Leone XIV torna a casa, gli stipendi per l'ultima volta, duecentocinquanta milioni a San Giovanni Rotondo, nove mesi senza risposta, Delpini e l'azienda fallita, Hollerich e la Chiesa senza soldi, una «vescova» in Galizia, tra Gaza ed Etiopia.

Leone XIV torna a casa, gli stipendi per l'ultima volta, duecentocinquanta milioni a San Giovanni Rotondo, nove mesi senza risposta, Delpini e l'azienda fallita, Hollerich e la Chiesa senza soldi, una «vescova» in Galizia, tra Gaza ed Etiopia.

Oggi è san Matteo, apostolo ed evangelista, il pubblicano che Gesù chiamò via dal banco con una sola parola. Giorno adatto per una giornata che torna a fare i conti: gli stipendi della Curia, i duecentocinquanta milioni dell’ospedale di Padre Pio e, nel mezzo, un arcivescovo di Milano che si chiede a voce alta se il cammino sinodale non sia un’impresa fallita. Quattordici temi e un’altra giornata lunga, buona lettura.

La legge dell’amore interrompe quella del calcolo

Il Papa: abbandonare le vie distorte, davanti a Dio non c’è spazio per invidia e divisione. Nell’Angelus di ieri il Papa ha commentato la parabola degli operai della vigna, quelli della prima ora e quelli del tramonto pagati allo stesso modo, e si è soffermato su un dettaglio che quasi sempre viene trascurato: il padrone ordina di pagare «cominciando dagli ultimi fino ai primi». Il lamento di chi aveva lavorato tutto il giorno si sarebbe potuto evitare facilmente; invece viene provocato, perché la bontà di Dio deve essere vista, e vista da tutti. La frase che riassume la catechesi è di quelle che restano: tutti guadagniamo gioia, intelligenza e futuro quando la legge dell’amore interrompe quella del calcolo, l’esperienza della misericordia allarga quella del merito e il dono della pace sospende le rivalità. Per una settimana che abbiamo dedicato a stipendi, premi e bienni perduti, la parabola non poteva arrivare più a proposito.

Dopo  l’appello per la Somalia, dove la violenza e i fenomeni climatici estremi aggravano condizioni di vita già precarie, soprattutto per donne e bambini, e la richiesta di un «generoso impegno» della comunità internazionale. E una benedizione a Pescantina, vicino a Verona, riunita davanti al monumento ai deportati e ai prigionieri della Seconda Guerra Mondiale: non dimenticare, ha detto, ma imparare dalla storia per non ripetere gli errori del passato.

Gli stipendi, per l’ultima volta

La settimana inizia come si è chiusa, con il motu proprio del 14. Vaticano, Leone XIV cancella i tagli agli stipendi voluti da Francesco aggiunge l’unico dettaglio che mancava nel nostro resoconto: il congelamento degli aumenti biennali riguardava tutto il personale in servizio, ma nel caso dei laici solo a partire dal quarto livello. Il resto lo avevamo già detto: non c’è aumento ma ritorno alla situazione precedente, il denaro non pagato non viene restituito, i bienni congelati non si recuperano, e il Papa promette sostenibilità «con strumenti diversi» senza dire quali. Resta una precisazione da fissare perché circola male: il cambiamento non è arrivato a cinque mesi di pontificato ma a sedici, dopo un primo passo nel giugno 2025. E il denaro continua a metterlo un bilancio impossibile che ha chiuso il 2024 con quarantaquattro milioni di deficit operativo riconosciuto.

Duecentocinquanta milioni a San Giovanni Rotondo

Perché Papa Leone XIV ha commissariato la Casa Sollievo della Sofferenza. La storia è di maggio, ma continua a essere viva ed è di quelle da tenere nell’archivio dei conti. Il 27 maggio il Papa ha firmato un chirografo che istituisce una Commissione di Direzione e Vigilanza sulla Fondazione Casa Sollievo della Sofferenza, l’ospedale fondato da Padre Pio a San Giovanni Rotondo, proprietà vaticana, con circa 2.700 dipendenti. La Commissione sostituisce il consiglio di amministrazione, la presiede Maximino Caballero Ledo, prefetto della Segreteria per l’Economia, la coordina Fabio Gasperini, segretario dell’APSA, e ne fanno parte il Sostituto Paolo Rudelli, il presidente dell’APSA Giordano Piccinotti e l’arcivescovo di Foggia-Bovino Giorgio Ferretti. Non ci sono né il cardinale Parolin né l’arcivescovo di Manfredonia, Franco Moscone, che presiedeva la Fondazione.

