Un altro giorno molto incentrato sulla morte di Enzo Bianchi: tutti i media riportano la notizia e fanno i loro commenti, più o meno critici. Non è una figura indifferente e rappresenta un altro sigillo sui tempi degli anni Sessanta. Un altro giorno intenso.
Si dice spesso nelle terre ispaniche che «Zamora non si conquistò in un’ora», né in un’ora né in sette mesi: quando le cose non si risolvono, tendono a complicarsi. È un’espressione fatta per consigliare pazienza, costanza e perseveranza di fronte a un lavoro arduo. È un detto molto antico, già usato in opere letterarie come La Celestina. La sua origine risiede nell’assedio che, nell’XI secolo, subì la bellissima città di Zamora per sette mesi da parte di Sancho II di Castiglia. Prima di morire, Ferdinando I decise di dividere i suoi territori tra i figli: Sancho II di Castiglia, Alfonso VI di León, García di Galizia, Urraca di Zamora ed Elvira di Toro. Tuttavia, nel 1065 il re morì e allora iniziò una lotta accanita per i regni. Zamora resisteva nelle mani di Urraca, fedele sostenitrice di Alfonso VI. La città era in quell’epoca un importante avamposto di frontiera e militare sulla linea del Duero. Sancho la assediò, ma non la conquistò né in un’ora né nei sette mesi che durò l’assedio, perché fu tradito e assassinato prima di vederlo concluso. Il responsabile di questo regicidio fu Bellido Dolfos, fedele a donna Urraca, che fuggì da Zamora e riuscì a guadagnarsi la fiducia di Sancho II per assassinarlo in un momento in cui si trovava solo con lui. Papa Leone può sentirsi assediato, ma il vero problema lo ha nei falsi amici molto inclini ai cambi di casacca.
Perché Papa Leone XIV non ruggisce?
Cosa lo sta frenando? Chi lo sta trattenendo? Sono trascorsi quasi sedici mesi da quel 8 maggio 2025, giorno dell’elezione di Robert Francis Prevost al papato, e il governo dell’uomo che ha adottato il nome di Leone XIV ha ancora evidenti difficoltà a decollare. Si potrebbe dire —in senso figurato e senza alcuna malizia né pregiudizio— che il grande felino non ha ancora ruggito né dato i frutti che molti si aspettavano durante e, soprattutto, dopo il Conclave. Certo, questo papa è stato eletto a un’età relativamente giovane rispetto ai due immediati predecessori (compirà 71 anni il 14 settembre), e ci si può aspettare un pontificato piuttosto lungo; per alcuni, questo atteggiamento di «aspettare e vedere» riguardo a posizioni chiare e ai ricambi desiderati è più che normale.
La realtà è un’altra, specialmente se confrontata con quasi tutti i pontificati contemporanei: per fare un esempio recente, Papa Francesco destituì il cardinale Bertone come segretario di Stato e nominò Parolin il 30 agosto 2013, appena cinque mesi dopo la sua elezione, e alla fine di dicembre dello stesso anno la Curia Romana era già stata plasmata in gran parte a sua immagine e somiglianza. Oggi, quasi un anno e mezzo dopo aver assunto l’incarico, Leone XIV mantiene ancora al suo fianco tutto l’apparato ecclesiastico bergogliano, allo stesso modo in cui l’apparato laico resta in gran parte legato alla Comunità di Sant’Egidio. Se è vero che un governo si giudica anche per le nomine e le persone scelte dal «capo» per portare avanti la sua agenda, il ristagno in cui versa la Santa Sede risulta ancora evidente e lampante.
È vero che Papa Leone ha rivisto o sostituito negli ultimi mesi alcuni atti legislativi di Francesco, ma gli uomini alla guida dell’apparato vaticano restano gli stessi del pontificato precedente. Persino il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, Fernández, è rimasto al suo posto nonostante le lamentele universali. Leone XIV gli ha affidato personalmente diverse questioni delicate, come i negoziati (falliti clamorosamente) con i lefebvriani che hanno portato a un nuovo scisma. Sotto Leone XIV, il prolungamento degli alti funzionari —e di molti titolari di diocesi e arcidiocesi in tutto il mondo— ben oltre l’età canonica di pensionamento fissata da Paolo VI a 75 anni sta diventando una prassi standard di fatto.
Restano in carica i cardinali Marcello Semeraro, delle Cause dei Santi (79 anni a dicembre); Arthur Roche, del Culto Divino (76 anni e mezzo); Farrell, camerlengo e prefetto del Dicastero per i Laici, che compie 79 anni domani; e Kurt Koch, dell’Unità dei Cristiani (anche lui 76 anni e mezzo). Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, ha compiuto 75 anni il 25 agosto, e tra poco più di un mese e mezzo anche Lazzaro You Heung-Sik, del Clero, raggiungerà i 75.
