Un agosto decisivo per Leone XIV?, ai giovani dell'Ecuador, il cardinale prepotente, il peccato della guerra liturgica, Roche e la messa tradizionale, Che cos'è il «Vetus Ordo»?, assalto in Etiopia, la penitenza corporale, l'Armenia si desacralizza, la moda papale.

Un agosto decisivo per Leone XIV?, ai giovani dell'Ecuador, il cardinale prepotente, il peccato della guerra liturgica, Roche e la messa tradizionale, Che cos'è il «Vetus Ordo»?, assalto in Etiopia, la penitenza corporale, l'Armenia si desacralizza, la moda papale.

Tre agosto, di giorno scalda il cielo e di notte il suolo, entriamo pienamente in agosto con l’esodo dei romani verso il mare o verso la montagna. Papa Leone lo ha iniziato con grande attività e tutto indica che stiamo entrando in una fase molto decisiva del pontificato. Solo Dio sa quanto durerà, ma ogni Papa impara e concretizza le sue intuizioni che possono cambiare, diciamo maturare, nel corso dei giorni. Le cose non si vedono allo stesso modo da una cronaca di stampa che dal trono pontificio.

Un agosto decisivo per Leone XIV?

Almeno così sembra, ha iniziato con forza e con udienze ai pesi massimi della curia. Questa mattina ha ricevuto in udienza Montserrat Alvarado, Prefetta del Dicastero per la Comunicazione, un segnale significativo. In più di un anno di pontificato, il Papa ha ricevuto Paolo Ruffini solo in rare occasioni e non ha mai avuto conversazioni private con altre figure chiave nelle comunicazioni vaticane, come Matteo Bruni, Andrea Tornielli e Andrea Monda, con i quali si è incontrato esclusivamente in atti pubblici. Presa di possesso ufficiale del Dicastero a novembre, ma negli ultimi giorni ha visitato i vari uffici, conversato con il personale e iniziato a indagare direttamente una serie di questioni su cui aveva già ricevuto informazioni dettagliate. Dal suo arrivo a Palazzo Pio, ha richiesto chiarimenti e informazioni aggiuntive, concentrandosi sui temi più concreti e delicati che l’istituzione affronta. Alvarado conosce i meccanismi interni, ha assistito personalmente agli eventi degli ultimi anni ed è stata informata puntualmente dei principali problemi critici. L’incontro diretto con Leone XIV permette ad Alvarado di preparare la nuova direzione delle comunicazioni vaticane ora, prima di assumere ufficialmente l’incarico, previsto per novembre.

Ai giovani dell’Ecuador.

Leone XIV nel messaggio video, in spagnolo, inviato ai giovani ecuadoriani riuniti a Ibarra dal 31 luglio al 2 agosto per la VII Giornata Nazionale della Gioventù, intitolata “Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo”. “La Chiesa oggi ha bisogno della vostra gioia, del vostro coraggio e della vostra testimonianza, affinché molti altri possano incontrare Cristo”. Il Papa li ha salutati “con affetto”, esortandoli ad “ascoltare la chiamata del Signore e seguirlo con determinazione”. “L’incontro con Gesù Cristo riempie il cuore di gioia e ci dà la forza per essere testimoni del suo amore e della sua misericordia”. Rivolgendosi a loro come “amici”, il Pontefice li ha invitati a lasciarsi “trasformare dal suo amore” e a diventare “promotori del perdono, della riconciliazione e della pace”. Leone XIV ha affidato tutti i giovani ecuadoriani a Nostra Signora della Presentazione, “affinché Maria sia il modello che li ispiri a vivere il Vangelo e a donarsi, come lei ha fatto, al piano di Dio per le loro vite”.

I passi per gestire il caso del cardinale abusatore.

