L'aritmetica morale del vescovo Munilla

L'aritmetica morale del vescovo Munilla

Conviene analizzare con freddezza, spogliandolo di ogni indignazione, l’argomento che monsignor Munilla ha insinuato nel suo programma radiofonico alla vigilia di Pentecoste, perché il suo interesse non risiede nella temperatura della polemica, bensì nella meccanica del ragionamento, e tale meccanica è più istruttiva di quanto la sua apparente moderazione lasci trasparire. Il vescovo sostiene che oggi, in Spagna, nessun partito politico risulta pienamente identificabile con il Vangelo, che tutti trascinano incoerenze gravi —«tutti», sottolinea con quell’insistenza che in retorica non è mai innocente— e che tali incoerenze si distribuiscono in modo uniforme: alcuni si scontrano con la difesa della vita, della famiglia e dell’antropologia cristiana; altri si allontanano dal Vangelo su questioni di giustizia sociale, migrazioni o dignità dei poveri; altri hanno abbracciato discorsi bellicisti; e praticamente tutti subordinano il bene comune alle proprie strategie di potere. L’insieme si presenta come un esercizio di equanimità: la Chiesa, al di sopra delle trincee, senza sposarsi con nessuno, ricordando a ogni forza i propri peccati. È proprio quell’apparenza di equanimità che conviene smontare, perché sotto di essa opera una fallacia, e la fallacia ha conseguenze.

Il primo movimento dell’argomento è una verità. È vero, infatti, che nessun partito coincide pienamente con il Vangelo, allo stesso modo in cui è vero che nessuna opera umana coincide pienamente con la perfezione divina. La Chiesa non ha mai canonizzato una formazione politica e mai lo farà, perché l’ordine della grazia e l’ordine della contingenza storica appartengono a piani distinti. Chi afferma questo non dice nulla che un cattolico mediamente formato possa contestare. Ma la funzione di questa verità iniziale, all’interno del discorso del vescovo, non è informare: è anestetizzare. Serve affinché l’ascoltatore annuisca, abbassi la guardia e accetti senza esaminarla l’operazione che segue, la quale non è più una verità ma un livellamento. Perché dal fatto incontestabile che tutti i partiti sono imperfetti, Munilla passa, senza passaggi intermedi, all’insinuazione che tutte le imperfezioni si collochino sullo stesso piano di gravità. Ed è proprio in quel passaggio effettuato senza preavviso che si gioca tutto.

La teologia morale cattolica —non un’opinione conservatrice sulla teologia morale, bensì il suo corpo dottrinale esplicito— stabilisce una distinzione che l’argomento del vescovo cancella. Esistono atti intrinsecamente cattivi, intrinsece malum: atti la cui malvagità non dipende dalle circostanze, dalle intenzioni o dalle conseguenze, e che nessuna ponderazione può rendere leciti. L’aborto, la soppressione deliberata di un innocente, è l’esempio paradigmatico. Ed esiste, su un piano radicalmente diverso, l’immenso territorio delle questioni contingenti, quelle in cui la dottrina fissa principi ma non soluzioni, dove possono legittimamente coesistere strategie diverse e opinioni cattoliche opposte. La nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede sull’impegno politico dei cattolici, firmata nel 2002 da chi sarebbe poi divenuto Benedetto XVI, lo formula senza ambiguità: vi sono principi che «per loro natura e ruolo fondativo della vita sociale, non sono negoziabili», e rispetto a essi al cattolico «non è permesso sostenerli con il proprio voto»; e vi è, invece, un terreno segnato dal «carattere contingente di alcune scelte in materia sociale», dove «spesso sono moralmente possibili strategie diverse per realizzare o garantire un medesimo valore sostanziale di fondo». Lo stesso documento che distingue i due ordini avverte, inoltre, contro la tentazione di dissolvere tale distinzione in «una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale».

Ora: la politica migratoria appartiene inequivocabilmente al secondo ordine, quello contingente. Quanti immigrati accogliere, a quale ritmo, a quali condizioni, con quali criteri di integrazione, in quale equilibrio tra il dovere di ospitalità e la reale capacità di una società di assimilare chi arriva —un equilibrio che il Catechismo stesso, al numero 2241, sottopone espressamente al bene comune della comunità di accoglienza— sono domande tecniche e prudenziali sulle quali due cattolici ugualmente fedeli possono dissentire fino all’estremo opposto senza che nessuno dei due abbandoni l’ortodossia. Non esiste una risposta evangelica unica alla domanda su quanti visti concedere. Vi sono principi, e vi è un margine ampio, legittimo e riconosciuto dal Magistero, per applicarli in modi diversi. L’aborto, invece, non ammette alcun margine: non esiste una quantità prudente di bambini non nati che possa essere eliminata, né una strategia di applicazione che renda accettabile la loro soppressione.

Quando Munilla colloca entrambe le materie nella stessa enumerazione, con la stessa cadenza sintattica e sotto la stessa etichetta di «incoerenze gravi», commette —consapevolmente o inconsapevolmente, il che è secondario— l’errore preciso che il documento del 2002 condanna: il relativismo morale mascherato da pluralismo. Sta suggerendo che opporsi a una regolarizzazione massiccia di immigrati sia una mancanza dello stesso ordine di difendere il diritto all’aborto, che entrambe le posizioni allontanino il partito che le sostiene dalla stessa «pienezza evangelica» nella stessa misura. E questo non è prudenza né equilibrio: è una falsificazione della gerarchia oggettiva dei beni morali, una falsificazione che la Chiesa ha denunciato per nome. Livellare la montagna e il granello di sabbia per concludere che entrambi sono, in definitiva, elevazioni del terreno, non costituisce uno sguardo superiore e spassionato: costituisce un errore di misurazione.

