La cena di Sapieha e il banchetto celeste

La cena di Sapieha e il banchetto celeste
<strong>El cardenal Adam Stefan Sapieha</strong> (1867-1951) [Fuente: Wikipedia]

Di padre Raymond J. de Souza

Dato il suo ruolo decisivo nella mia vocazione sacerdotale, presto particolare attenzione agli anniversari di san Giovanni Paolo Magno. Dovremmo chiamarlo così, come sostennero i suoi due immediati successori: papa Benedetto XVI in modo esplicito e papa Francesco in modo implicito.

La solennità di Tutti i Santi di quest’anno segna l’ottantesimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Giovanni Paolo, conferita dal cardinale Adam Sapieha nella cappella della venerabile residenza degli arcivescovi di Cracovia. Trent’anni fa, in occasione del suo cinquantesimo anniversario, Giovanni Paolo pubblicò un piccolo libro per l’occasione, Dono e mistero, che resta un ottimo regalo per ogni sacerdote o seminarista.

Fu nella sua festa –il 22 ottobre, data della sua commovente omelia «Non abbiate paura!» all’inizio del suo pontificato– che una dozzina di vescovi statunitensi furono attirati alla Casa Bianca con la promessa di incontrare il vicepresidente J. D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, entrambi cattolici. Fu ingannevole fin dall’inizio –Vance era in Nebraska e Rubio in India– e si concluse con una manipolazione: la Casa Bianca sorprese i vescovi con un’udienza nello Studio Ovale, durante la quale furono ripresi mentre si inginocchiavano in preghiera sul presidente.

È impossibile controllare queste cose quando si gioca in trasferta, per così dire. Benedetto XVI rifiutò una volta di farsi fotografare con Nancy Pelosi, ma era nel suo campo vaticano. Tuttavia, la ricorrenza liturgica mi ha riportato alla memoria una delle immagini più vivide dei numerosi incontri di Giovanni Paolo con leader civili.

Nel 1983, Giovanni Paolo tornò in Polonia per la seconda volta. La sua patria era sotto la legge marziale, dichiarata dall’uomo di Mosca a Varsavia, il generale Wojciech Jaruzelski. Quando si incontrarono nel palazzo presidenziale per scambiarsi discorsi formali, Giovanni Paolo era sobrio e sereno. Jaruzelski, con stupore delle delegazioni riunite e come notarono i giornalisti presenti, tremava. Non in senso figurato. Gli tremavano le mani e le ginocchia. Aveva paura.

Osservando quello spettacolo patetico, un uomo di grande debolezza morale avvolto nel potere politico, sospetto che i pensieri di Giovanni Paolo possano essere tornati al «principe incrollabile», all’«arcivescovo della lunga notte dell’occupazione», Adam Sapieha. Per quarant’anni (1911-1951) come arcivescovo di Cracovia, fu testimone di più sangue versato di qualsiasi altro vescovo nella storia della Chiesa. Due guerre mondiali si svolsero sul suo territorio, che includeva Auschwitz.

Sebbene l’influenza su Giovanni Paolo del «primate del millennio» di Polonia, il beato Stefan Wyszynski, sia ampiamente nota, fu Sapieha ad avere il maggiore impatto formativo.

La biografia di George Weigel, Testimone della speranza, inizia con scene drammatiche che segnarono gli anni giovanili di Karol Wojtyła a Cracovia. Tra queste figura una delle grandi cene della storia millenaria della Polonia. Poco dopo lo smembramento tedesco-sovietico della Polonia nel 1939, i nazisti insediarono Hans Frank come «governatore generale» a Cracovia. Il gangster fissò la sua residenza nel castello di Wawel, antica sede dei re polacchi.

Weigel scrive che Frank, «cercando evidentemente un po’ di legittimità, insinuò ripetutamente che un invito a cena nella residenza dell’arcivescovo sarebbe stato ben accolto».

Sapieha inviò l’invito e fece sedere Frank all’altro capo della sua tavola di gala. Poi gli servì, sulla porcellana d’argento del patrimonio del prelato, «la dieta del popolo: pane duro e surrogato di caffè». Il principe-arcivescovo conosceva la sofferenza del suo popolo. Pensò che anche Frank dovesse conoscerla. Anni dopo, Giovanni Paolo lo avrebbe ricordato a Jaruzelski.

Fu in quella stessa residenza che Wojtyła completò i suoi studi per l’ordinazione, nel seminario clandestino che Sapieha dirigeva nella sua stessa casa. Fu lì che imparò di prima mano le lezioni che quasi 900 anni prima aveva insegnato per la prima volta a Cracovia il vescovo martire san Stanislao. Quando Giovanni Paolo rimase in silenzio davanti a un Jaruzelski tremante, era la formazione di Sapieha che dava frutto.

E cosa pensava Sapieha quella mattina di Tutti i Santi del 1946? Forse che il giovane che stava per ordinare avesse un futuro singolare per Cracovia? Forse stava pensando a quella cena con Frank in quello stesso edificio.

Frank era stato sulle notizie. Quindici giorni prima dell’ordinazione, era stato giustiziato dopo essere stato condannato per crimini contro l’umanità a Norimberga. Al processo, Frank fu un’eccezione: ammise i suoi crimini e confessò che «passeranno mille anni e ancora non si sarà cancellata questa colpa dalla Germania».

Si convertì al cattolicesimo a Norimberga. Il cappellano statunitense, padre Sixtus O’Connor, gli portò la Santa Comunione ore prima che fosse impiccato. Non morì sfidante, come gli altri, ma implorando la misericordia di Dio. Giudicare la sincerità di quella conversione e di quel pentimento è difficile, e padre O’Connor, con la dovuta discrezione pastorale e sacramentale, parlò poco di ciò.

Quella mattina di Tutti i Santi, Sapieha contemplò quanto vasta potesse essere la Comunione dei Santi? Considerò che l’uomo che aveva ricevuto a cena potesse, forse dopo 1000 anni –10.000 anni?– in Purgatorio, essere annoverato tra loro? Si permise di pensare che forse la sua testimonianza era stata uno strumento della Divina Misericordia per Hans Frank?

Frank e i suoi compagni criminali di guerra furono giustiziati il 16 ottobre 1946. Trentadue anni dopo, Wojtyła fu eletto Papa in quella stessa data. Se, nell’oceano insondabile della misericordia, Frank era già libero dal Purgatorio, intercedeva quel giorno? Ci si ritrae dall’idea. È ripugnante anche solo considerare che Frank non sia all’Inferno. Ma le vie di Dio non sono le nostre vie.

Jaruzelski, da parte sua, passò gli anni post-comunisti cercando di giustificare i suoi atti come quelli di un vero patriota polacco. Non fu convincente, ma qualcosa convinse invece il vecchio tiranno. Prima di morire, nel 2014, chiese un sacerdote cattolico e i sacramenti.

La promessa consolante di Tutti i Santi è che, per grazia di Dio, potrei incontrarmi con le mie nonne in Cielo. La possibilità sorprendente è che anche Frank e Jaruzelski siano lì. L’idea di Sapieha e Frank, di Giovanni Paolo e Jaruzelski, insieme al banchetto celeste non mi risulta attraente ora. Ma se sono lì, vicino a quegli eroi, allora spererei di unirmi a loro, nella compagnia degli improbabilmente beati.

Sull’autore

Padre Raymond J. de Souza è un sacerdote canadese, commentatore cattolico e ricercatore senior di Cardus.

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