Un processo calcolato affinché la detonazione abbia i minori effetti negativi. Non è un tema minore, uno scandalo di queste dimensioni è sempre serio e vestito di porpora, molto di più. La Chiesa Cattolica in Marocco affronta un momento delicato dopo la decisione del Vaticano di affidare temporaneamente il governo dell’Arcidiocesi di Rabat a un amministratore apostolico, in attesa della conclusione dell’indagine della Santa Sede sul Cardinale Cristóbal López Romero, Arcivescovo di Rabat, dopo le accuse di abuso sessuale e comportamento inappropriato. «Padre Mario León Dorado guiderà provvisoriamente l’arcidiocesi marocchina mentre continua l’indagine della Santa Sede. Il cardinale conserva il suo incarico di arcivescovo titolare, ma con la sua giurisdizione sospesa. Il missionario spagnolo, prefetto apostolico del Sahara Occidentale, è stato designato per garantire la continuità pastorale». Non lo rimuovono, ma lo rimuovono del tutto, sottigliezze vaticane, perché l’amministratore apostolico lo è «sede plena» conferendogli i diritti e le facoltà normalmente attribuiti a un vescovo residente. López Romero, di 74 anni, il prossimo 19 maggio compirà 75 anni, salesiano, arcivescovo di Rabat dal 2017 e creato cardinale da papa Francesco nel 2019. López Romero era considerato un rappresentante di una Chiesa vicina alle periferie, attenta a temi come la migrazione, la povertà e il dialogo interreligioso. All’interno della Chiesa marocchina, ha difeso il ruolo della comunità cattolica come presenza di servizio in un paese a maggioranza musulmana, con particolare enfasi sull’accoglienza dei migranti dell’Africa subsahariana.

Il peccato della guerra liturgica.

Intervista concessa al direttore de Il Foglio, Matteo Matzuzzi, del Cardinale Sarah. Infovaticana ne ha già dato notizia in Il cardinale Sarah definisce «un vero peccato» la guerra liturgica e chiede di recuperare il modello di Benedetto XVI. Per Sarah la divisione attorno alla Messa tradizionale costituisce «un dramma, un vero e autentico peccato» e ha difeso il recupero del modello promosso da Benedetto XVI, in cui il Novus Ordo e la liturgia tradizionale convivevano all’interno del rito romano. La Chiesa in Occidente attraversa «un tempo di grande difficoltà, persino di confusione», specialmente negli ambiti dottrinale, morale e disciplinare. «È un dramma, un vero e autentico peccato, che su un tema essenziale come la liturgia esista una specie di guerra». «Nessuno ha autorità sui riti, che nascono dalla storia secolare della Chiesa. I riti non possono essere aboliti arbitrariamente e nessuno può dire che un rito cessi di esistere da un giorno all’altro». Chiede di recuperare «la posizione equilibrata, pastorale e teologicamente fondata» di Benedetto XVI, che ha permesso la coesistenza delle due forme del rito romano affinché «si arricchiscano reciprocamente» e possano essere conosciute dal popolo di Dio. Deplora gli «abusi drammatici e diffusi» che continuano a verificarsi in numerose celebrazioni della forma ordinaria del rito romano.

Roche e la messa tradizionale.

Continua a far discutere l’intervista di Roche a The Tablet. Diane Montagna ricorda che Roche è stato nominato prefetto del Dicastero appena sei settimane prima dell’entrata in vigore di Traditionis Custodes. Gli stessi vescovi sono stati obbligati dal Dicastero —spesso mediante lettere non richieste— ad applicare un’interpretazione particolarmente restrittiva del motu proprio, con il sostegno attivo del segretario del Dicastero, l’arcivescovo Vittorio Viola. Un passaggio chiave si riferisce al rescritto che Roche ha ottenuto da Papa Francesco nel febbraio 2022, il quale stabiliva che ogni vescovo che intendesse concedere dispense secondo il diritto canonico doveva informare prima il Dicastero, che poi avrebbe potuto confermare o revocare la decisione. L’autrice contrappone la visione di Roche —secondo la quale la liturgia deve adattarsi per rendere la Chiesa più missionaria— con l’esempio di Sant’Ignazio di Loyola e dei suoi compagni gesuiti, che partirono per le missioni più remote, dove subirono il martirio per predicare il Vangelo, sostenuti proprio dall’antica liturgia. L’articolo si conclude con una critica tagliente: c’è ancora molto lavoro da fare in ambito liturgico, ma il cardinale Roche —che ha detto di sé stesso di «non essersi mai sentito capace di alcun compito» che gli venisse affidato— non è la persona adatta a farlo.