Da molti settori cominciano a emergere dubbi sul fatto che Leone XIV sia, nelle parole di un cardinale con un importante passato in Curia, un «Bergoglio educato», inteso come un uomo con la stessa agenda ma con un’estetica e modi più «papali». Parafrasando la famosa frase di Winston Churchill sulla Russia di Stalin, potremmo trovarci di fronte a «un enigma avvolto in un mistero».
È vero che l’apparato che lo circonda gli rende omaggio nel tentativo di riposizionarsi, ma allo stesso tempo lo elude, cercando di bloccare il necessario ricambio al vertice del potere vaticano. Tra gli attori più attivi in questo senso c’è, ovviamente, la Comunità di Sant’Egidio, che controlla di fatto tutto l’apparato comunicativo della Santa Sede, nonché la Conferenza Episcopale Italiana con il cardinale Matteo Zuppi. Solo quando vedremo che Leone ha trovato il coraggio di distanziarsi da queste persone sarà possibile valutare veramente la sua linea e la portata del potere del suo «ruggito».
Messa della Creazione.
Le cinque settimane di questo «Tempo» saranno dedicate «alla preghiera e all’impegno di prendersi cura della nostra “casa comune”», e il Pontefice, al tramonto, dall’incantevole giardino con il suo stagno e la statua della Vergine, adornata per l’occasione con ortensie bianche e rose ai suoi piedi, esorta tutti a prendersi del tempo per meditare sulla bellezza della creazione e riflettere. «Silenziamo il frastuono delle attività umane per ascoltare la melodiosa voce della creazione, in cui Dio, Creatore di tutte le cose, ci parla. Questo esercizio contemplativo, che favorisce l’incontro con il Signore, costituisce un primo passo verso un’autentica conversione ecologica, in cui gli effetti dell’incontro con Gesù Cristo si manifestano chiaramente nel nostro rapporto con il mondo che ci circonda». «Contemplare con stupore gli uccelli del cielo e i gigli del campo, così preziosi agli occhi del Creatore, ci aiuta a comprendere la grandezza dell’amore di Dio per noi. Se il Signore non cessa di concedere una bellezza splendida e di provvedere ai bisogni delle piante e degli animali, quanto più sarà attento ai bisogni dei suoi amati figli e figlie!». «Non è ancora troppo tardi, e il Tempo della Creazione ci chiama a una profonda conversione: “Ciò che è stato usato per la distruzione può essere reindirizzato verso la vita, per la cura dei poveri, il nutrimento degli affamati e la protezione della creazione”». Non può mancare e, al termine, alludendo al “Cantico delle Creature” del Poverello d’Assisi, il Papa ci incoraggia a impegnarci «a vivere e promuovere» la «fraternità universale», «inseparabilmente unita al compito di proteggere la creazione».
Questa guerra deve finire.
Il viaggio dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher a Mosca ha segnato un cambio di paradigma definitivo nella diplomazia della Santa Sede rispetto alla situazione in Ucraina. Non sappiamo cosa si sia detto a porte chiuse durante la riunione bilaterale con il ministro degli Affari Esteri russo, Sergej Lavrov. Tuttavia, si possono ricavare molte informazioni dalle dichiarazioni iniziali sia della Santa Sede sia della delegazione russa prima dell’incontro e nella conferenza stampa successiva. Questi incontri sono i primi del genere a tenersi sotto il nuovo pontificato. Leone XIV ha introdotto una strategia diversa, più «diplomatica». Papa Francesco si è basato in gran parte sulle sue impressioni personali e sul suo carisma. Leone ha adottato un approccio più convenzionale e istituzionale, con grande attenzione ai dettagli e la convinzione che la pace non possa essere raggiunta senza chiarezza. Leone XIV ha sottolineato che la Chiesa deve dire la verità, anche quando questa risulti incomprensibile al mondo.
La frase che ha attirato maggiore attenzione è stata la ferma dichiarazione di Gallagher: «Questa guerra deve finire». Ha chiesto negoziati chiari e trasparenti e ha sottolineato le «differenze persistenti» tra la Federazione Russa e la Santa Sede nella valutazione di certe situazioni, chiarendo che la Santa Sede non cede alla propaganda russa.
