“Lava le nostre immondezze…”

Arcivescovo del Messico, Carlos Aguiar, reintegra il rettore; Deloitte avrebbe auditato la Basilica di Guadalupe

“Lava le nostre immondezze…”

Una manovra torbida, sleale e niente affatto sinodale. Così lo stimarono coloro che, la mattina prima della celebrazione di Pentecoste, non riuscivano a contenere la sorpresa nel vedere rivendicato il canonico Efraín Hernández Díaz. Questa domenica 24 maggio, nella messa di mezzogiorno celebrata nella Insigne e Nazionale Basilica di Guadalupe, si è consumato uno dei colpi di scena più controversi nella recente storia del principale santuario mariano del Messico. Rimesso dal suo incarico di rettore nel settembre 2025 dopo gravi accuse del capitolo guadalupano, è tornato alla rettoria senza alcuna spiegazione pubblica convincente né documentazione che avallasse la chiusura pulita dell’indagine canonica aperta nei suoi confronti.

Ma il tristissimo panorama offerto nella celebrazione principale della festività era conseguenza di una riunione precedente che, in 15 minuti, ha consumato ciò che si prevedeva. Il capitolo guadalupano è stato convocato con appena qualche ora di anticipo per annunciare il ritorno del destituito e apparentemente riabilitato canonico. La fretta della convocazione non ha solo generato sconcerto, ma ha sottolineato lo stile della pastorale dell’opacità con cui l’arcidiocesi di Città del Messico ha gestito questo caso fin dall’inizio.

Quanto nel settembre 2025 era stato presentato come una decisione per salvaguardare l’amministrazione del santuario, si è trasformato in una repentina inversione di rotta che lascia più interrogativi che risposte. I fatti che portarono alla rimozione di Hernández Díaz sono ampiamente documentati. Il capitolo guadalupano, in un atto di responsabilità pastorale, ha inviato una lettera formale all’arcivescovo Aguiar Retes in cui denunciava irregolarità gravi nella gestione pastorale e amministrativa del rettore, con possibili casi di corruzione che rasentavano l’incredibile. La missiva è stata consegnata al domicilio privato dell’arcivescovo, avvertendo dell’urgenza di destituire Hernández Díaz e di aprire immediatamente un’indagine canonica preliminare.

Aguiar Retes, che fino a quel momento aveva posto Efraín Hernández come uomo di sua fiducia e aveva coperto la sua amministrazione, accettò allora il grado di veridicità delle accuse. Il 20 settembre 2025 comunicò la decisione di rimuoverlo mediante il decreto protocollato con numero 817/2025, sottoscritto dallo stesso arcivescovo e autenticato dalla cancelliera María Magdalena Ibarrola y Sánchez. Il decreto lo separò dalla rettoria e dispose che “cessasse di appartenere al capitolo di Guadalupe”, pur conservando le licenze per esercitare il ministero sacerdotale.

Parallelamente, con decreto protocollato 890/2025, Aguiar nominò rettore interino (che chiamò “supplente”) il vicerettore e arciprete di Guadalupe. Il provvedimento sembrava rispondere alla gravità dei fatti denunciati: presunte irregolarità amministrative, rischi per la sicurezza di dipendenti e canonici e l’esistenza di una rete di “consiglieri” con condotte discutibili, tra le altre questioni, che il capitolo considerò uno scandalo sia ad intra sia ad extra della Chiesa. Tutto salì fino alla Conferenza dell’Episcopato Messicano e alla nunziatura apostolica. Non solo: risulta altresì che Papa Leone avrebbe in mano un fascicolo di documenti in cui si attestava come la Basilica fosse preda di pochi.

Sebbene si sapesse che una prossima sentenza canonica avrebbe risolto il caso, il blitz di Aguiar ha ribaltato tutto quanto era stato fatto. In quella riunione mattutina con il plenum dei canonici Aguiar ha giustificato il reintegro di Efraín Hernández senza presentare alcun documento che avallasse che ciascuno degli argomenti esposti nella lettera del capitolo fosse stato confutato nell’indagine. L’unico argomento addotto è stato che l’arcivescovo “avrebbe già informato il nunzio apostolico” dei risultati, cioè non si era trovato nulla di grave. Non c’è stata sentenza formale che rispondesse punto per punto alla lunga lettera inviata all’arcivescovo e al vicario giudiziario. Fino a quanto si conosce pubblicamente, non esiste prova giudiziaria oggettiva e convincente che dichiari l’inesistenza dei fatti che motivarono la separazione iniziale del canonico e che annullasse il decreto riabilitando il clero contestato.

Peggio ancora, il decreto di rimozione (817/2025) esiste ed è stato protocollato. Non risulta, tuttavia, un altro decreto che Aguiar abbia consegnato questa domenica mattina al capitolo e che rendesse inefficace quella disposizione che ordinava a Efraín Hernández di cessare di farne parte. Il reintegro, pertanto, avviene in un limbo che genera più dubbi che certezze.

