Di John M. Grondelski
Il Vangelo di questa domenica presenta uno di quegli insegnamenti che la gente può sempre citare credendo di capire cosa Gesù volesse dire – finché non si inizia a parlarne con loro: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio» (Matteo 22,21).
Il contesto dell’insegnamento di Gesù fu, naturalmente, un tentativo di tendergli una trappola: i farisei cercavano un momento di «ti ho beccato!» in cui potessero usare le parole di Gesù, sia per inimicarlo con i giudei, sia per metterlo nei guai con i romani. Chiedendo se fosse «lecito» pagare le tasse ai romani, sapevano che una risposta affermativa avrebbe separato Gesù dalla stragrande maggioranza di Israele, che da quasi un secolo sopportava con irritazione l’occupazione romana, mentre una negativa sarebbe equivalso a sfidare il governo di Roma. Gesù schiva la trappola parlando delle cose di Cesare e delle cose di Dio – senza dire esplicitamente cosa appartenga a chi.
Le parole di Gesù erano un insegnamento sociale: un riconoscimento del governo civile e della sua autonomia. In questo senso, restano pietre angolari dell’etica sociale cattolica. Ma proprio come quelle parole lasciarono una certa ambiguità nell’Israele del I secolo, anche oggi – in un mondo diverso – molti di coloro che le ascoltano vi proiettano il proprio contesto.
Gesù riconosce che sia Dio sia Cesare sono governanti che esercitano la loro autorità e ai quali i sudditi devono determinati obblighi. Gesù non sta dicendo che Dio e Cesare siano governanti dello stesso tipo né che il loro rapporto sia simmetrico. Non lo è.
Ci sono cose che si devono a Dio e cose che si devono a Cesare. Ma riconoscere che alcune cose si devono a Cesare non significa che non si debbano anche a Dio. Dio e Cesare non si dividono le cose in modo mutualmente esclusivo. Non c’è nulla che appartenga a Cesare che non sia appartenuto prima a Dio e che non continui ad appartenere innanzitutto a lui – incluso lo stesso Cesare.
Sostenere il contrario significa cadere negli errori della Roma pagana dove, in epoche diverse, lo stesso imperatore fu trasformato in dio. Cesare non è un concorrente di Dio né una «base di potere» alternativa. Nell’antichità, ciò che oggi chiamiamo «Chiesa» e «Stato» non erano separati. Spesso il governante era considerato rappresentante di Dio, sebbene la sua apoteosi, troppo frequente, fosse idolatria.
L’idea del governante come rappresentante divino non è assurda. Il motivo per cui Israele non ebbe re per tanto tempo fu che Dio era il suo re e Israele il suo popolo. Quella era l’essenza dell’Alleanza. Naturalmente, Israele finì per chiedere un re affinché «siamo anche noi come tutte le nazioni» (1 Samuele 8,19-20). La richiesta si rivelò profetica: con poche eccezioni, i re di Israele e di Giuda trascinarono il popolo a un livello morale «come quello di tutte le nazioni» (1 Samuele 8,5).
Ma, nella sua migliore espressione, la regalità in Israele era vista come rappresentazione di Dio perché il re doveva guidare Israele sulle vie di Dio: per questo Salomone chiede sapienza «per governare il tuo popolo, [in modo] che sappia discernere tra il bene e il male» (1 Re 3,9). Lo stesso concetto opera nella nozione occidentale del diritto divino dei re. Il re è designato da Dio non per esercitare la propria volontà arbitraria, bensì per guidare il popolo sulle vie della giustizia. Ma sia in Israele sia in Occidente, la realtà raramente corrispose all’ideale.
La risposta di Gesù ai farisei mirava a riconoscere l’autorità temporale, senza però escludere la primazia divina. Anche i re, anche Cesare, sono soggetti ai Dieci Comandamenti. Ammettere la portata limitata di ciò che si deve a Cesare significa riconoscere la legittima autonomia delle cose create, un concetto affermato dal Concilio Vaticano II (Gaudium et spes, n. 36).
Il mondo creato ha un suo ordine proprio e intrinseco: in questo senso, Dio è una sorta di orologiaio divino che incorpora nelle sue creature i meccanismi del loro funzionamento. Ma – e qui è importante distinguere la legittima autonomia delle realtà terrene dal deismo – Dio non si disinteressa dopo la Creazione né della storia. L’autonomia delle realtà terrene non è un’autonomia separata da Dio, indipendente da lui o che in ultima analisi non sia radicata in lui: è disegno di Dio.
La «privacy» che spinge il mondo occidentale attende ancora, invano, una risposta positiva alla domanda del salmista: «Dove fuggirò dalla tua presenza?» (Salmo 139,7), anche in «autonomie» radicalmente separate da Dio. Quella stessa «speranza» persiste nel modo in cui alcuni leggono ciò che Gesù dice sulle cose di Dio e su quelle di Cesare. È una speranza che risale al giardino dell’Eden, quando i nostri primi genitori cedettero all’illusione che una parte del giardino potesse essere recintata e rimanere fuori dalla portata del suo padrone.
La nozione moderna della separazione tra Chiesa e Stato entra qui in gioco, inclusa la maniera in cui alcuni leggono la risposta di Gesù ai farisei. Cesare non ha un’autonomia illimitata di fronte a Dio. La vita civile non può essere recintata per lasciare fuori Dio o la sua Legge. Gesù, certamente, non intese mai che le sue parole servissero da fondamento per una piazza pubblica spoglia dalla quale Cesare potesse bandire Dio per aver invaso le sue «cose». Questo è il presupposto sottostante alle caricature di coscienza del tipo «personalmente mi oppongo» che difendono vari politici contemporanei, convinti che l’autonomia limitata della vita pubblica dia alle loro ambizioni partitiche via libera in campo morale.
Il meglio della tradizione americana afferma qualcosa di molto diverso. Jefferson fonda il diritto alla rivoluzione sul principio che, quando «qualsiasi forma di governo» diventa distruttrice dei diritti inalienabili conferiti da Dio, il popolo ha «il diritto di riformarlo o abolirlo». La Costituzione cerca di contenere i cesari che eccedono dividendo ed enumerando i poteri. John Adams lo riassume osservando: «La nostra Costituzione fu fatta solo per un popolo morale e religioso. È del tutto inadeguata al governo di qualsiasi altro».
Perché solo un «popolo morale e religioso» riconoscerà che le braccia di Cesare sono troppo corte per boxare con Dio.
Sull’autore
John Grondelski (dottore dell’Università di Fordham) è stato vice-decano della Facoltà di Teologia dell’Università Seton Hall, a South Orange, New Jersey. Tutte le opinioni qui espresse sono esclusivamente sue.