Le cifre oscillano e non per caso, perché i bilanci della Fondazione non sono pubblici: si parla di più di duecentoventi milioni alla fine del 2024 e oggi di circa duecentocinquanta. Il direttore generale sostiene che il debito effettivo verso i fornitori si aggira sui centootto milioni e che va letto insieme ai trentadue che la Fondazione reclama alla Regione Puglia per servizi non pagati. Il 31 agosto, a Castel Gandolfo, il Papa ha ricevuto la Commissione e sono stati fissati quattro fronti: stabilizzare il rapporto con il personale, rafforzare la collaborazione con le istituzioni pubbliche italiane, cercare risorse e ridurre progressivamente il passivo. Un ospedale della Santa Sede con un buco di queste dimensioni è, di gran lunga, la cifra più grande di tutte quelle che abbiamo gestito questo mese. E nemmeno questo ospedale pubblica i suoi conti, lasciamo traccia dell’oscillazione delle cifre e della loro scarsa credibilità.

Rupnik: ogni santuario per conto suo

Confermata la decisione: i mosaici di Rupnik a Lourdes coperti per sempre, Dal 18 settembre non resta visibile nemmeno un mosaico sulla facciata della basilica del Rosario, e così rimarrà anche dopo la visita. Il vescovo Jean-Marc Micas vuole chiarire ogni ambiguità: la decisione «non è una richiesta del Vaticano»; la visita l’ha accelerata, ma fa parte di un processo iniziato nel 2023, con la commissione sul futuro delle opere, proseguito nel 2024 con lo spegnimento dell’illuminazione nella processione notturna e nel marzo 2025 con la copertura di quelli delle porte. I Cavalieri di Colombo hanno fatto lo stesso nel 2024 a Washington e a New Haven; Vatican News ha ritirato nel 2025 le immagini dalle sue pubblicazioni.

Nell’altro piatto della bilancia, Aparecida, che il 12 settembre ha inaugurato con fuochi d’artificio la sua quarta facciata, sei giorni prima che Lourdes finisse di coprire la sua, e che ha ringraziato chi rimarrà «preservato per sempre dietro questi mosaici».  Rupnik ha opere in più di duecento luoghi di culto, compresa la cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico, e rimane incardinato nella diocesi slovena di Capodistria con il processo canonico aperto. Non c’è un criterio comune perché nessuno l’ha dato, un altro caso che continua, e promette di continuare, immerso in una confusione cercata.

Nove mesi senza risposta

No Response to Traditional Pilgrimage’s Papal Audience Request. Gli organizzatori del pellegrinaggio Ad Petri Sedem, dal 23 al 25 ottobre, hanno chiesto un’udienza papale in una lettera firmata da due laici dell’organizzazione che il vescovo Athanasius Schneider ha consegnato di persona al Papa a dicembre, quando è stato ricevuto in Vaticano. Nella stessa lettera chiedevano di celebrare la messa pontificale sull’altare della Cattedra di San Pietro, come l’anno scorso con il cardinale Burke. Il 7 agosto la Segreteria di Stato ha negato la messa, senza dare ragioni, e la celebrazione si trasferisce a Santa Maria Maggiore il 24 ottobre. Dell’udienza non si sa nulla, e questo nonostante il pellegrinaggio riunisca trentatré associazioni e l’anno scorso abbia portato a Roma circa tremila fedeli.

La lettera di diniego è stata firmata dal Sostituto Rudelli e dice che non si autorizza «quest’anno», il che non chiude la porta ai successivi. Pentin ricorda inoltre che il Papa ha detto l’anno scorso che gli piacerebbe incontrare questi gruppi. Nello stesso periodo ha ricevuto gli adoratori perpetui, la Società di San Vincenzo de’ Paoli e gruppi di Oxford. Nove mesi dopo, la domanda non è più se ci sarà un’udienza, ma perché costa tanto dire di no.

Delpini si chiede se il Sinodo sia un’impresa fallita

Mons. Delpini fa i conti con il Sinodo, il card. Repole continua a camminare.  La notizia è di primo piano ed è passata quasi inosservata: l’arcivescovo di Milano, che ha compiuto settantacinque anni il 29 luglio, fa nella sua proposta pastorale per l’anno un bilancio del cammino sinodale promosso da Papa Francesco che nessun altro vescovo italiano del suo peso si era permesso. Parla di «stanchezza e problemi evidenti», di una pluralità di documenti voluminosi da tenere presenti contemporaneamente, di insistenze ripetute che la pratica smentisce, di scetticismo in parte del clero; di consigli pastorali e assemblee con un avvio incerto, incertezza sul loro compito e isolamento dalle parrocchie, che hanno prodotto nozioni vaghe e astratte senza effetto sulla vita delle comunità.

