Ultima domenica del mese di agosto, una giornata che, in linea di principio, ha tutte le possibilità di essere tranquilla, non lo è e abbiamo molti articoli interessanti. Cercheremo di presentarli nel modo più sintetico possibile.
Castelgandolfo felice con Papa Leone.
Una giornata storica sul lago Albano. Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno partecipato alla processione, ma non hanno percorso a piedi tutta la riva del lago. Il caldo e l’umidità non hanno risparmiato i Castelli Romani. Nell’omelia, il Papa ha ricordato che «l’odio e la violenza non portano a nulla di buono, ma solo distruzione e morte, anche quando sono una risposta alle ingiustizie subite». Si tratta di una situazione che «vediamo ogni giorno, dalle piccole cose della nostra vita domestica fino al grande scenario mondiale». «Non conformiamoci alla mentalità del mondo: continuiamo ad amare, a donare e a perdonare». «San Paolo VI, che desiderava e sosteneva la costruzione di questa chiesa dedicata a Maria e la consacrò, e San Giovanni Paolo II, che desiderava commemorarne qui la memoria e rinnovarne il messaggio».
Mutua Concordia.
Con la lettera apostolica Mutua Concordia, datata 29 agosto 2026, Leone XIV interviene sui canoni 106 e 126 del Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium, che regola le Chiese cattoliche orientali dal 1990. Fino ad ora, il diritto orientale non prevedeva alcuna procedura per la rimozione di un Patriarca contro la sua volontà. Il canone 126 elencava solo due cause di vacanza della sede patriarcale: la morte e le dimissioni. Le dimissioni venivano accettate dal Sinodo dei Vescovi della Chiesa Patriarcale, previa consultazione con il Romano Pontefice, salvo che il Patriarca non si appellasse direttamente a lui. Un grave e persistente disaccordo tra il Patriarca e il suo episcopato, in assenza di dimissioni volontarie, non aveva soluzione giuridica secondo quanto previsto dal Codice.
Il preambolo della lettera apostolica colloca un duplice orizzonte: la tradizione sinodale delle Chiese orientali, dove il Patriarca è definito come «il Primo e non semplicemente Presidente del Consiglio dei Vescovi», e la sensibilità delle Chiese ortodosse, dove la responsabilità del governo patriarcale verso il proprio Sinodo ha radici più profonde. Il testo cita Sant’Ignazio di Antiochia quando parlava dell’armonia tra il Vescovo e i suoi presbiteri, e Leone XIV specifica di aver agito dopo aver consultato il Dicastero per i Testi Legislativi e il Dicastero per le Chiese orientali.
Il nuovo §3 apre una breccia in questa esclusività: se il Patriarca non convoca il Sinodo quando gli viene richiesto, l’autorità passa al vescovo di grado più alto nell’ordine di ordinazione episcopale tra coloro che hanno diritto di voto; se nemmeno questi lo fa, passa al successivo vescovo di grado più alto disponibile per assumere il compito. Si tratta di una disposizione di servizio, pensata per evitare che la procedura di rimozione prevista dal canone 126 venga bloccata all’inizio da un Patriarca che semplicemente non convoca l’organo chiamato a giudicarlo. Il §3 stabilisce che, per una causa grave riconosciuta da un Sinodo convocato con la soglia di un terzo dei membri stabilita dai canoni 106 §1 n. 3 e 108 §3, il Sinodo possa chiedere al Patriarca le dimissioni dalla carica. In questa fase, si tratta di un semplice invito senza effetto giuridico automatico.
