Il papa Leone XIV ha approvato una nuova disposizione che permette di rafforzare la capacità di azione dei vescovi diocesani in situazioni di crisi all’interno di monasteri autonomi, soprattutto quando il problema riguarda il superiore maggiore della stessa comunità religiosa.
Il provvedimento è stato pubblicato tramite un Rescriptum ex Audientia Sanctissimi firmato dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, e datato 25 marzo 2026:
Il Sommo Pontefice Leone XIV, nell’udienza concessa al sottoscritto cardinale segretario di Stato il 25 marzo 2026, tenuto conto che papa Francesco si era già espresso favorevolmente in merito, ha concesso al Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica la facoltà di autorizzare il vescovo diocesano competente a emanare il decreto di dimissione di cui al can. 699 § 2 del Codice di Diritto Canonico, nel caso in cui il professo che deve essere dimesso sia il superiore maggiore del monastero.
Il Santo Padre ha inoltre disposto che il presente Rescriptum sia pubblicato su «L’Osservatore Romano» e, pertanto, sul bollettino ufficiale Acta Apostolicae Sedis, entrando in vigore immediatamente.
Dietro la disposizione si trova un problema pratico e giuridico molto concreto: come applicare una procedura di espulsione quando l’autorità incaricata di decidere è la stessa persona la cui permanenza è messa in discussione.
Cosa stabilisce il Diritto Canonico
Il canone 699 §1 stabilisce che l’espulsione di un religioso deve essere decisa collegialmente dal superiore generale insieme al suo consiglio —formato da almeno quattro membri— dopo aver esaminato prove, argomenti e difese. Se l’espulsione viene approvata mediante votazione segreta, il decreto deve includere i motivi giuridici e di fatto che giustificano la decisione.
Tuttavia, il §2 aggiunge una disposizione specifica per i monasteri autonomi contemplati nel canone 615. In questi casi, spetta al superiore maggiore del monastero decidere sull’espulsione con il consenso del suo consiglio.
Il problema sorgeva proprio quando il religioso interessato era il superiore maggiore stesso. In tali circostanze, la procedura poteva rimanere giuridicamente bloccata o risultare estremamente difficile da eseguire a causa dell’assenza di un’autorità interna superiore in grado di intervenire direttamente.
Cosa sono i monasteri autonomi
Il canone 615 definisce come monastero autonomo quella comunità religiosa che, oltre al proprio superiore, non dipende da un altro superiore maggiore esterno né è integrata in un istituto religioso la cui autorità abbia vera potestà su di essa.
Sebbene questi monasteri rimangano sotto una “vigilanza peculiare” del vescovo diocesano, conservano una vasta autonomia di governo interno. Proprio questa struttura giuridica rendeva particolarmente delicate le situazioni di crisi legate alla massima autorità della comunità.
Con il nuovo rescritto, Roma non elimina tale autonomia né pone i monasteri sotto il controllo diretto dei vescovi. Il Vaticano continua a mantenere pienamente il controllo della procedura disciplinare, poiché sarà il dicastero competente a dover autorizzare espressamente qualsiasi intervento.
La novità consiste nel fatto che, una volta concessa tale autorizzazione, il vescovo diocesano potrà emanare direttamente il decreto di espulsione quando il superiore maggiore sia il religioso interessato.
Una risposta a crisi interne e problemi di governo
Sebbene il testo abbia un carattere tecnico e giuridico, il provvedimento si inserisce in un contesto più ampio segnato dalle difficoltà di governo, dagli abusi di autorità e dalle disfunzioni interne che hanno colpito negli ultimi decenni diverse comunità religiose e istituti ecclesiali.
Il rescritto sembra riflettere un orientamento più ampio del pontificato di Leone XIV, incentrato sul rafforzamento della responsabilità istituzionale e dei meccanismi efficaci di supervisione ecclesiale senza alterare formalmente la struttura giuridica tradizionale delle comunità religiose.
Il documento stesso indica inoltre che questa linea d’azione aveva già ricevuto il parere favorevole di papa Francesco prima della sua morte, collocando il provvedimento all’interno di una certa continuità tra i due pontificati.