Il Papa a Rimini, viaggio in Polonia, nuove lettere accusano Rupnik, funerale per un massone proibito a Roma, documento classificato su Medjugorje, tedeschi in Vaticano, le ferite della chiesa locale, la presunta preghiera di San Francesco.

Il Papa a Rimini, viaggio in Polonia, nuove lettere accusano Rupnik, funerale per un massone proibito a Roma, documento classificato su Medjugorje, tedeschi in Vaticano, le ferite della chiesa locale, la presunta preghiera di San Francesco.

Siamo a sabato, Santo Domingo de Guzmán, a Roma continuiamo con il caldo, di notte molto, di giorno di più. Continuano a succedere cose e dobbiamo raccontarle. Il tempo delle vacanze può essere necessario per disconnettersi da molte cose, ci permette anche, grazie ai nuovi mezzi, di essere aggiornati ovunque ci troviamo. Il numero di lettori ci indica che continua a esserci interesse e che si segue l’attualità con precisione.

Il Papa a Rimini.

Il primo Incontro si tenne nel 1980, ma l’idea prese forma alla fine dell’estate del 1979, quando Papa Giovanni Paolo II fu eletto il 16 ottobre 1978. Un gruppo di amici di Rimini, «appassionati di vita», come diceva Padre Giussani, con il desiderio di rendere presente l’esperienza cristiana che avevamo vissuto. Anche quegli anni furono segnati per noi dalla presenza del Papa «che veniva da molto lontano», ma allo stesso tempo così vicino. Era l’estate del 1982. Giovanni Paolo II aveva previsto un viaggio in Polonia, ma la situazione politica glielo impedì. Decise quindi di partecipare all’Incontro. La notizia fu resa nota a metà giugno, con una telefonata del Vaticano al vescovo di Rimini. «Con questo Incontro, danno espressione al loro movimento, cercano di esprimere il carattere proprio della Chiesa, la sua missione, che è sempre una missione storica, anche se trascendente, anche se divina. È storica, storica per il nostro tempo. […] Si propongono di incarnare quest’opera di salvezza, di renderla presente tra gli uomini». Il rapporto con Giovanni Paolo II si consolidò. Il suo messaggio arrivava ogni anno. Nell’estate del ’91, furono invitati a Castel Gandolfo per la messa e il pranzo. Fu in quell’occasione che, riconoscendo l’originalità dell’Incontro, il Papa coniò la frase: «State creando una cultura d’avanguardia».

Quando il cardinale Ratzinger, Benedetto XVI, divenne Papa nell’aprile 2005, il nostro rapporto con lui si estendeva già da più di un decennio. Aveva partecipato come relatore all’Incontro del 1990 con una relazione sulla natura della Chiesa intitolata «Una compagnia sempre riformanda«. Dopo la sua elezione a Papa, le conversazioni cessarono, ma non la compagnia; continuò a tenerci compagnia con i suoi estesi messaggi annuali, fino alle dimissioni nel febbraio 2013.

Francesco fu invitato prima di essere Papa e parlò della sua missione tra immigrati e tossicodipendenti. Prevost fu eletto Papa l’8 maggio 2025, nessuno avrebbe potuto immaginare che, un anno dopo, un Papa sarebbe tornato all’Incontro. Il suo primo messaggio all’Incontro, con il suo particolare apprezzamento per la mostra dedicata ai Martiri d’Algeria, con la sua scelta di «disarmati e disarmanti», una frase che presto divenne un sigillo distintivo del suo pontificato.

Viaggio in Polonia.

Mentre si confermano gli impegni di Leone XIV per il viaggio in America Latina a novembre e si pubblica il programma per la Francia a settembre, due giorni fa sono iniziati i preparativi per un altro viaggio papale. Il vice primo ministro polacco, Radosław Sikorski, si è incontrato con il presidente della Conferenza Episcopale Polacca per avviare i preparativi del primo pellegrinaggio di Papa Leone XIV in Polonia. La data del pellegrinaggio è ancora sconosciuta. Fino ad oggi, tre papi hanno visitato la Polonia, per un totale di 11 volte: Giovanni Paolo II (9 volte: 1979, 1983, 1987, 1991, 1995, 1997, 1999 e 2002), Benedetto XVI (2006) e, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù 2016, Papa Francesco.

