Dopo la polemica alimentata da settori separatisti per la lingua che León XIV utilizzerà durante la benedizione della torre di Gesù della Sagrada Familia, il sacerdote che accoglierà personalmente il Papa in uno degli eventi della sua visita a Barcellona è intervenuto in difesa dell’uso dello spagnolo e ha chiesto di porre fine a una controversia che rischia di oscurare il vero significato pastorale del viaggio.
Si tratta di padre Faustin John Mlelwa, rettore della parrocchia di Sant’Agostino, nel quartiere barcellonese del Raval, dove il Pontefice terrà il prossimo 10 giugno un incontro con enti sociali, immigrati, senzatetto e gruppi vulnerabili.
Il sacerdote che accoglierà personalmente il Papa
La voce di Mlelwa non è una tra tante nel dibattito. Il sacerdote tanzaniano dirige la parrocchia di Sant’Agostino, uno dei luoghi che León XIV ha voluto visitare espressamente durante il suo soggiorno a Barcellona.
La scelta non è casuale. Il Pontefice appartiene all’Ordine di Sant’Agostino e ha voluto inserire nel suo programma una comunità che incarna in modo particolarmente visibile il carisma agostiniano di fraternità, servizio e vicinanza ai più bisognosi.
La comunità che attualmente serve la parrocchia è composta da quattro giovani religiosi agostiniani provenienti da Tanzania e Filippine: Faustin John Mlelwa, Dennis Pineda Pineda, Michael Go Maambong e Laurent Joseph Temanya.
Il loro lavoro pastorale si concentra soprattutto sull’assistenza agli immigrati, alle famiglie vulnerabili e alle persone in situazione di esclusione sociale. La parrocchia collabora inoltre con la Fondazione Mano Amiga nella distribuzione di cibo e vestiti, e mantiene uno stretto rapporto con le Missionarie della Carità di Madre Teresa, le cui religiose assistono quotidianamente centinaia di persone bisognose nel quartiere.
«Non si può imparare una lingua in un giorno»
In un’intervista concessa a Catalunya Ràdio, Mlelwa ha respinto le richieste rivolte al Santo Padre di usare il catalano nella benedizione della torre centrale della Sagrada Familia.
«Uno non può imparare una lingua in un giorno; inoltre, siamo in Spagna, e quando qualcuno viene in Spagna sappiamo bene che la lingua nazionale è lo spagnolo», ha affermato.
Il sacerdote ha ricordato che León XIV domina perfettamente il castigliano e che è logico che usi una lingua che conosce per trasmettere con chiarezza il suo messaggio.
Mlelwa ha insistito sul fatto che non è ragionevole pretendere che il Papa impari una lingua nuova per una visita di poche ore e ha portato come esempio la propria esperienza personale. Pur comprendendo il catalano, ha riconosciuto che ancora oggi non lo legge con facilità.
«Non è facile imparare una lingua nuova in un giorno; è impossibile», ha sottolineato.
Omella sostiene che «Non era necessaria questa polemica»
Da parte sua, l’arcivescovo di Barcellona ha assicurato giovedì di non aver mai capito l’origine del clamore suscitato dall’uso dello spagnolo nella benedizione della torre di Gesù e ha difeso che León XIV ha tenuto presente la realtà linguistica della Catalogna fin dal primo momento.
«Non so chi abbia montato questa storia né con quale intenzione», ha affermato Omella, prima di spiegare che il Papa sapeva perfettamente di visitare una terra dove si parla una lingua storica che si è conservata per secoli.
Secondo il cardinale, León XIV ha preparato sia i suoi discorsi sia l’omelia tenendo conto della presenza del catalano e farà uno sforzo per includere quella lingua nei suoi interventi, senza però ricorrere all’artificio di esprimersi a lungo in una lingua che non conosce.
Omella ha inoltre insistito sul fatto che questa circostanza era nota già prima che scoppiasse la polemica. «Non era necessario tutto questo dibattito; io lo sapevo già prima», ha indicato l’arcivescovo, che ha assicurato che il Pontefice aveva sempre previsto di includere riferimenti in catalano durante la sua visita.
Il cardinale ha confermato che la formula principale della benedizione sarà in castigliano, ma ha ribadito che «sicuramente» ci saranno espressioni in catalano in diversi momenti degli interventi papali.
Ciononostante, ha voluto ridimensionare l’importanza della questione linguistica e ha ricordato quale sia, a suo giudizio, il vero significato della visita. «La cosa più importante è che venga. La cosa più importante è la celebrazione dell’Eucaristia e la benedizione della croce», ha sottolineato, lamentando che il dibattito sulle lingue abbia finito per occupare più spazio dell’evento religioso in sé.
Il Raval, una delle tappe a Barcellona
León XIV arriverà al tempio alle 16:30 per partecipare a un incontro incentrato sulla povertà, l’immigrazione e l’esclusione sociale. È previsto che partecipino più di novanta enti sociali ed ecclesiali del Raval e di altri punti di Barcellona.
Tra questi figurano Cáritas Barcelona, le Adoratrici —che lavorano con donne vittime di prostituzione e sfruttamento— e Obinso, dedicata al reinserimento sociale di ex detenuti e persone con problemi di dipendenza.
L’evento non consisterà in una celebrazione liturgica, bensì in uno spazio di ascolto e dialogo con chi lavora quotidianamente nelle periferie sociali della città.
Una parrocchia con quasi sette secoli di storia
La storia degli agostiniani a Barcellona risale al XIV secolo. Il loro primo convento fu fondato nel 1349, anche se la costruzione della Cittadella costrinse successivamente la comunità a trasferirsi nel quartiere del Raval, dove rimane ancora oggi.
La comunità subì duramente gli episodi anticlericali del XIX secolo. Il convento fu incendiato durante i disordini del 1835 e la desamortizzazione di Mendizábal provocò la perdita delle sue proprietà.
Decenni dopo, gli agostiniani tornarono progressivamente a Barcellona e nel 2018 recuperarono anche la presenza a Sant’Agostino, rafforzando una missione pastorale che oggi si estende anche a Badalona e alla comunità filippina dell’arcidiocesi.
Situata in uno dei quartieri più complessi e multiculturali della città, la parrocchia è diventata un simbolo dell’azione sociale della Chiesa a Barcellona.