Se il Patriarca rifiuta, interviene l’articolo 4: il vescovo di maggiore anzianità nell’ordinazione sceglie un nuovo presidente del Sinodo, che sottopone la rimozione a voto segreto. È richiesto il voto favorevole di almeno due terzi dei membri con diritto di voto, e il Patriarca conserva il diritto di difendersi davanti al Sinodo prima del voto. Il nuovo presidente deve quindi informare «il prima possibile» il Romano Pontefice, che ha il consenso che effettivamente rende vacante la sede. La procedura introdotta da Mutua Concordia si applica anche a Chiese come quella siro-malabare o ucraina, guidate da un arcivescovo maggiore invece che da un patriarca. Non include le Chiese metropolitane sui iuris regolate dal Titolo VI del Codice, dove il capo è un metropolita nominato direttamente dal Romano Pontefice e non eletto dal proprio Sinodo: il meccanismo di rendicontazione sinodale costruito da questa riforma presuppone un’elezione precedente che in quelle Chiese assume una forma diversa.
Speriamo che prima o poi avremo qualcosa di simile anche nel rito latino. Ci sfuggono gli argomenti sinodali su temi poco cattolici e nessuno fa notare che la nomina dei vescovi, così come la abbiamo ora, fallisce troppe volte e nessuno si assume le responsabilità. È necessario riprendere una regolamentazione del tradizionale «odium plebis» che dia al popolo di Dio la possibilità canonica di difendersi da situazioni imposte e indesiderabili. Vedrete come questo non entrerà nelle preoccupazioni sinodali, meglio restare con i traumi degli anni Sessanta e lasciare da parte le cose serie.
Il Papa Leone e Comunione e Liberazione.
«Comunione e Liberazione» è stato a suo tempo uno dei movimenti cattolici più influenti d’Italia. Dopo anni di conflitti interni, Papa Leone XIV esorta al rinnovamento e all’unità, e non è il primo papa a farlo. Sabato scorso l’entusiasmo era palpabile, anche per lo stesso Papa. Nessun papa aveva partecipato all’Incontro per l’Amicizia tra i Popoli da 44 anni. Questo evento di più giorni si organizza annualmente dal 1980 dalla fondazione associata alla comunità cattolica «Comunione e Liberazione» (CL). Papa Giovanni Paolo II (1978-2005) riconobbe ufficialmente il movimento laico nel 1982. Quello stesso anno, il papa polacco visitò l’incontro, allora ancora relativamente piccolo.
Nell’ottobre 2022, Papa Francesco esortò il movimento a superare i conflitti interni e a mantenere l’unità con il Papa. Lodò l’opera di Carrón, che si era dimesso, ma riconobbe che esistevano «problemi gravi, dispute e una presenza sempre minore di questo importante movimento»: «Non perdete tempo con pettegolezzi, diffidenza e divisioni!». Lo stesso Leone XIV esortò i membri della Lega delle Nazioni a purificare i propri pensieri, interessi, abitudini, amicizie, progetti, investimenti —tutti gli aspetti della vita— da tutto ciò che la cultura del potere ha corrotto.
Il presidente di CL, Davide Prosperi, ha definito il discorso del Papa una pietra miliare per la comunità. In un’intervista al «Corriere della Sera», ha interpretato l’esortazione di Leone XIV all’unità, anche con Roma, come un segnale per il movimento. Ogni anno viene trasmesso un messaggio, ma raramente un papa partecipa personalmente al più grande raduno cattolico d’Italia. Leone XIV ha cambiato le cose dopo più di 40 anni.
La beatificazione di Giussani.
La causa di beatificazione di padre Luigi Giussani, sacerdote fondatore di Comunione e Liberazione, sta vivendo un momento di particolare attenzione. Dopo la conclusione della fase diocesana lo scorso maggio, il materiale raccolto è in esame presso il Dicastero per le Cause dei Santi. Durante l’Incontro di Rimini si è lasciato intendere che il processo potrebbe aver preso una nuova direzione. Il postulatore, Apeciti, ha menzionato una guarigione che ritiene particolarmente significativa, mantenendo la riservatezza necessaria in questa fase. Le sue dichiarazioni hanno inevitabilmente alimentato l’attesa tra i fedeli e all’interno della comunità di Comunione e Liberazione, che vede questo processo non come un riconoscimento formale, ma come la conferma di una storia spirituale che ha segnato generazioni. A Desio, sua città natale, le parole di Apeciti sono state accolte con un misto di emozione e cautela. Qui, la figura di padre Giussani fa parte della memoria collettiva: la piazza che porta il suo nome, la casa dove nacque e la scuola che frequentò sono luoghi che testimoniano la sua presenza e la sua formazione. Negli ultimi mesi si è discusso ripetutamente della necessità di valorizzare questi spazi, di integrarli in un percorso civico che permetta alle nuove generazioni di conoscere la storia di un uomo che partì da Desio per dare impulso a un movimento ora diffuso in tutto il mondo. In attesa della decisione della Santa Sede, si mantiene la discrezione propria di ogni causa di beatificazione, ma esiste anche la sensazione diffusa che qualcosa stia cambiando.