Il Vaticano inaugura la Triennale d’Arte delle Università Cattoliche.

La Triennale, un progetto collaborativo dedicato alla creazione artistica, alla ricerca scientifica e al dialogo, «esplora il ruolo dell’arte nell’affrontare i problemi più urgenti del nostro tempo attraverso mostre, commissioni, pubblicazioni e programmi pubblici», spiega il dicastero vaticano. Si terrà tra il 2026 e il 2027 e si concluderà a Venezia. La Triennale d’Arte delle Università Cattoliche è un’iniziativa internazionale promossa dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, che riunisce università cattoliche, artisti, curatori e istituzioni culturali di tutto il mondo. Concepita

Nuove lettere accusano de Rupnik.

Due settimane dopo che il Vaticano ha annunciato che il processo penale canonico contro padre Marko Rupnik era ancora in corso, sono apparse 22 lettere, finora inedite, di donne che appartenevano alla Comunità Loyola in Slovenia e che descrivevano presunti abusi. Le lettere, scritte nell’anno 2000 su richiesta della superiora della comunità, suor Ivanka Hosta, e indirizzate direttamente a padre Rupnik, sono conservate negli archivi della Comunità di Loyola, che attualmente sono sotto la custodia dell’Arcidiocesi di Lubiana, in Slovenia. Nelle lettere, 22 donne descrivono presunti abusi spirituali, psicologici e sessuali commessi da padre Rupnik mentre esercitava come loro direttore spirituale. Si presume che il Dicastero per la Dottrina della Fede sia a conoscenza delle lettere.

Padre Rupnik fu espulso dalla Comunità di Loyola nel 1993 e si trasferì a Roma, dove fondò il Centro Aletti, che con il passare degli anni divenne la sede degli artisti riuniti intorno alla creazione delle sue opere. Raguso e altre presunte vittime di padre Rupnik, tra cui Mirjam Kovac e Gloria Branciani, dichiararono in quel momento in una lettera aperta a Papa Francesco che “gli eventi e le comunicazioni che hanno avuto luogo negli ultimi giorni… ci lasciano senza parole, senza voce per esprimere il nostro sgomento, la nostra indignazione”. Le 22 lettere descrivono presunta manipolazione, pressione, abuso di autorità e aggressioni fisiche e sessuali. Diverse donne descrissero come la direzione spirituale e il linguaggio religioso fossero usati per spingerle a compiere azioni che, secondo loro, venivano presentate come espressioni di purezza o della volontà di Dio. Delle circa 40 donne della comunità a cui fu chiesto di scrivere lettere relative al Giubileo, 22 denunciarono abusi.

Proibito un funerale a Roma per un massone.

È da presumere che, data la rilevanza del defunto e del luogo, questa decisione non sia stata presa senza la conoscenza del Titolare della diocesi, Papa Leone. Fa piacere quando le cose sono chiare e ben spiegate e non ci si lascia andare a pasticci negli atti di governo. All’ultimo minuto il funerale cattolico di Bruno Battisti D’Amario, chitarrista di tutta la vita di Ennio Morricone e membro di alto rango della massoneria italiana. Fu il cardinale Baldassarre Reina, vicario generale di Papa Leone XIV per la diocesi di Roma, a negare il permesso di celebrare la messa funebre dopo aver consultato il dipartimento giuridico diocesano. Il musicista, morto il 5 agosto a 88 anni, avrebbe dovuto ricevere un funerale cattolico nella Basilica di Santa Maria in Montesanto, situata in Piazza del Popolo e più conosciuta come la «Chiesa degli Artisti». La celebrazione era stata inizialmente approvata, e persino era stata prevista un’apertura eccezionale dell’edificio, che di solito rimane chiuso ad agosto.

