Di Stephen P. White
La prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica humanitas, è stata pubblicata all’inizio di questa settimana. È lunga per essere un’enciclica e inaspettata sotto alcuni aspetti. Vale la pena leggerla, vale la pena soffermarsi su di essa. Quanto segue non è un riassunto, e tanto meno una «recensione» del documento, ma alcune riflessioni suscitate dall’enciclica.
Prima una storia: in una conferenza qualche tempo fa, ho incontrato un uomo che lavora per una grande organizzazione benefica cattolica. Durante la nostra conversazione, ha sollevato un punto importante sul lavoro che lui e i suoi colleghi svolgono ogni giorno. La lettura di questa enciclica mi ha riportato alla mente quella conversazione.
Lo scopo dei suoi sforzi, ha detto, non è semplicemente servire i poveri; lo scopo è trovare Cristo nei poveri che servono.
E per illustrare il punto, ha raccontato questa storia. Il responsabile di una sede locale della sua organizzazione, intraprendente e benintenzionato, aveva implementato un nuovo sistema di distribuzione grazie al quale qualcuno poteva avvicinarsi in auto, ricevere la propria quota di aiuti benefici senza scendere dal veicolo e ripartire in pochi secondi.
E questo, ha insistito il mio interlocutore, era un enorme problema.
Era intraprendente, efficiente e totalmente impersonale. Che cosa aveva di distintivamente cristiano, o anche solo di distintivamente umano, una «carità dall’auto» di quel tipo? Dove era l’occasione di trovare Cristo nell’altro o di essere Cristo per lui?
Non è difficile vedere come una critica del genere all’efficienza a scapito dell’interazione interpersonale (cioè umana) possa applicarsi all’intelligenza artificiale. E Papa Leone fa proprio questo in Magnifica humanitas, ad esempio quando scrive:
Quando l’efficienza diventa la misura ultima del valore, gli esseri umani sono tentati di considerarsi un progetto da ottimizzare, invece che persone chiamate alla relazione e alla comunione.
La tecnologia che elimina l’imperfezione e la fragilità umane —o che ci porta a eliminare del tutto la persona ferita— elimina un luogo privilegiato per incontrare Cristo stesso. Nella sofferenza di Gesù, la debolezza dell’uomo, la sua fragilità e persino la sua povertà acquistano una dimensione completamente nuova. La differenza tra entrare nella fragilità umana ed eradicarla ha implicazioni profonde:
[E]dificare per il bene comune significa accettare i limiti e la debolezza dell’umanità senza considerarli un errore da correggere. Oggi il desiderio umano di pienezza di vita corre il rischio di essere deviato da obiettivi ingannevoli, come la prospettiva di una tecnologia che promette di liberarci da ogni debolezza, e modelli di benessere che lasciano indietro intere popolazioni. Troppo spesso riponiamo la nostra speranza in «aggiornamenti» illimitati, in forme di progresso che esacerbano le disuguaglianze e in soluzioni immediate incapaci di sanare le ferite delle persone.
È da notare che, sebbene tali avvertimenti siano appropriati per l’uso acritico dell’intelligenza artificiale, difficilmente sono esclusivi della sfida imminente dell’IA. Molte delle critiche all’IA in questa enciclica sono di questo tipo: più generalmente applicabili alla tecnologia moderna e meno specifiche alle sfide dell’IA di quanto alcuni lettori (me compreso) avrebbero potuto aspettarsi.
Questa enciclica dichiara che il suo tema è «Sulla salvaguardia della dignità della persona umana nei tempi dell’intelligenza artificiale». E sebbene questa enciclica tratti certamente di IA, il cuore del documento è molto più una difesa positiva della dignità umana che una critica esauriente o definitiva dell’IA.
Questo ci porta alla successiva osservazione su questa enciclica: Magnifica humanitas è, in un certo senso, sia un’enciclica sulla Dottrina Sociale della Chiesa sia un contributo a quel corpus di insegnamento.
Papa Leone dedica le prime 15.000 parole, circa, a esporre la storia, lo sviluppo e i principi della dottrina sociale cattolica. In tal modo, non solo fornisce un manuale di base sul magistero sociale della Chiesa, ma riesce anche a evidenziare la profonda continuità che si estende da Leone XIII attraverso tutto il successivo insegnamento sociale. Quel filo di continuità è la dignità umana, intesa alla luce dell’Incarnazione.
Questo filo continua ininterrotto attraverso il Concilio Vaticano II, in particolare in Gaudium et Spes. Ed è questo stesso tema che unisce Papa Leone XIV in continuità con i suoi predecessori, soprattutto con Francesco, Benedetto XVI e San Giovanni Paolo II.
[I]l principio guida dell’Enciclica di Papa Leone, e di tutta la dottrina sociale della Chiesa, è una visione corretta della persona umana e del suo valore unico, in quanto «l’uomo… è l’unica creatura sulla terra che Dio ha voluto per se stessa».
Giovanni Paolo II scrisse queste parole, citando Gaudium et Spes, nel 1991 in riferimento alla Rerum Novarum di Papa Leone XIII, ma si applicano ugualmente —anzi, enfaticamente— alla Magnifica humanitas di Leone XIV.
Questa verità sull’uomo è la grande risposta della Chiesa alla nostra epoca moderna, un’epoca in cui l’IA è solo una minaccia, sebbene acuta e urgente, alla percezione che l’uomo ha di sé.
Leone indica questa continuità all’interno della dottrina sociale e del magistero papale, non semplicemente mediante citazioni equilibrate —citando Francesco X volte, Giovanni Paolo II Y volte, e così via—, ma costruendo argomentazioni che mostrano la complementarità e la forza cumulativa dei vari contributi alla tradizione.
E questo, anch’esso, è un contributo significativo di questa «enciclica sull’IA». Ci sono ragioni per credere che Leone veda il proprio pontificato come un’opportunità di sintesi, un’occasione per intrecciare molti dei fili dispersi e persino sfilacciati che compongono la Chiesa; per tenere unite le tradizioni preconciliare e postconciliare, i pontificati di Giovanni Paolo II e Francesco, il robusto tomismo del magistero sociale di Leone XIII e la svolta sociologica della Pacem in terris di Giovanni XXIII e della Populorum progressio di Paolo VI.
Forse è un’espressione di desideri da parte mia. Forse è dedurre troppo da una sola enciclica sull’intelligenza artificiale. O forse è esattamente ciò che dovremmo aspettarci da un Papa agostiniano che sa che la vera pace non è l’assenza di conflitto, ma la tranquillità dell’ordine, e che ha scelto come motto In Illo Uno unum. Nell’Uno, siamo uno.
Sull’autore
Stephen P. White è direttore esecutivo del Santuario Nazionale San Giovanni Paolo II e membro di Studi Cattolici presso l’Ethics and Public Policy Center.