Cos’è il «Vetus Ordo»?

L’espressione «Vetus Ordo» è nata solo dopo che fu approvato il Novus Ordo Missae nel 1970. Rispetto al rito del 1970, il termine si riferiva semplicemente al rito precedente, al rito antico, a quello caduto in disuso nella liturgia. Il rito precedente potrebbe essere chiamato «Rito Tridentino», mentre quello riformato «Rito Vaticano»: il primo ebbe origine dal Concilio di Trento, il secondo dal Concilio Vaticano II. Nei dibattiti successivi agli anni ’70, cominciò a identificare non solo il rito della Messa, ma tutto il quadro della liturgia cattolica: non solo il messale, ma anche il rituale, il pontificale, il calendario, il lezionario… Non è difficile dire cosa esisteva prima del Concilio e cosa è successo dopo, ma è difficile comprenderne pienamente la realtà. Con Summorum Pontificum non esiste più il «Vetus Ordo» né il «Novus Ordo», ma la «forma straordinaria» e la «forma ordinaria» del Rito Romano. La «forma ordinaria» non sostituisce la «forma straordinaria», ma la completa. L’idea è che la riforma liturgica non soppianti il rito tridentino, ma lo integri, lasciando ai sacerdoti e alle comunità la libertà di celebrare con la forma preferita. Ciò che fu sacro per le generazioni precedenti non può essere censurato né sostituito dalle generazioni successive. La “forma straordinaria” deve poter essere identificata altrettanto bene rispetto alla “forma ordinaria”: per questo motivo, riguardo al Messale, si stabilisce che l’edizione del 1962 del Messale approvata da Papa Giovanni XXIII diventi il testo di riferimento per il “Vetus Ordo”, o uso straordinario del rito romano.

Da dove è nato il Messale del ’62? Papa Giovanni sapeva di due cose che premevano in direzioni opposte nel suo ministero: da un lato, aveva ereditato da Pio XII un’opera già avanzata di riforma del Messale Romano, che con un po’ di lavoro avrebbe potuto diventare un testo importante per la vita della Chiesa. Ma, dall’altro, aveva già convocato un nuovo Concilio, che avrebbe avuto tra i suoi obiettivi una revisione più completa di tutte le questioni liturgiche. Da qui l’esitazione: procedere subito o attendere il risultato del Concilio? La soluzione fu intermedia e fu annunciata da Papa Giovanni XXIII in Rubricarum Instructum (1960), dal quale si può dedurre quanto segue: Una nuova edizione del Messale Tridentino, che sarà l’edizione del ’62 e attendere il Concilio con gli “altiora principia”, su una riforma generale della liturgia. L’espressione usata da Giovanni XXIII è la seguente: «Re itaque diu ac mature examinata, in sententiam devenimus, altiora Principia, generalem liturgicam instaurationem respicientia, in proximo Concilio Oecumenico Patribus esse proponenda; memoratam vero rubricarum Breviarii ac Missalis emendationem diutius non esse protrahendam». Il Messale del ’62 è nato con l’intenzione di essere sostituito. Il suo destino singolare è che, 45 anni dopo, è diventato l’espressione di una «forma immutabile» del culto cattolico.

Monastero ortodosso assaltato in Etiopia.