E due cose in più, che sono quelle che fanno storia. Una difesa, insolita oggi in bocca a un vescovo, del proprio clero: in questi anni, usando il luogo comune del «clericalismo», si è squalificato con un colpo di penna il ministero che i sacerdoti ambrosiani offrono in modo ammirevole fino al sacrificio. E una domanda che nessuno si aspettava da chi doveva guidare il processo nella più grande diocesi d’Europa, formulata in prima persona: se il cammino sinodale sia una riforma che rinnova la missione o «una complicazione della vita, una confusione di relazioni e responsabilità, un invito alla partecipazione per una Chiesa che non esiste più e un’impresa fallita». E se non si debba assumere la responsabilità di aver sbagliato strada, di cambiarla o addirittura di interromperla. A Torino il cardinale Repole continua a camminare con l’inutile sinodo.

Hollerich: si può vivere la Chiesa senza denaro

Kardinal Hollerich: Synodalität nicht mehr rückgängig zu machen, intervista al quotidiano austriaco Kurier ripresa da Kathpress. Il cardinale di Lussemburgo, sessantotto anni, relatore generale del Sinodo, sostiene esattamente il contrario di Delpini e nello stesso fine settimana: la sinodalità è irreversibile, bisogna passare da una Chiesa «dall’alto» a una Chiesa di cristiani dove il vescovo sia tra loro. Spiega la prudenza di Leone XIV con la sua preoccupazione per l’unità, perché nel preconclave ha visto la durezza delle critiche a Papa Francesco, e aggiunge che ormai non si può più mascherare una guerra preventiva come guerra difensiva. Sull’Europa, la frase del giorno: un processo di contrazione che è anche un processo di guarigione, perché «si può vivere la Chiesa anche se non c’è denaro». Detto la settimana in cui abbiamo contato tre buchi delle pensioni e un ospedale con duecentocinquanta milioni di debito, la tesi merita di essere presa alla lettera.

Leone XIV torna a casa

«León XIV vuelve a casa»: documental muestra preparativos para la visita del papa al Perú. A cinquantun giorni dall’arrivo, l’Arcivescovado di Lima ha presentato ieri su YouTube una serie documentaria di cinque capitoli, uno ogni domenica, su come si preparano le quattro città della tappa peruviana: Chiclayo, Pucallpa, Cusco e Lima. Il primo è dedicato a Chiclayo, la diocesi che il Papa ha governato. Il Papa sarà in Perù dall’11 al 16 novembre, dopo Uruguay e Argentina, nel primo viaggio in America Latina del pontificato. Sarà la prima volta che un pontefice mette piede a Chiclayo e Pucallpa; a Cusco non arrivava un papa da Giovanni Paolo II nel 1985. E circola la possibilità che il Signore dei Miracoli esca per la messa di Lima del 16. Il direttore della comunicazione dell’arcivescovado, Juan José Dioses, parla di preparazione pastorale; a Chiclayo, dove si aspettano un milione di persone, la preparazione è anche di infrastrutture e di sicurezza.

Una «vescova» in Galizia

Una vescova contro la Chiesa Cattolica, intervista di Rivista Studio a Christina Moreira Vázquez, galiziana, teologa formata a Strasburgo, che si presenta come la prima donna ordinata pubblicamente vescova in Spagna. L’ordinazione è stata il 24 giugno 2025, vicino a Compostela, presieduta dall’americana Bridget Mary Meehan, dell’associazione delle «presbitere cattoliche romane», come ha raccontato allora Religión Digital. Dirige a La Coruña la piccola Comunidade do Home Novo, che si riunisce nella cappella di un quarto piano, usa pane comune al posto delle ostie e si definisce orizzontale e democratica; lei stessa si definisce dissidente e ribelle, e dice di non essere clericale perché «nessun vescovo ci ha imposto una diocesi». Nell’intervista riconosce la scomunica automatica e la chiama giudizio senza diritto di difesa. Ciò che conviene aggiungere è il dato canonico: l’ordinazione è invalida, e il tentativo di conferire l’ordine sacro a una donna è un delitto riservato al Dicastero per la Dottrina della Fede che comporta la scomunica latae sententiae, oggi nel canone 1379 dopo la riforma del 2021. Si può chiamarsi vescova e quello che si vuole, ma non cattolica.