L’ossessione per il consenso.
Può colpire chiunque abbia potere: genitori, educatori, pastori religiosi, insegnanti, politici, magistrati, personale militare, dirigenti aziendali o della pubblica amministrazione, leader di una comunità di credenti, di un’associazione o di un’organizzazione nazionale o internazionale, o leader di qualsiasi comunità. L’ossessione per il consenso è una delle tante malattie del potere: fare di tutto perché gli altri mi approvino, mi mostrino la loro approvazione, votino per me, mi applaudano, mi lodino, fino al punto della «passione idolatrica» (E. Fromm), cieca e dannosa per sé e per gli altri. L’ossessione per il consenso è la figlia maggiore dell’ossessione per il potere. Il potere può diventare un «grande narcotico» (M. Kets De Vries) se non si protegge il proprio equilibrio psicofisico ed emotivo e non si sviluppano regolarmente le proprie capacità.
Le campagne elettorali sono una delle maggiori manifestazioni dell’ossessione per il consenso e, in misura minore, dell’ossessione per il potere. Calvino direbbe in Le città invisibili: «Sì, l’impero è malato e, quel che è peggio, cerca di abituarsi alle sue ferite. Lo scopo delle mie esplorazioni è questo: scrutando le tracce di felicità che ancora si intravedono, ne misuro la scarsità. Se vuoi sapere quanta oscurità ti circonda, devi fissare lo sguardo sulle deboli luci lontane». La Chiesa, la grande maggioranza dei nostri vescovi, molti parroci sofferenti, cercano il consenso, l’essere applauditi. Cercare la santità è stato messo da parte e ora cerchiamo l’unità a tutti i costi. È doloroso quando in ambiti sinodali si rifiuta qualcosa perché non è ancora maturo, non c’è consenso, se ci fosse, potremmo togliere Gesù Cristo senza problemi, tutto protetto dal santo consenso.
I peccati capitali.
Se ne parla poco, per la maggior parte sono legati a ricordi di noiose lezioni di catechismo o di qualche lezione di religione tediosa. Durante molti secoli, nei Paesi cristiani, la consapevolezza dei propri vizi era un modo per conoscersi e superare gli impulsi e le passioni distruttive. Abbiamo il libro dello storico britannico Peter Jones che ci invita a esplorare la vita interiore di uomini e donne medievali e la riscoperta della letteratura confessionale come finzione di auto-aiuto d’avanguardia. «Auto-aiuto dal Medioevo: un viaggio nella mentalità medievale».
I vizi: quali e quanti? Dalla tarda Antichità, i vizi sono stati codificati in sette disturbi del comportamento, elencati in ordine di gravità dal più letale al più innocuo: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola e lussuria. Oggi ci costa comprendere la minaccia che rappresentano queste passioni perché, come spiega Jones, molti di questi vizi si sono trasformati in virtù nel corso del XX secolo: la superbia è diventata autostima, l’ira una forma di affermazione, la lussuria una libido sana e la gola cultura. Cosa avrebbero detto nel Medioevo di due monaci che passano ore in cucina a preparare pasti gustosi come nella serie «Le ricette del convento»?
