Sarah e l'episcopato francese mettono in guardia sull'eutanasia: «Non ogni legge approvata da un Parlamento è giusta»

Sarah e l'episcopato francese mettono in guardia sull'eutanasia: «Non ogni legge approvata da un Parlamento è giusta»

La Conferenza Episcopale Francese ha intensificato la sua opposizione al progetto di legge che intende legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito in Francia con un appello rivolto ai deputati affinché respingano un testo che, a giudizio della Chiesa, trasformerà profondamente la concezione della vita umana e la protezione dei più vulnerabili.

Il vicepresidente della Conferenza Episcopale Francese e arcivescovo di Tours, monsignor Vincent Jordy, ha avvertito che la legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito non costituisce soltanto una riforma legislativa, ma «un cambiamento antropologico» che modificherà il modo di comprendere la vita, la sofferenza, la dipendenza e la morte.

«È un nuovo sguardo sulla vita e sul fine vita quello che si sta preparando a estendersi gradualmente a tutto il Paese», afferma il prelato, che ha invitato i parlamentari ad agire «con coscienza e responsabilità» di fronte a una decisione che, a suo dire, avrà conseguenze ben al di là dei casi concreti previsti dalla legge.

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Un appello a legiferare con coscienza

Monsignor Jordy ha ricordato la celebre sentenza di François Rabelais —«Scienza senza coscienza non è che rovina dell’anima»— per avvertire che una questione di tale portata non può essere risolta unicamente con maggioranze parlamentari o criteri ideologici.

L’arcivescovo ha messo in guardia sugli effetti che la futura legislazione potrebbe avere sui professionisti sanitari, sulle famiglie, sugli anziani, sui disabili e, in generale, sui settori più vulnerabili della società.

«Questa legge influenzerà necessariamente il modo di guardare alla vita, al sentirsi utili o inutili all’interno della società», ha affermato. A suo giudizio, il testo provocherà inoltre conseguenze giuridiche e sociali che finiranno per riguardare l’intero corpo sociale.

Come esempio di questa evoluzione ha ricordato l’esperienza di altri Paesi in cui l’eutanasia è stata introdotta con importanti limitazioni iniziali che in seguito sono state ampliate. Ha citato espressamente il caso dei Paesi Bassi, dove —ha sottolineato— «un adolescente è stato sottoposto a eutanasia poche settimane fa», come dimostrazione che le garanzie iniziali possono scomparire con il passare del tempo.

«Il consenso chiesto da Macron non esiste»

Il vicepresidente dell’episcopato francese ha rivolto un messaggio anche al presidente Emmanuel Macron, che all’inizio del processo legislativo aveva espresso il desiderio di raggiungere un ampio consenso nazionale.

«Oggi sappiamo che quel consenso non esiste», ha affermato Jordy. A suo parere, la stretta maggioranza presente nell’Assemblea Nazionale, le divisioni al Senato e vari sondaggi sull’opinione pubblica mostrano che la società francese è ben lontana dal sostenere in modo maggioritario una legislazione di questo tipo quando ne conosce le implicazioni reali.

Il prelato ha inoltre colto l’occasione per rispondere a chi ritiene che la Chiesa non dovrebbe intervenire in questo dibattito per rispetto al principio di laicità.

Ha ricordato che la laicità francese garantisce la libertà di coscienza, la libertà religiosa e la neutralità dello Stato, ma non esige il silenzio delle confessioni religiose. «La neutralità non riguarda la società; riguarda lo Stato», ha sottolineato, difendendo il diritto dei cristiani di partecipare al dibattito pubblico come qualsiasi altro cittadino.

Il cardinale Sarah: «Una democrazia non decide da sola ciò che è bene»

Le avvertenze di monsignor Jordy trovano un solido sostegno nelle riflessioni del cardinale Robert Sarah, che nel suo libro 2050, scritto insieme al giornalista Nicolas Diat, affronta proprio i limiti morali della democrazia e la responsabilità del legislatore su questioni come l’eutanasia.

Per il porporato guineano, la legittimità democratica non trasforma automaticamente una legge in giusta.

«Non perché una legge sia stata votata in un Parlamento democratico è buona in sé stessa», afferma Sarah. La democrazia —spiega— costituisce una forma legittima di governo, ma non crea il bene e il male né può sostituire i principi iscritti nella legge naturale.

Il cardinale mette in guardia contro il rischio di una «tirannia democratica» che «non riconosce alcun limite al proprio potere e impedisce ogni discussione». In quello scenario, sostiene, il potere politico finisce per diventare l’unica fonte del diritto, slegandosi da ogni riferimento oggettivo alla dignità della persona umana.

Appoggiandosi alla tradizione filosofica classica, Sarah cita Cicerone per ricordare che esiste «una legge vera, conforme alla retta ragione e alla natura», anteriore a qualsiasi legislazione positiva e che nessun Parlamento può abolire.

La legge naturale come fondamento della legislazione

Il cardinale collega questa riflessione alle parole pronunciate recentemente da Leone XIV durante il Giubileo dei Governanti, quando ha ricordato ai responsabili politici che «la legge naturale, universalmente valida al di là di altre opinioni discutibili, costituisce la bussola per legiferare e agire».

Senza quel riferimento, avverte Sarah, «la democrazia corre il rischio di sprofondare nelle paludi del relativismo distruttivo», diventando ciò che san Giovanni Paolo II definiva una «democrazia senza valori», suscettibile di derivare in forme di totalitarismo aperte o mascherate.

Il porporato conclude che le leggi «devono rispettare e promuovere sempre la persona umana» e sostiene che «una legge che non rispetti il diritto alla vita, dal concepimento fino alla morte naturale, qualunque sia la condizione della persona —sana o malata, embrionale, anziana o terminale—, non è una legge conforme al disegno di Dio».

A poche ore da un voto che può segnare uno spartiacque nella legislazione francese, gli interventi di monsignor Jordy e del cardinale Sarah convergono in un unico avvertimento: la discussione sull’eutanasia non riguarda soltanto la regolamentazione del fine vita, ma la concezione stessa della dignità umana e i limiti etici che devono orientare ogni democrazia.

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