La sua chitarra si può ascoltare in diverse colonne sonore iconiche: Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo e C’era una volta il West. Ma dopo la sua morte, emerse un altro aspetto della sua vita. In un comunicato emesso in omaggio al musicista, il Grande Oriente d’Italia rivelò la sua appartenenza alla massoneria e, soprattutto, l’importanza delle responsabilità che aveva assunto. Bruno Battisti D’Amario fu presentato come fondatore della loggia Giuseppe Leti a Roma e come compositore dell’inno ufficiale del Grande Oriente d’Italia. Aveva anche ricoperto due volte la carica di presidente del Collegio Regionale dei Venerabili Maestri del Lazio e di consigliere dell’Ordine. Non si trattava di un’appartenenza presunta o marginale, ma di un impegno significativo, riconosciuto pubblicamente dopo la sua morte dal Grande Oriente d’Italia. Il rettore di Santa Maria in Montesanto, Antonio Staglianò, che presiede anche la Pontificia Accademia di Teologia, ignorava questa appartenenza quando accettò di celebrare il funerale: «Per essere sinceri, non sapevamo nemmeno che fosse massone». «Chiamai il cardinale Baldassarre Reina, vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma e mio superiore diretto, e dopo aver consultato il dipartimento giuridico della diocesi di Roma, non ebbe altra scelta che negare il permesso di celebrare la messa funebre». Il rettore della basilica indicò poi di aver ricevuto una comunicazione scritta direttamente dal vicario del Papa. Staglianò parlò anche con la figlia del defunto che ignorava l’affiliazione massonica del padre. Non era stata presentata alle autorità ecclesiastiche alcuna prova che Bruno Battisti D’Amario avesse rinunciato alla massoneria.

Si celebrò una preghiera con la sola presenza dei familiari per affidare l’anima del defunto alla misericordia di Dio, alla presenza di un sacerdote ma senza vesti liturgiche. Staglianò chiarì che non esiste alcun divieto a celebrare successivamente messe commemorative per l’eterno riposo della sua anima. Il testo specificava anche che i membri delle associazioni massoniche «si trovano in stato di peccato grave e non possono ricevere la Santa Comunione». Questa decisione ci ricorda che la misericordia cristiana verso le persone, anche dopo la loro morte, non implica che la Chiesa abbandoni i suoi precetti dottrinali e la sua disciplina.

Documento classificato su Medjugorje.

Un documento inedito rivela per la prima volta le votazioni della minicommissione vaticana sul fenomeno di Medjugorje e le apparizioni mariane correlate. Un documento precedentemente classificato. La consultazione interna della Santa Sede che ebbe luogo nel 2016 sulla natura soprannaturale del fenomeno. Medjugorje e rivela fino a che punto esisteva una profonda divisione di opinioni all’interno della Chiesa in quel momento; 33 membri dell’allora Congregazione per la Dottrina della Fede espressero la loro opinione sul soprannaturale. Quasi due terzi dei voti furono contrari al riconoscimento delle apparizioni.

Nel 2010, Benedetto XVI creò una commissione internazionale, presieduta dal cardinale Camillo Ruini, per studiare il fenomeno con maggiore profondità. Il lavoro di questa commissione permise di distinguere tra la fase iniziale e il periodo successivo. Per quanto riguarda le prime sette apparizioni, avvenute tra il 24 giugno e il 3 luglio 1981, la commissione emise un parere maggioritariamente favorevole, con 13 voti a favore del riconoscimento dell’origine soprannaturale, uno contrario e uno sospensivo. Nelle manifestazioni successive, la risposta fu decisamente più cauta: 12 membri votarono nondum decernendum, ritenendo di non poter formulare un giudizio definitivo, e 2 votarono contro.