La visita di Gallagher non ha avuto l’impatto che avrebbe potuto avere sui media occidentali e le sue parole sono state soffocate dai video diffusi con traduzione in russo. Il Ministero degli Affari Esteri russo si è affrettato a trascrivere e pubblicare il contenuto esatto delle parole di Lavrov, ma né la Segreteria di Stato della Santa Sede né i media vaticani lo hanno fatto, nonostante avessero inviato un giornalista ad accompagnare l’arcivescovo. La Santa Sede riconosce che la Russia è un attore globale che non può essere escluso dalle conversazioni, e tende la mano a una Mosca che si sente sempre più isolata.
Cupich: tra scismi e abbracci.
Molto rigidi con alcuni, molto comprensivi con altri e sempre nella stessa direzione. Il cardinale Cupich ha permesso a Michael Pfleger, che ha impartito «benedizioni» a omosessuali e ha sostenuto l’«ordinazione delle donne», di tornare come parroco principale di una parrocchia di Chicago, Santa Sabina. Una commissione di revisione ha dichiarato che non c’era «alcun motivo» per ritenere il sacerdote colpevole della sua decima accusa di abuso sessuale. In un comunicato del 24 agosto, Cupich ha annunciato che padre Pfleger, che ha un lungo curriculum di contraddire la dottrina cattolica sull’omosessualità, l’«ordinazione» femminile, il papato e di sostenere politici abortisti e di sinistra, è stato assolto da un’accusa di abuso sessuale a un minore presentata a luglio e risalente a più di 30 anni, dopo l’indagine di una «commissione di revisione indipendente». Dal 2021, il sacerdote è stato accusato di abuso sessuale cinque volte prima di essere assolto e autorizzato a riprendere il suo «ministero».
Le false accuse a Ouellet.
Un tribunale del Quebec ha stabilito che le accuse di Pamela Groleau, che nel 2022 aveva coinvolto il cardinale in una causa collettiva per abusi nella diocesi di Quebec, sono false e diffamatorie. Il giudice Martin Castonguay ha ordinato a Groleau di pagare al cardinale 100.000 dollari canadesi, la somma che Ouellet aveva richiesto nella sua controcausa. La sentenza di 52 pagine, firmata al termine di un processo durato sette giorni a marzo, pone fine a un caso civile che aveva attirato l’attenzione internazionale dal 2022. Il 19 marzo 2001, Giovanni Paolo II lo consacrò vescovo nella Basilica di San Pietro; il 15 novembre 2002, lo nominò arcivescovo di Quebec e primate della Chiesa Cattolica in Canada, incarico che assunse il 26 gennaio 2003; e il 21 ottobre dello stesso anno fu creato cardinale. Dal 2010 al 2023, diresse la Congregazione per i Vescovi. Partecipò come cardinale elettore ai conclavi del 2005 e del 2013. Le sue dimissioni, presentate nel 2019 al raggiungimento del limite d’età, furono accettate da Francesco nel gennaio 2023; al suo posto fu nominato Roberto Francisco Prévost, allora vescovo di Chiclayo.
Enzo Bianchi è morto.
Il corpo rimane in camera ardente dal mercoledì mattina nella Casa della Madia di Albiano d’Ivrea. Enzo Bianchi tornerà a Castel Boglione, il paese della provincia di Asti dove nacque il 3 marzo 1943. I funerali si terranno domani nella chiesa parrocchiale. Dopo i funerali, il fondatore di Bose sarà sepolto nel cimitero comunale. L’annuncio porta le firme dei fratelli e delle sorelle di Madia: Goffredo Boselli, Giovanni Gatti, Maurizio Milesi, Claudio Bellandi, Antonella Casiraghi e Laura Marino, insieme ai familiari Maddalena e Ines Moccafighe, Loredana Nicala, Francesca Bianchi e Sandra Cordara. Il semplice testo inizia con la formula tradizionale: «Conclusa la sua peregrinazione terrena, è entrato nel riposo del Signore». Chi firma esprime la propria gratitudine al Signore per il dono della sua vita.
La Fraternità ha aggiunto una preghiera al messaggio, riassumendo come i suoi fratelli desiderano ricordarlo. Gli ringraziano per una vita «piena di passione» per la Parola, le sue «parole franche e profetiche» e la sua «ospitalità incondizionata, capace di trasformare ogni incontro in uno spazio di fraternità ed ecumenismo sincero». Chiedono a Dio di purificare «tutte le sue debolezze» e di concedergli l’opportunità di contemplare «quel Volto che cercò con amore nelle Scritture, nella liturgia e nello sguardo di ogni fratello e sorella».
Bianchi, negli ultimi anni, riconobbe la sua fede «più piena di domande e dubbi di prima», ma anche come rimase saldo in ciò che non era svanito: «il suo amore per il Signore rimase».
Enzo Bianchi muore in esilio.