I violenti attacchi che ancora flagellano il nord dell’Etiopia si sono estesi brutalmente al Monastero di Sant’Arsema, antico luogo di culto della Chiesa Ortodossa Etiope Tewahedo, nella regione di Amhara. Il 22 luglio, monaci, monache e fedeli si preparavano a celebrare una liturgia. A metà mattina, sono stati colpiti da un’esplosione. Si trattava di un drone. Una donna è morta sul colpo e un’altra in ospedale poco dopo: erano due monache che preparavano il cibo per la comunità. Secondo Fides, che ha pubblicato la notizia ieri, l’attacco ha lasciato otto morti. «Quando una chiesa diventa un luogo di morte, i fedeli cominciano a chiedersi dove possano riunirsi in sicurezza». Il Consiglio Mondiale delle Chiese ha richiesto con urgenza un’indagine indipendente. Il segretario generale, Jerry Pillay, ha chiesto indagini «immediate» e «trasparenti». «Tutte le parti coinvolte nel conflitto devono rispettare il diritto internazionale umanitario e la loro responsabilità di proteggere i civili e le istituzioni religiose».

La penitenza corporale.

Non è molto di moda. Pier Damiani difese la disciplina, in particolare la flagellazione penitenziale praticata in molti monasteri come segno di espiazione, contro chi la considerava eccessiva o quasi superstiziosa. Il suo argomento era: se un digiuno quotidiano giova all’anima, due o tre digiuni la gioverebbero ancora di più; se venti colpi purificano, perché duecento dovrebbero contaminarla invece di santificarla? I penitenziali altomedievali includevano la possibilità di sostituire un giorno di digiuno con un certo numero di frustate: la sofferenza fisica era trattata quasi come un’unità di misura, intercambiabile con la rinuncia al cibo nel calcolare la colpa e la sua riparazione.

Lo stesso Damiani rettificò circa dieci anni dopo. In una lettera successiva agli eremiti di Fonte Avellana, non parla più con l’ardore di un polemista, ma con la prudenza di chi ha osservato gli effetti concreti del suo insegnamento: corpi esausti per le percosse quotidiane, fratelli che si flagellano recitando un salterio completo, a volte due, ogni giorno, e soprattutto, aspiranti alla vita eremitica che, sentendo racconti di tali pratiche, si spaventano e rinunciano alla loro vocazione prima ancora di metterla alla prova.

Nel 1966, san Paolo VI, nella costituzione apostolica Paenitemini, ribadì che la conversione interiore richiede sempre una controparte esterna, poiché l’essere umano non è solo spirito: l’ascetismo fisico rimane parte integrante della penitenza cristiana, non un residuo che si possa accantonare. Dodici anni dopo, in una delle sue ultime udienze generali, lo stesso Paolo VI riconobbe, tuttavia, che questa pratica esterna era diminuita considerevolmente nella vita dei fedeli, e concentrò l’attenzione sulla penitenza vissuta nel dominio dei pensieri e nella rinuncia alla dissipazione. Nel 1995, Giovanni Paolo II, rivolgendosi ai confessori della Penitenzieria Apostolica, stabilì la formula più equilibrata: la penitenza corporale rimane generalmente obbligatoria, persino un segno di santità, ma deve essere usata con «somma cautela prima di assegnare o anche solo permettere pratiche penitenziali dolorose».

La tradizione ascetica cattolica non ha mai negato il valore della sofferenza corporale volontaria: fin dai primi secoli monastici, l’ha considerata un cammino verso la purificazione e la partecipazione alla passione di Cristo. Tuttavia, ogni volta che qualcuno ne ha esplorato i limiti al massimo, la Chiesa ha dovuto, prima o poi, stabilire un limite: quaranta salmi al giorno per un eremita dell’XI secolo, la cautela raccomandata a un confessore del XX secolo.

L’Armenia si desacralizza.