Nel 2016, Papa Francesco decise di indagare ulteriormente sull’argomento sottoponendolo alla cosiddetta Feria Quarta, la sessione ordinaria dell’allora Congregazione per la Dottrina della Fede. Fu chiesto a cardinali, vescovi, accademici ed esperti del Dicastero di considerare, oltre al Rapporto Ruini, un documento critico sulle conclusioni della Commissione e una replica successiva. Tra i 33 membri di questa minicommissione si trovavano i cardinali Müller, Schönborn, Coccopalmerio, Scola, Koch, Sepe, Ouellet, Ruini e molti altri esperti. Ciascuno di loro giustificò per iscritto il proprio giudizio sulla natura del fenomeno di Medjugorje, scegliendo tra l’origine soprannaturale (constat de supernaturalitate), la non soprannaturalità (constat de non supernaturalitate) e la mancanza di elementi sufficienti per una conclusione (non constat de supernaturalitate). Il 17 settembre 2016 si conobbe il verdetto: 21 voti contrari al soprannaturalismo, 9 a favore e 3 senza un verdetto definitivo.

La Santa Sede decise di adottare una posizione prudente, distinguendo tra il riconoscimento dei frutti pastorali e spirituali legati al luogo e un possibile giudizio definitivo sull’origine delle apparizioni. Nel settembre 2024, il Dicastero per la Dottrina della Fede, con l’approvazione di Papa Francesco, pubblicò la nota La Regina della Pace, concedendo il nihil obstat alla diffusione della devozione legata a Medjugorje, senza prendere posizione sull’autenticità soprannaturale delle apparizioni. È da presumere che continuassero a tenere in alta considerazione la risposta della commissione Ruini, almeno per le prime apparizioni.

La “Feria Quarta” erano «certamente opinioni autorevoli, ma opinioni a cui il Papa non è obbligato». Se Francesco «non fosse stato convinto dell’autenticità del fenomeno di Medjugorje, o comunque si fosse formato un’opinione chiaramente negativa, avrebbe potuto orientarsi verso una valutazione di inautenticità». Era evidente che aveva ragioni sufficienti per non agire in quel modo.

Tedeschi in Vaticano.

Per anni, nessun cardinale tedesco ha occupato alte cariche in Vaticano, ma la Germania e i paesi di lingua tedesca continuano a essere presenti in Vaticano. Papa Leone XIV nominò recentemente il canonista e gesuita tedesco Ulrich Rhode al tribunale più alto del Vaticano, la Segnatura Apostolica. I tedeschi sono apprezzati a Roma principalmente — anche se non esclusivamente — per la loro esperienza in diritto canonico. Questo vale anche per il Tribunale della Segnatura. Il vescovo Dominicus Meier di Osnabrück, monaco benedettino e canonista qualificato, è membro di detto tribunale. Papa Leone XIV prorogò recentemente la sua nomina. Nikolaus Schöch, frate francescano austriaco di Innsbruck, non è tedesco ma parla tedesco. Svolge la funzione di difensore del matrimonio in casi speciali di nullità. Il cardinale tedesco Gerhard Ludwig Müller, tuttavia, si è dimesso dopo cinque anni in carica. Sebbene sia teologo dogmatico di formazione e non di diritto, Papa Francesco lo nominò membro della Pontificia Segnatura nel giugno 2021.

Hans-Peter Fischer è uno degli specialisti in diritto canonico di lingua tedesca in Vaticano. L’ex rettore del Campo Santo Teutonico, originario dell’arcidiocesi di Friburgo, è membro del collegio dei giudici della Rota Romana, il secondo tribunale più alto del Vaticano, dal 2017. Konrad Maria Ackermann, sacerdote della diocesi di Ratisbona, lavora anche alla Rota. È «Promotor iustitiae», cioè procuratore. I canonisti che lavorano nei tribunali della Santa Sede non hanno la loro residenza ufficiale in Vaticano, ma nel Palazzo della Cancelleria, nel centro di Roma. Lì si concentrano gli organi giudiziari papali.