Enzo Bianchi, 83 anni, uno dei principali fondatori della comunità monastica di Bose, fondata nel 1965 nella provincia di Biella. Nel 2020 fu destituito da Bose per ordine di Papa Francesco e fondò Casa della Madia, una «confraternita» monastica situata ad Albiano d’Ivrea. Da allora si era ritirato gradualmente, in parte per problemi di salute, e negli ultimi giorni il suo stato era peggiorato a causa di un’insufficienza renale, che gli provocò la morte in coma metabolico.
Bianchi è apparso per l’ultima volta in pubblico lo scorso maggio a Torino, dove ha presentato un libro di Spadaro SJ. Negli ultimi anni aveva affrontato, tra gli altri, il tema della Messa con il rito antico, dibattendo con altri teologi e storici della Chiesa, mantenendo sempre una posizione a difesa del Concilio e delle sue riforme. Nel 2017, Enzo Bianchi subì un duro conflitto con Papa Francesco, che desiderava un cambio nella direzione della Comunità per evitare un’eccessiva concentrazione di potere. Dopo un lungo tira e molla, che incluse l’intervento di uno psicoanalista inviato direttamente dal Vaticano, Bianchi: «Sono in esilio, che mi è stato imposto».
Aldo Maria Valli e Enzo Bianchi.
«Lo ricordo come una persona accogliente e curiosa, sempre pronta a rispondere alle domande. Conversare con lui era gradevole e, certamente, mai noioso. Le sue riflessioni non erano mai banali. Nonostante una formazione non classica (aveva un diploma in ragioneria e non aveva completato gli studi universitari in economia), era capace di affrontare questioni filosofiche e teologiche con una certa maestria. Aveva talento per la scrittura, sia in brevi articoli giornalistici sia in saggi. Ammetto che mi affascinava, finché non mi resi conto della distanza tra le nostre posizioni quando cominciai a riconoscermi come un modernista involontario e, di conseguenza, riscoprii la Tradizione».
«Nel 2022, insieme a don Nicola Bux, dedicai il libro “Il cambio della guardia” a Enzo Bianchi, in cui riassunsi il conflitto interno nel monastero di Bose, l’intervento del Vaticano e le vicissitudini che Bianchi affrontò nell’ultima fase della sua vita. Credo che la storia di Enzo Bianchi sia paradigmatica della Chiesa post-Concilio Vaticano II, con tutte le sue deviazioni, ambiguità e contraddizioni, nel contesto dell’applauso quasi unanime della cultura laicista». Pubblicò un libro, “Cosa c’è oltre?”, in cui riprese questa domanda. Spiegò: «Conosciamo il qui e l’ora e vediamo che ha un limite ineludibile. Speriamo che ci sia una vita dopo la morte, ma credo che dobbiamo renderla presente nel qui e nell’ora. Elementi dell’eternità esistono già qui e ora. Ciò che ancora non è, è già qui. «Ultimamente, i suoi pensieri ruotavano spesso intorno alla morte. Una volta che lo incontrai mi chiese: “Credi che se fossi stato alto e bello mi sarei fatto monaco?”. “Sai, Aldo, non ho ancora accettato del tutto questa faccenda della morte. Ne ho paura”».
Il monaco che era popolare fuori dai monasteri
Ridurre la figura di Bianchi alla disastrosa conclusione dell’esperienza di Bose sarebbe un’insensatezza. Svolse un ruolo fondamentale nell’aprire il cattolicesimo italiano al dialogo ecumenico e nel ripristinare la centralità delle Scritture. Si rivolse a un pubblico che spesso non avrebbe ascoltato un vescovo né sarebbe entrato in una parrocchia. Teologi, filosofi e intellettuali di ogni genere passarono per Bose. Mantenne relazioni con il mondo ortodosso, con i protestanti e persino con comunità buddiste. Possedeva un’eccezionale capacità di relazionarsi con gli altri e persino un’eccezionale capacità di essere al centro di quelle relazioni.
Bianchi visse la costante tensione tra il monaco e la figura pubblica, tra la comunità e il fondatore, tra il predicatore del segreto e una figura pubblica che aveva ben poco in comune con il mondo segreto. Persino alcuni che avevano condiviso o frequentato a lungo l’esperienza di Bose finirono per criticarlo proprio per questo: il suo allontanamento dallo spirito originario, la sua crescente autopromozione, persino il suo gusto per i titoli e gli elogi che, a suo giudizio, erano incompatibili con il radicalismo dei suoi inizi. Il giovane che era arrivato a Bose nel 1965 per cercare Dio nel silenzio si era trasformato in un’autorità morale pubblica.
«Tu sei il Figlio di Dio!».
Buona lettura.