Monsignor Paolo Rocco Gualtieri ha un chiarimento da fornire. Non una spiegazione generica, né una nota ecclesiastica avvolta in formule di prudenza diplomatica. Una spiegazione concreta: chi ha autorizzato che, durante il canale di ascolto delle vittime del Sodalicio nella Nunziatura Apostolica del Perù, venisse registrata con telecamere l’entrata e l’uscita di persone coinvolte in un processo delicatissimo, e con quale finalità sono state riprese quelle immagini.
La domanda nasce dalla denuncia pubblicata da La Abeja, che afferma che durante diversi giorni del canale di ascolto nella Nunziatura un uomo con attrezzatura audiovisiva osservava, riprendeva e registrava chi entrava e usciva, oltre a intervistare alcune persone all’uscita della sede. Il mezzo identifica quell’uomo come Salvador del Solar, attore e regista peruviano, e sostiene che la sua presenza si sia ripetuta anche durante la messa di riparazione di Catacaos, dove sarebbe stato in prima fila a filmare Jordi Bertomeu e i vescovi presenti.
La Nunziatura Apostolica a Lima non è una piazza pubblica qualsiasi. È la rappresentanza diplomatica della Santa Sede in Perù. La stessa Conferenza Episcopale Peruviana identifica monsignor Paolo Rocco Gualtieri come nunzio apostolico in Perù e arcivescovo titolare di Sagona. Pertanto, ciò che avviene sotto l’ombrello istituzionale di quella sede non può essere trattato come un incidente laterale o come una scena di strada senza responsabile.
Il comunicato ufficiale del Commissario Apostolico è stato inequivocabile: tra il 4 e il 22 maggio 2026 è stato attivato nella sede della Nunziatura Apostolica in Perù un “Canale di primo ascolto” per le persone che si ritenessero vittime non adeguatamente risarcite di abusi fisici, sessuali, spirituali, di coscienza, di autorità, economici o altri legati a membri della famiglia spirituale sodale. Non era un atto promozionale. Non era una conferenza stampa. Non era un invito a nutrire l’archivio visivo di nessuno. Era, almeno formalmente, un dispositivo di ascolto delle vittime.
Proprio per questo la denuncia è grave. Chi si reca in una Nunziatura per esporre danni subiti in contesti di abuso, autorità, coscienza o manipolazione spirituale ha il diritto di aspettarsi riservatezza, sobrietà e protezione istituzionale. Non deve diventare figurante involontario di un racconto audiovisivo. Non deve essere ripreso all’entrata o all’uscita. Non deve scoprire in seguito che la sua presenza è servita per dare densità drammatica a un documentario di autopromozione clericale.
Il problema, monsignor Gualtieri, non è più solo Bertomeu. Il problema è la custodia istituzionale della Nunziatura. Se le telecamere erano lì con autorizzazione, lei deve spiegare chi l’ha concessa. Se erano lì senza autorizzazione, deve spiegare perché non sono state impedite. Se le riprese avevano una finalità pastorale o documentaria interna, deve dirlo. Se erano collegate a una produzione esterna, deve sapere chi la promuoveva, chi la finanziava, chi conserva il materiale e chi ha autorizzato l’uso dell’immagine di persone che partecipavano a un processo di ascolto delle vittime.
Non basta nemmeno dire che le telecamere erano fuori dall’edificio. La Nunziatura non è moralmente assolta perché il treppiede viene posizionato sul marciapiede o in una piazza vicina. Se l’oggetto della ripresa erano le persone convocate da una procedura pontificia, il fatto incide direttamente sulla fiducia nella sede che le ha convocate. La responsabilità istituzionale non si misura solo dal punto esatto in cui è stata appoggiata la telecamera, ma dall’uso che si è fatto di una missione organizzata dalla Santa Sede.
La messa di Catacaos ha finito per aggravare il sospetto. La Conferenza Episcopale Peruviana ha presentato quella celebrazione come un gesto di vicinanza e riparazione simbolica verso le comunità contadine Tallán, e Vatican News l’ha descritta come il punto culminante di una volontà di riparazione dopo anni di abusi, persecuzioni ed espropri. Ma La Abeja sostiene che anche lì ci fossero telecamere che seguivano ogni gesto di Bertomeu. La domanda si impone da sola: la messa è stata solo riparazione, o è stata anche parte di una narrazione audiovisiva precedentemente calcolata?
Un nunzio non può rifugiarsi nel silenzio quando la sede che rappresenta il Papa appare associata a una possibile strumentalizzazione audiovisiva delle vittime. Il silenzio non è prudenza quando ci sono persone vulnerabili di mezzo. Il silenzio, in questi casi, funziona come copertura.
Il chiarimento dovrebbe essere pubblico e verificabile. Deve dire se Salvador del Solar o qualsiasi équipe audiovisiva ha avuto l’autorizzazione a riprendere durante il canale di ascolto. Deve dire se Bertomeu sapeva che si stavano riprendendo immagini. Deve dire se le vittime sono state informate. Deve dire se c’è stato consenso. Deve dire se esiste o meno un documentario. Deve dire se la Segreteria di Stato conosceva questa dimensione audiovisiva della missione. Deve dire quali misure sono state adottate per proteggere l’identità, la dignità e l’intimità di chi si è recato alla Nunziatura.
La Chiesa ha ripetuto troppe volte che vuole mettere le vittime al centro. Metterle al centro non significa inquadrarle. Non significa trasformarle in ambiente, fondale o prova emotiva per ingrandire un funzionario romano. Non significa usare il loro dolore come illuminazione drammatica di un personaggio.
Monsignor Gualtieri deve rispondere. Perché se la denuncia è falsa, spetta smentirla con dati. E se è vera, quanto avvenuto nella Nunziatura Apostolica del Perù non è stato un eccesso estetico né un’imperizia comunicativa. È stata una profanazione istituzionale della fiducia delle vittime.