La trappola, tuttavia, non si esaurisce nel livellamento astratto, perché il livellamento non è simmetrico nei suoi effetti. E qui l’analisi deve scendere dalla teologia all’aritmetica politica concreta, dove l’operazione rivela la sua vera direzione. Il sistema dei partiti spagnolo non distribuisce le sue posizioni in modo omogeneo. Esiste una formazione —e il vescovo, che l’ha attaccata per nome in più di un’occasione, sa perfettamente quale sia— che sostiene posizioni restrittive in materia migratoria e, al tempo stesso, difende, nel terreno dei valori non negoziabili, la vita e la famiglia. Esistono altre formazioni che difendono o hanno promosso la legislazione abortista, l’eutanasia e una ridefinizione della famiglia, e che al tempo stesso sostengono politiche migratorie espansive. Quando il vescovo proclama che «tutti» falliscono allo stesso modo, la ripartizione appare trattare entrambi i blocchi con la stessa misura. Ma non lo fa, perché le due misure non misurano la stessa cosa: a un blocco rimprovera mancanze nell’ordine del non negoziabile; all’altro, discrepanze nell’ordine del prudenziale. E nel presentare entrambi i rimproveri come equivalenti, ciò che in realtà ottiene è esonerare il primo blocco dalla gravità specifica delle sue posizioni e caricare sul secondo una gravità che le sue posizioni non hanno. L’equidistanza formale produce, nella sua applicazione concreta, un risultato che non è affatto equidistante: redistribuisce la colpa morale a danno di chi azzecca l’essenziale e a beneficio di chi sbaglia su di esso.

Che questa direzione non sia casuale lo conferma il contrasto con la stessa traiettoria pubblica del vescovo, che non ha bisogno di essere dedotta perché è documentata. Quando il Governo ha approvato la regolarizzazione straordinaria degli immigrati, Munilla l’ha definita una misura «populista e demagogica» e ha denunciato che si usavano gli immigrati «come moneta di scambio»; ha collocato lì il rimprovero, a ragione o a torto, nell’instrumentalizzazione governativa. Quando un partito ha votato contro la regolarizzazione di chi già risiedeva e lavorava in Spagna, il vescovo ha caricato «apertamente» contro di esso, ha giudicato che espellere quegli immigrati «non sarebbe accettabile» e ha ironizzato, nella sua stessa formulazione, su chi applaude i figli degli immigrati quando vestono la maglia della nazionale. Vale a dire: nella pratica, il vescovo ha trattato la posizione migratoria restrittiva non come un’opzione prudenziale legittima tra varie —che è ciò che la dottrina obbliga a riconoscere— bensì come una mancanza morale che merita una diretta riprensione episcopale. L’enumerazione apparentemente neutra del programma radiofonico non è, quindi, una riflessione spassionata sull’imperfezione universale della politica: è la versione teologizzata, elevata al piano dei principi, di una preferenza politica che il vescovo aveva già manifestato sul piano dei fatti. L’astrazione dottrinale viene a fornire copertura magisteriale a un’opzione che è sua, personale e legittima come cittadino, ma che cessa di essere legittima nel momento in cui si riveste di necessità evangelica e si impone come criterio di cattolicità.

Qui risiede l’inversione più sottile dell’argomento. La nota del 2002 avverte contro il relativismo morale per proteggere i valori non negoziabili dalla loro dissoluzione nel magma dell’opinabile. Munilla impiega la stessa struttura mentale —il livellamento di tutte le posizioni— ma in senso contrario: non per difendere la gerarchia, bensì per abolirla; non per impedire che il non negoziabile venga degradato a opinione, bensì per elevare una sua opinione prudenziale all’altezza del non negoziabile. Lo strumento concettuale che il Magistero ha forgiato come scudo della vita e della famiglia viene così convertito, nelle sue mani, in arma contro chi fa della vita e della famiglia la propria bandiera. Si tratta di un’operazione di notevole abilità e di dubbia onestà intellettuale, e la sua eleganza formale —quel tono pacato, equanime, che sorvola le trincee— è precisamente ciò che la rende efficace, perché l’equidistanza ha sempre migliore stampa della gerarchia, sebbene la gerarchia sia vera e l’equidistanza, in questo caso, falsa.

Non si tratta di esigere dal vescovo che benedica alcun partito; nessun partito lo merita, e su questo la sua premessa iniziale era impeccabile. Si tratta di segnalare che la conclusione non segue dalla premessa, che tra «nessun partito è perfetto» e «tutte le imperfezioni pesano lo stesso» si apre un abisso dottrinale che il vescovo attraversa senza licenza, e che il risultato di questo attraversamento indebito non è la serena imparzialità che appare, bensì una presa di posizione tanto più efficace quanto più si traveste del suo contrario. La vera prudenza ecclesiale non consiste nel distribuire il rimprovero in parti uguali per non incomodare nessuno. Consiste nel pesare ogni cosa secondo il suo peso reale. E il peso dell’aborto e il peso di una quota migratoria non figurano, né possono figurare, sullo stesso piatto della stessa bilancia. Chi li equipara non si eleva al di sopra del conflitto: semplicemente ha deciso, senza dirlo, da che parte inclinarlo.

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