Gaza: rimangono cento sei cattolici

Padre Gabriel Romanelli: «Anche Gaza è Terra Santa». E martoriata. «I cattolici sono rimasti 106».  Il parroco della Sacra Famiglia, l’unica parrocchia cattolica della Striscia, argentino dell’Istituto del Verbo Incarnato, ha parlato in videoconferenza all’incontro di Comunione e Liberazione a Cesena, con una connessione che si interrompeva ogni pochi minuti perché, ha spiegato, da tre anni non c’è rete elettrica: avevano tre generatori, uno è stato bombardato, un altro non funziona e ne resta l’ultimo. La sua descrizione è quella di uno tsunami senza aiuti successivi: case, strade e edifici distrutti, negozi trasformati in abitazioni, sabbia mescolata con acque reflue. Un litro di gasolio costa dieci euro e uno di benzina, trenta. I cristiani che erano circa tremila prima della guerra sono oggi circa cinquecento, e i cattolici, cento sei.

Lui stesso è rimasto ferito a una gamba nell’attacco israeliano contro la chiesa del 17 luglio 2025, in cui sono morte tre persone; allora già descriveva un’economia di guerra, diciotto euro al chilo la farina, ventitré al chilo i pomodori, fino a quindici una cipolla. Era rimasto fuori da Gaza il 7 ottobre 2023 e non è potuto tornare fino a maggio 2024, con il cardinale Pizzaballa. Celebra messa tutti i giorni e lo riassume in una frase: l’unica cosa che li tiene uniti è la preghiera.

Un vescovo che non vuole essere amministratore

Il Vescovo lazzarista Markos Gebremedhin: «guardare al ministero episcopale con occhi rinnovati». Il vicario apostolico di Jimma-Bonga, nel sud-ovest dell’Etiopia, lazarista e vescovo dal 2010, ha partecipato al corso che il centro Ad Gentes di Nemi organizza per vescovi con più di dieci anni di ministero, con sessioni su evangelizzazione, governo pastorale, sostenibilità economica, conflitto e riconciliazione, comunicazione e sinodalità. E si pone la domanda che conviene a ogni vescovo: come esercitare il ministero non come amministratore o responsabile, ma come servo della comunione che guida, ascolta e accompagna. Passare dal chiedersi come si amministra il vicariato a come lo si conduce verso una Chiesa più missionaria. È, detto da una missione africana a maggioranza non cristiana, lo stesso che ieri scriveva Mutsaerts sui piani strategici.

La porta santa delle carceri

L’applicazione rigorosa della legge penale, secondo Francesco.  Propone di progettare l’ingresso degli istituti penali minorili intorno a una «porta santa» come simbolo di redenzione, di fronte alla porta del carcere che il detenuto vive come ingresso all’inferno, e lo fa a partire dal gesto di Francesco: il 26 dicembre 2024 ha aperto a Rebibbia la seconda Porta Santa del Giubileo, la prima della storia all’interno di un carcere. Le parole che cita, aprire a due battenti le porte del cuore e la speranza come un’ancora anche se la corda fa male alle mani, sono di quell’omelia improvvisata di Francesco, non del suo successore.

Greci, romani e alberi

Mario Lentano, Vissero i boschi un dì: «L’antica Roma e gli alberi? Storia di sesso e religione». Torna a circolare il saggio del latinista dell’Università di Siena, pubblicato da Carocci nel 2024, sulla vita culturale degli alberi nella Roma antica, con titolo tratto da un verso di Leopardi. La sua tesi è la continuità che gli antichi vedevano tra il mondo umano e quello vegetale, senza idealizzarla: gli stessi popoli che pensavano con gli alberi abbatterono intere foreste per l’economia e la guerra, e le loro fonti lo sapevano. Tutta una lezione per l’ecologismo contemporaneo.

La terza via di Maritain

Contro l’assolutismo delle ideologie: la terza via di Maritain.  Rilegge la Carta sull’indipendenza di Jacques Maritain, del 1935, un testo minore di sessantasei pagine in cui rivendicava la libertà di giudizio di fronte all’appartenenza a una fazione. Il personalismo di Maritain e di Mounier si presentò come terza via tra individualismo e collettivismo, e Galeazzi insiste nel distinguerla sia dalla «terza via» del fascismo sia dalle socioliberali della fine del XX secolo, Giddens in testa: non è un punto medio, bensì una critica preliminare all’idolatria del potere, del profitto, del prestigio e del possesso. Serve a leggere la polarizzazione di oggi, anche nella Chiesa.

Buona giornata di san Matteo.

«Andate dunque a imparare che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrificio”: non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9, 13).

 

 

 

 

 

 

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