Tre amori

Tre amori
<em><strong>Cristo entre los fariseos</strong></em>, de Jacob Jordaens, c. 1665 [The Phoebus Foundation, Londres, Inglaterra]

Di padre Paul D. Scalia

Beh, ottenne più di quanto si aspettasse. Nel Vangelo di oggi (Matteo 22,34-40), l’unico desiderio del dottore della legge era un momento di Ti ho beccato!, sorprendendo Gesù in qualche controversia. Tuttavia, come nelle altre prove, il nostro Signore non solo sconfigge i suoi avversari, ma si eleva al di sopra di loro e porta la discussione a un livello che non avevano previsto. Così, il dottore della legge chiede un solo comandamento… ma ne riceve due… con un terzo intercalato tra essi. E questo non lo aveva previsto.

Per apprezzare questo scambio, dovremmo immaginarci al posto del dottore della legge. Perché siamo come lui: mettiamo alla prova il nostro Signore e vogliamo dimostrare di avere ragione. Quindi, poiché facciamo ciò che lui fa, dovremmo anche ascoltare la risposta del nostro Signore come la ascolta lui.

Il fariseo inizia con il piede sbagliato: «Maestro», dice. Bene, Gesù è più di un maestro. Sì, insegna, ma lo fa con autorità divina e come nessun altro. È l’unico maestro la cui dottrina merita la nostra piena fiducia. Quando ci avviciniamo a Lui come a un semplice maestro, lo riduciamo a uno tra tanti. A quel punto, non cerchiamo più la sua verità. Stiamo solo raccogliendo contributi, chiedendogli la sua opinione come la chiediamo a tanti altri.

«Qual è il comandamento più grande della legge?». Il fariseo aveva la sua opinione al riguardo. Aveva in mente la sua legge preferita. Parte della sua prova a Gesù consisteva nel vedere se Egli fosse d’accordo. È ciò che facciamo noi. Ci concentriamo su questo, quello o quell’altro aspetto della fede —il nostro preferito— e lo trasformiamo in tutto. Forse è la dottrina, o la liturgia, o il servizio ai poveri, o la trasformazione della cultura, o… beh, qualsiasi cosa. Ma invece di avere le nostre idee su questo, dovremmo volere che il nostro Signore ci insegni cosa è il più grande.

«Amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». Questo comandamento è tratto dallo Shema (Deuteronomio 6,5), che i pii ebrei recitavano più volte al giorno. Scaturisce dalla fede singolare di Israele nell’unico Dio. Gesù chiama questo comandamento non solo il più grande, ma il primo. Non è semplicemente migliore degli altri, ma la fonte di tutti, perché emana dall’essere stesso di Dio, che è in sé uno, indiviso e amorevole.

Il comandamento ha una bellezza, una semplicità e una grandezza che ci attraggono. Ha anche un carattere assoluto che spesso ci sfugge. Ordina agli israeliti —sempre tentati di dividersi tra il Signore e gli dèi più pratici e indulgenti che li circondavano— una devozione indivisa.

Il politeismo esplicito non è per noi una realtà presente come lo era per loro. Ma il comandamento vale ugualmente. Come gli israeliti, dividiamo la nostra devozione e ci copriamo le spalle. Diversifichiamo il nostro portafoglio spirituale (per così dire) distribuendo il cuore, la mente e l’anima, investendo porzioni qua e là, ma mai interamente in Dio. Certo, mettiamo parte della nostra fiducia in Lui… ma anche nel nostro potere, nel nostro curriculum, nelle nostre finanze, ecc. Il Dio uno e indiviso merita di più: ha diritto a una risposta intera e indivisa.

E poiché Egli è amore, la risposta a Lui deve essere amore. Non può essere —come forse vorrebbero il fariseo e noi— una mera osservanza esteriore. Deve essere una risposta che scaturisca dal centro stesso dell’uomo, dal suo cuore, la fonte dell’amore. È il primo e più grande comandamento anche in questo senso: centra il nostro amore in Lui e così determina tutti gli altri atti umani. Ricordiamo la frase di sant’Agostino: Dilige et quod vis fac — Ama e fa’ ciò che vuoi. Se il nostro amore è debitamente ordinato —cuore, anima e mente interamente donati a Dio—, tutti gli altri amori seguiranno.

Il che ci porta al secondo comandamento: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Notiamo che questo contiene non uno ma due amori: al prossimo e a se stessi, ma non in quell’ordine. La formulazione indica che l’amore di sé si colloca tra l’amore di Dio e l’amore del prossimo. Nel retto ordine degli amori, passiamo dall’amore di Dio all’amore di noi stessi. Ci amiamo perché, amando Dio, dobbiamo amare ciò che Egli ama. E poiché siamo ciò che ci è più immediato, siamo i primi destinatari di quell’amore.

L’amore di sé è delicato. Ad alcuni costa perché non possono credere che Dio li ami. Ad altri costa credere che Dio li ami non per le loro perfezioni (Egli non ne ha bisogno), ma nonostante le loro imperfezioni. Pensano che Dio li ami perché sono buoni, quando in realtà sono buoni perché Dio li ama.

Tutto ciò sottolinea la priorità assoluta dell’amore di Dio. Finché non siamo in quella relazione con Lui, non sapremo amarvi come si deve. E quel difetto (o eccesso!) di amor proprio significa che non sapremo amare il nostro prossimo. Come Dio insegna a santa Caterina da Siena nel Dialogo, amiamo gli altri con lo stesso amore con cui sappiamo di essere amati.

«Amerai il tuo prossimo…». Solo ora arriviamo al comandamento che molti credono sia il primo. I primi due amori hanno priorità perché solo essendo in una retta relazione con Dio possiamo sapere di essere amati e come amare gli altri. Il nostro prossimo non è amabile di per sé. È amabile perché Dio lo ama, e così dobbiamo amarlo noi. Ma finché non amiamo Dio, non sapremo amare il nostro prossimo, come non sappiamo amarvi.

Immaginiamo lo sguardo del nostro Signore nel dare la sua risposta. Le sue parole sono più di una risposta e di un rimprovero. Sono un invito a guardarlo e a contemplare in Lui il Dio che reclama il nostro amore, che ci ha creati per il suo amore e che amiamo nel nostro prossimo.

Sull’autore

Padre Paul Scalia è sacerdote della Diocesi di Arlington (Virginia), dove svolge il ruolo di vicario episcopale per il clero e parroco di Saint James a Falls Church. È autore di That Nothing May Be Lost: Reflections on Catholic Doctrine and Devotion e curatore di Sermons in Times of Crisis: Twelve Homilies to Stir Your Soul.

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