Nella stessa riunione, Aguiar ha riconosciuto che la Basilica è stata sottoposta a un audit dell’azienda Deloitte. Tuttavia, i risultati di quell’audit e i dettagli degli aspetti esaminati, tra cui precise accuse di malversazione di fondi, restano sconosciuti. Secondo informazioni di Deloitte, qualsiasi audit che le viene affidato ha l’obiettivo di esprimere un parere sui bilanci della Basilica e se offrano un’immagine fedele in tutti gli aspetti materiali, conformemente ai quadri di informativa finanziaria identificati. Tutti questi audit comportano un rigore che fornisce dati sul rispetto anche degli obblighi fiscali e non si dicono solo a parole, ma vengono riportati in un rapporto dettagliato che prevede costi da sostenere; Aguiar non ha presentato alcun risultato.

Se, come afferma Aguiar, sia il nunzio apostolico sia il Papa sono a conoscenza dei risultati dell’indagine canonica e dell’audit condotto da Deloitte, non esiste alcuna ragione per non rendere noti al capitolo e al clero arcidiocesano gli argomenti concreti per cui la lettera del capitolo, le prove raccolte e le dichiarazioni dei testimoni “non hanno avuto fondamento”. Non si capisce neppure perché non si renda pubblico ciò che l’azienda privata ha esaminato e che, presumibilmente, ha esonerato il rettore da irregolarità.

L’arcivescovo e il suo rettore. «Cura le nostre ferite»
L’arcivescovo e il suo rettore. Triste Pentecoste.

Sorgono, d’altra parte, sospetti ancora maggiori quando la riunione di questa domenica di Pentecoste si è svolta senza la presenza di altri interlocutori rilevanti che avevano partecipato a incontri precedenti, come il nunzio apostolico Joseph Spiteri —che, fino a questa data, si trova a Malta— né il presidente della Conferenza dell’Episcopato Messicano, che ora si occupa di situazioni pastorali particolari dopo la Marcia per la Pace del 16 maggio, una mossa astuta di Aguiar per sfruttare quella congiuntura e imporre la sua decisione senza maggiori contrappesi.

Dimostrare con fatti e documenti che non esiste alcun sospetto di malversazione di fondi e che Efraín Hernández Díaz non è un paravento utile per mantenere la Basilica sotto assoluta opacità è un’esigenza minima di onestà e responsabilità episcopale. In tutto questo governo arcivescovile, Aguiar Retes non ha reso conto chiaro a nessuno. Ha devastato i collegi dei consultori, nessuno conosce il reale controllo delle collette e, peggio ancora, non c’è certezza sul patrimonio dell’arcidiocesi di Città del Messico né alcuna evidenza di rendiconti economici. Ciò farebbe di Aguiar un trasgressore dei canoni della Chiesa e la sua pretesa sinodalità si è trasformata in un cliché ripetuto fino alla nausea, mentre la frase fatta del “l’ho già informato” serve a eludere responsabilità e a mantenere sotto sospetto controllo la gestione di uno dei recinti religiosi più importanti del mondo.

Se Aguiar non rende conto dell’amministrazione del rettore Hernández, non solo solleva legittimi interrogativi sui propri interessi nella Basilica, ma commette un errore dalle conseguenze ancora da scoprire. Puntare sull’opacità e sulle lealtà personali, invece che sulla verità e sulla trasparenza, potrebbe portarlo a passare alla storia non come il pastore sinodale che dice di essere, bensì come l’arcivescovo di Città del Messico che ha giocato alla roulette russa contro se stesso.

Come se non bastasse, Aguiar ha anche svelato le sue ambizioni sulla Basilica, il controllo assoluto del capitolo. La sua intenzione di riconfigurare il corpo collegiale fino a raggiungere 18 canonici vuole aprire la porta a membri di altre diocesi. Allo stesso tempo, comincerebbe a separare immediatamente coloro che hanno già raggiunto l’età canonica per il pensionamento. Questa mossa mira a collocare in posizioni chiave canonici fedeli all’arcivescovo, anche provenienti da diocesi dove conserva ancora incondizionati.

E questo sotto l’affermazione che Aguiar avrebbe detto allo stesso Papa Francesco che “il capitolo voleva” che lui fosse presente le domeniche alla celebrazione principale, ma non risulta alcun documento né testimonianza che confermi che tale richiesta sia stata avanzata al suo arrivo come arcivescovo primate del Messico.

La restituzione di questo 24 maggio non chiude un capitolo. Lo apre. E niente è più eloquente dell’immagine dimezzata e triste della festività di Pentecoste. Il binomio di un padrone e del suo vassallo. L’arcivescovo solo e un canonico manipolabile ostinato a credere che solo il suo patrono possa salvarlo. Essi intonavano il canto più profondo di questa festività. E forse, tra tutti i suoi versi, uno in particolare risuonò fino al midollo, nella loro psiche e anima: “… Il peccato ci domina. Lava le nostre sozzure e cura le nostre ferite”.

 

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