Il guru della Silicon Valley, Reid Hoffman, ha affermato che superbia, invidia, accidia, avidità, gola e lussuria sono diventati il «concetto» di piattaforme sociali di successo come LinkedIn, Netflix, Yelp e Tinder, che prosperano grazie alla gratificazione immediata di passioni più o meno smisurate. Dietro queste virtù moderne (o vizi antichi) si nascondono malattie dell’anima che oggi vengono curate da uno psicologo, ma che un tempo erano il pane quotidiano dei confessori.
Jones inizia il libro raccontando la sua esperienza personale con l’acedia, un misto di noia, tristezza e disillusione che oggi chiamiamo depressione. Nel Medioevo l’accidia veniva presa molto sul serio perché poteva portare al suicidio, il più grande dei peccati. E cosa poteva fare il confessore? In primo luogo, aiutare il peccatore (oggi diremmo paziente) a riconoscerlo per quello che era (è), cioè una mancanza d’amore verso sé stesso e verso la vita, e poi aiutarlo a superare questa difficoltà. Il libro è organizzato in sette capitoli: in ogni capitolo, Jones affronta un vizio, descrivendolo secondo le caratterizzazioni della letteratura medievale. Enella radice di ogni vizio c’è una disfunzione dell’amore: troppo amore per sé stessi (superbia), per il successo (invidia), per il proprio disprezzo (ira), per il cibo (gola) o per il sesso (lussuria). Ogni eccesso si completa con un disordine opposto nelle nostre relazioni con gli altri: quando siamo superbi, non ci importa di chi ci circonda; quando siamo invidiosi, ci dispiace la felicità altrui; quando siamo dominati dall’ira, non ci importano le conseguenze delle nostre azioni imprudenti.
Con questo libro, Jones ci lascia un prezioso lascito: la consapevolezza che, quando ci lasciamo dominare dalla superbia, dall’invidia, dall’ira, dall’accidia, dall’avarizia, dalla gola e dalla lussuria, smettiamo di percepire la realtà con chiarezza e cominciamo a vivere in prigioni che noi stessi abbiamo creato.
La ghigliottina risorge in Francia.
Il discorso anticlericale abituale ritorna in occasione della visita di Papa Leone XIII in Francia. Polemica sui costi e riferimenti alla ghigliottina in Place de la Concorde. Tutto ciò che sa di anticattolicesimo si eccita per la prossima presenza del Papa sul territorio francese. Il Papa si recherà nella terra natale di Voltaire e il giorno 26 celebrerà una grande messa tra Place de la Concorde e gli Champs-Élysées, davanti a una folla che potrebbe raggiungere le 500.000 persone. Le 80.000 entrate per la veglia di preghiera allo Stade de France si sono esaurite in sole poche ore. Il santuario di Lourdes ha dovuto chiudere le iscrizioni a causa dell’enorme domanda (150 mila iscrizioni in una settimana).
Ma evidentemente non tutti sono entusiasti. Le prime controversie sono apparse in un articolo della rivista laica Marianne, firmato da Mégane Chiecchi: «Una messa celebrata dal Papa in Place de la Concorde… e poi cosa ancora?». Il giornalista parla di una «sconfitta del laicismo», definisce la celebrazione una sorta di «Woodstock degli intolleranti» e si chiede quale sarebbe la reazione della stampa francese se la persona che raduna centinaia di migliaia di persone fosse, invece del Papa, una grande autorità musulmana, ebraica o ortodossa. L’immagine mostra Leone XVI accanto alla ghigliottina, un orgoglioso emblema della molto laica Rivoluzione Francese. Place de la Concorde è, infatti, il luogo dove Luigi XVI fu ghigliottinato.