Markus Graulich, sacerdote salesiano e canonista laureato della diocesi di Limburgo. È sottosegretario del Dicastero per i Testi Legislativi. Nel Dicastero per l’Educazione e la Cultura c’è una delle poche donne tedesche che lavorano in Vaticano, Melanie Rosenbaum. Papa Leone XIV la nominò membro dell’organismo che valuta la qualità delle università e delle facoltà cattoliche in tutto il mondo. Il sacerdote di Passau, Wolfgang Ambros, lavora anche dal 2024 come sottosegretario. Il sacerdote e teologo tedesco Rafael Starnitzky fu nominato recentemente in Vaticano dal Centro Cardinal Bea dell’Università Gregoriana. Succede a padre Norbert Hofmann, che prestò servizio per molti anni come segretario della Commissione per le Relazioni con gli Ebrei. Padre Hofmann tornò nella sua terra natale, la Franconia, qualche mese fa per esercitare come parroco. Molto conosciuto anche il gesuita Hans Zollner, originario di Ratisbona.

In un ambito completamente diverso, considerato anche «tipicamente tedesco» dall’inizio del XIX secolo, il sacerdote diocesano di Colonia, archeologo e storico Stefan Heid occupa un posto importante: dal 2020, è rettore del rinomato Istituto Pontificio di Archeologia Cristiana.

Attualmente, quattro sacerdoti sono responsabili delle relazioni con la Chiesa in Germania e nei paesi vicini di lingua tedesca. Sono stati designati per questo compito dai rispettivi vescovi per diversi anni. Dalla Germania, sono Monsignor Johannes Palus, dell’Arcidiocesi di Monaco e Frisinga, e Marco Schrage, cresciuto a Brema. Dall’Austria (Diocesi di Graz-Seckau) arriva Paul Joseph Markowitsch, e dalla Svizzera (Diocesi di Coira) Francesco Riegger, nato in Germania. Daniel Pacho, diplomatico tedesco in Vaticano appartenente alla diocesi di Fulda, detiene il rango di sottosegretario nella Segreteria di Stato. Uno dei pochi nunzi tedeschi all’estero è Martin Krebs, originario di Essen. Rappresenta la Santa Sede in Svizzera, Liechtenstein e Monaco. Il diplomatico vaticano più conosciuto all’estero è un illustre estraneo alla politica tradizionale: l’ex segretario papale Georg Gänswein.

Le ferite della Chiesa locale.

Articolo di Giorgio Bozza «Le cinque ferite della Chiesa locale«. Tra le cinque «ferite» identificate dall’autore, la prima è la mancanza di rispetto nelle relazioni ecclesiali, in particolare tra il vescovo e il suo presbiterio e tra i sacerdoti stessi. Un vescovo non merita rispetto semplicemente per essere vescovo. Un sacerdote non merita rispetto semplicemente per essere sacerdote. Meritano rispetto perché sono persone a cui Dio ha concesso una vocazione e una grazia. La stima cristiana è, quindi, un modo per riconoscere il mistero di Dio presente negli altri. Non significa ignorare i limiti, ma non permettere che questi diventino l’unica chiave per comprendere una persona.

Uno dei grandi rischi della cultura contemporanea è la riduzione funzionale dell’individuo. Gli esseri umani sono valutati per ciò che producono. Il loro valore dipende dalla loro efficienza, dai loro risultati, dal riconoscimento e dal soddisfacimento delle aspettative. Questo rischio può colpire anche la Chiesa. Al sacerdote si può valutare in base al numero di iniziative pastorali che intraprende. Al parroco, per le sue capacità organizzative. Al vescovo, per l’efficacia delle sue decisioni. Al sacerdote, per la sua visibilità. Un sacerdote anziano, un sacerdote malato, un sacerdote meno brillante, un ministro meno visibile non perdono dignità per non soddisfare più i criteri di efficienza. Il vescovo vede il sacerdote solo come collaboratore, e il sacerdote vede il vescovo solo come superiore. Ma quando questo accade, la relazione sacramentale si impoverisce. Non si tratta più di un fratello, ma di una funzione.