Per la prima volta da quando l’Armenia ha riconquistato l’indipendenza, la nuova Assemblea Nazionale si è riunita senza la presenza del Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli armeni. Sua Santità Karekin II non è stato invitato alla sessione inaugurale della IX Legislatura, tenutasi oggi a Erevan, rompendo una tradizione che, dalla fondazione della Repubblica postsovietica, aveva sempre visto il capo della Chiesa Apostolica Armena pronunciare un discorso di benvenuto e impartire una benedizione ai nuovi parlamentari prima del loro giuramento. La Santa Sede di Etchmiadzin ha confermato di non aver ricevuto un invito ufficiale alla cerimonia inaugurale del nuovo Parlamento. Questa esclusione risulta ancora più significativa se si considera che la legge armena riconosce formalmente il diritto del Catholicos di pronunciare un discorso di benvenuto all’apertura della prima sessione parlamentare, insieme al Presidente della Repubblica. L’assenza del Catholicos nell’inaugurazione della nuova Assemblea Nazionale assume un’importanza che va ben oltre il mero protocollo istituzionale.

Il sarto della moda papale.

Nel dicembre 2025, Vogue America, nel redigere la sua classifica annuale delle persone meglio vestite, ha incluso l’attuale Papa, Leone XIV, per il suo stile distintivo: «Rompere con i gusti modesti del suo predecessore, Papa Francesco, pur conservando il proprio sarto e perpetuando il retaggio papale di vesti liturgiche di taglio perfetto». Così recita la menzione. E il sarto che è stato il nesso stilistico tra tre pontificati —Benedetto, Francesco e Leone— è Sorcinelli. Benedetto XVI, uomo di profonda cultura, ne era perfettamente consapevole, una figura forse non del tutto compresa, come accadde con un altro grande Pontefice: Paolo VI.

Vestì e conobbe i tre, ma solo Papa Prévost quando era cardinale: «Ho dovuto provare la mitra cardinalizia, che gli regalarono i suoi compagni agostiniani di Vienna. L’ho vista riapparire quando è salito al trono. La sua elezione mi ha aiutato a uscire da una profonda crisi che stavo attraversando». Religioso? «Piuttosto esistenziale. Nel 2025, ero a metà del mio cinquantesimo compleanno». Sorcinelli è nato a Mondolfo, vicino a Fano, nel 1975.

«Il rapporto che avevo sviluppato con Papa Bergoglio era solido. Aveva usato le mie vesti dall’inizio del suo pontificato. Dopo un decennio di lavoro al suo fianco, mi chiedevo se dovessi continuare a dedicarmi a questo singolare mondo creativo, parte inseparabile della mia vita, o concentrarmi quasi esclusivamente sulle mie altre due grandi passioni: la musica d’organo e i profumi, con le mie collezioni di fragranze lanciate nel 2013» La morte di Francesco e l’inizio simultaneo del pontificato di Leone XIV furono come un forte colpo di realtà per Sorcinelli. La Curia Vaticana gli «chiese» di concentrarsi sull’immagine del futuro Pontefice. » Fu come una convocazione, un richiamo all’ordine«.

Ogni progetto è concepito in stretta collaborazione con l’Ufficio per le Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. «Ho appena finito di confezionare le vesti che Papa Leone XIV userà il 6 e il 22 agosto 2026, per due importanti eventi ad Assisi e Rimini». La prima si ispirerà al dipinto della Porziuncola dei secoli XIII e XIV, mentre l’altra, per la celebrazione della Santa Messa in mare, avrà linee che simulano oblò per creare un collegamento immaginario con l’acqua, fonte di vita. «Nel progettare ogni veste, consideriamo sempre dove verrà usata. La contestualizziamo».

Circa quindici anni fa, un concorrente disorientato, per screditarlo negli ambienti ecclesiastici, rese pubblica la sua omosessualità. Così, nonostante confessi di credere nell’importanza di proteggere la privacy di ciascuno e la sua sessualità, decise di uscire pubblicamente dall’armadio: «Sono uscito dall’armadio come gay, la Chiesa mi ha accolto bene e ho un tatuaggio di uno specchio rotto. È un momento drammatico».

 

Buona lettura.

«… date loro voi da mangiare.»

 

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