Ovviamente, non sono mancate le polemiche sui costi della visita. Il senatore comunista Pierre Ouzoulias lo ha fatto, scrivendo: «250.000 euro per sacerdoti e una messa. Ma i pronto soccorso sono rimasti chiusi per due settimane in piena ondata di calore, per mancanza di personale e risorse«. L’Unione delle Famiglie Laiche di Metz promette di alzare barricate in cambio dei 500.000 euro che il comune ha destinato per accogliere il Papa. Il sindaco di Metz, François Grosdidier, ha risposto accusando chi non comprende l’importanza dell’evento di essere «accecato dall’ideologia«. Il deputato Alexis Corbière ha espresso il suo fastidio per il fatto che il protocollo dell’Assemblea Nazionale avesse regolato l’accesso dei deputati che desideravano assistere alla messa. Qualche mese fa abbiamo vissuto un tentativo simile in occasione della visita in Spagna, con annunci di proteste che si sono concluse attirando più giornalisti che manifestanti.
Cercando «spazi di libertà e coscienza».
E continuiamo con la solita solfa di evitare toni divisivi in questioni etiche e creare «spazi di libertà di coscienza», lasciando da parte la dottrina. Si tratta di una trasformazione che si sta preparando da tempo e che ora viene proclamata apertamente sul quotidiano ufficiale dei vescovi italiani dai dirigenti dell’Associazione Teologica Italiana per lo Studio della Moralità. Anche i comandamenti, quelli di sempre, sembrano troppo ideologici ed estremisti. Avvenire ha pubblicato un’intervista di Luciano Moia con il nuovo presidente e vicepresidente dell’ATISM, l’Associazione Teologica Italiana per lo Studio della Moralità, padre Martin M. Lintner e Gaia De Vecchi. Le parole di entrambi gli intervistati hanno confermato chiaramente la trasformazione della teologia morale cattolica.
Si tratta di un cambiamento radicale per il quale è impossibile discernere alcuna continuità tra il prima e il dopo. I due teologi avanzano la seguente proposta: la teologia morale cerca di superare le rigide opposizioni ideologiche sull’aborto, il genere, il fine vita e temi simili, e di concentrarsi sulla formazione delle coscienze e sulla creazione di spazi per il dialogo. Il dibattito deve essere reinserito nel contesto del dialogo civile, non del conflitto ideologico. La dottrina deve essere messa da parte e la riflessione deve concentrarsi sull’umano, evitando la logica delle forze opposte.
I Dieci Comandamenti sono considerati un prodotto di un razionalismo lontano dalla concretezza dell’esistenza. Secondo i due intervistati, discutere tali norme equivarrebbe a entrare nel terreno dell’ideologia. I Dieci Comandamenti ostacolerebbero la libertà di coscienza e non rispetterebbero la dignità della persona. I pastori di oggi, di fronte a ogni grande problema morale personale e pubblico, si limitano a chiedere che se ne discuta, evitando di prendere posizione per non sembrare divisivi né ideologici. Il cardinale Zuppi, in una conversazione televisiva con il direttore del quotidiano Domani sull’aborto, si è limitato a chiedere di non comportarsi come gli Orazi e i Curiazi.
I pittori di strada ad Assisi.
Più di cinquanta «madonnari» (artisti del pavimento) di vari Paesi stanno trasformando la piazza davanti alla Basilica Inferiore di San Francesco ad Assisi in una galleria d’arte a cielo aperto. «Francesco nell’Arte dei Madonnari», un’iniziativa organizzata dal Comune in occasione dell’ottavo centenario della morte del santo patrono d’Italia. Al centro si trova «La Visione di San Francesco», una composizione collettiva di circa 50 metri quadrati concepita da Kurt Wenner, artista statunitense considerato l’inventore dell’«arte del pavimento» tridimensionale. Gli altri artisti partecipano con 40 opere individuali a tema francescano, distribuite su una superficie totale di oltre 220 metri quadrati. Le opere sono create su un supporto speciale di linoleum, naturale ed ecosostenibile, che ne permetterà la conservazione e l’esposizione successiva. Le creazioni rimarranno esposte fino al 1° settembre.
«A che serve all’uomo guadagnare il mondo intero se perde la sua vita?»
Buona lettura.