Il presbiterio non è un insieme di dipendenti del vescovo. Non è una struttura amministrativa. Non è un gruppo di collaboratori chiamati semplicemente a implementare decisioni. Il presbiterio è una realtà sacramentale. Il vescovo e i sacerdoti partecipano allo stesso mistero di Cristo Pastore. La relazione non è quella di un leader e dei suoi collaboratori, ma quella di una realtà organica in cui ogni membro ha bisogno dell’altro. Un sacerdote che considera il vescovo solo come un’autorità da criticare impoverisce la propria comunione ecclesiale. Il rispetto reciproco è ciò che impedisce due tendenze opposte: l’autoritarismo senza fraternità e l’autonomia senza comunione.

L’obbedienza cristiana non implica mai un’umiliazione dell’individuo. Non consiste nell’annullamento della coscienza. Non implica la rinuncia alla propria storia. Non è una disposizione passiva a integrarsi in un meccanismo organizzativo. Un padre che esige obbedienza ma umilia il figlio tradisce il vero significato della sua autorità. Un padre che usa il suo ruolo per dominare non esercita la paternità, ma la distorce. L’autorità autentica non si misura dalla capacità di imporre obbedienza, ma dalla capacità di generare libertà e maturità.

Una delle debolezze strutturali della vita ecclesiale è la mancanza di un autentico equilibrio nell’esercizio dell’autorità. Il principio di equilibrio dei poteri, proprio delle democrazie costituzionali, non può essere trasferito meccanicamente alla Chiesa, che non è uno Stato ma un mistero di comunione. La Chiesa non può ignorare che ogni autorità umana, proprio perché esercitata da individui limitati e fallibili, ha bisogno di essere illuminata dall’ascolto, corretta dal dialogo e accompagnata da forme di corresponsabilità.

A volte corriamo il rischio di confondere l’obbedienza con la disponibilità assoluta. Il vescovo non è solo chiamato a ottenere obbedienza dal presbiterio, ma a formare un presbiterio. E formare un presbiterio significa conoscere, accompagnare, incoraggiare, correggere e valorizzare. Un padre non ama i figli solo quando gli obbediscono; li ama anche quando deve correggerli. E proprio perché li ama, li corregge senza umiliarli.

La presunta preghiera di San Francesco.

La recitiamo tutti e la identifichiamo come di San Francesco, ma non lo è; questa è la sua storia. Questa preghiera apparve per la prima volta in Francia con il titolo Belle prière à faire pendant la Messe nel 1912 su La Clochette, la rivista di un’associazione pia il cui obiettivo era diffondere la partecipazione alla Messa, soprattutto la domenica, tra i cattolici. Il canonico Louis Boissey (1859-1932), che la ripubblicò nel bollettino Annales de Notre-Dame de la Paix. Così, arrivò nelle mani di Stanislas de la Rochethulon et Grente, che, vantando legami con il Vaticano, ritenne opportuno inviarla come preghiera implorante la pace al Segretario di Stato del Vaticano, il cardinale Pietro Gasparri. Gasparri, a sua volta, lo ringraziò, sottolineando l’interesse di Papa Benedetto XV, e il 20 gennaio 1916, L’Osservatore Romano pubblicò il testo, con una traduzione in italiano, preceduto dal titolo «Le preghiere del “Souvenir Normand” per la pace», che introdusse altre variazioni rispetto all’originale del 1912. In questo modo, la nostra preghiera raggiunse una vasta diffusione e fu ripresa da La Croix, che la pubblicò il 28 gennaio 1916, definendola come «una preghiera molto antica».

Durante la Prima Guerra Mondiale, il frate cappuccino Étienne Benôit di Parigi pubblicò la preghiera che appariva su una stampa di San Francesco, intitolata «Preghiera per la Pace», spiegando che riassumeva meravigliosamente il carattere di un vero seguace del santo di Assisi. Il pastore protestante Rambaud scoprì la nostra preghiera e la distribuì con la frase «Attribuita a San Francesco d’Assisi» in migliaia di copie in tutta Europa, specialmente in Svizzera e Belgio.

«Ma se il sale diventa insipido, con che cosa lo si salerà?»

Buona lettura.

 

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