ricordava quanto accaduto a causa dello stato di incoscienza provocato dalla sostanza che, secondo la sentenza, veniva somministrata loro dal sacerdote.
In attesa della risposta canonica
Dopo l’arresto del sacerdote nel settembre 2023, la diocesi ha avviato un procedimento canonico che è stato sospeso in attesa della risoluzione della giurisdizione civile.
Durante l’udienza preliminare al processo, Mons. Satué ha reiterato la sua richiesta di perdono «a tutte le persone che in questa e in altre situazioni analoghe non hanno trovato nella Chiesa la comprensione e il sostegno che avrebbero dovuto ricevere», annunciando al contempo la volontà della diocesi di collaborare al risarcimento delle vittime qualora fosse intervenuta una condanna.
Con la sentenza ora emessa dalla Corte d’Appello Provinciale di Malaga, il procedimento penale è risolto in primo grado, fatti salvi i ricorsi che potranno essere presentati, mentre la Chiesa dovrà decidere i prossimi passi in ambito canonico nei confronti del sacerdote condannato.