È ora di una crociata contro la pornografia

È ora di una crociata contro la pornografia
<em><strong>El rapto de Proserpina</strong></em> de Gian Lorenzo Bernini [Galería Borghese, Roma]

Di Mary Eberstadt

La Cornell University è la mia alma mater. Ho trascorso quattro anni lì in una residenza per borsisti nota a tutti come un rifugio di secchioni. Il caso volle che Telluride House avesse come vicina una delle confraternite più chiassose del campus – una giustapposizione non priva di qualche momento di umorismo, come quando i membri della confraternita si riunivano all’aperto e ci coreavano, guardando verso di noi: «Ehi, Telluride! E è uguale a mc al quadrato!».

Un sabato sera, mentre studiavo con un amico e mi distraeva il rumore di una delle epiche feste della confraternita, gli proposi di andare a vedere come fossero quelle celebri serate. Lui si mostrò scettico, ma gli altoparlanti assordanti rendevano impossibile studiare, così mi accontentò e andammo. Due minuti dopo essere entrati, mentre lui andava a prendere da bere, mi si avvicinò un membro della confraternita, alto e ubriaco fradicio, che credeva di avere una proposta vincente: se avesse indovinato il mio peso con un margine di cinque libbre, avrei dovuto salire con lui al piano di sopra.

Gli risi in faccia, divertita sia dalla sua sfrontatezza alimentata dall’etanolo sia dal suo modo di oscillare nell’aria sopra di me, come una quercia possente sul punto di essere abbattuta. Feci un cenno al mio amico e ce ne andammo, per non tornare mai più. E non ripensai più a quell’episodio fino a anni dopo, quando lessi I Am Charlotte Simmons (Sono Charlotte Simmons), di Tom Wolfe. Una serie di memorie sulla vita nelle confraternite diede origine a una rubrica per TCT in cui esortavo i ragazzi cristiani a non unirsi alle confraternite.

La lezione appresa quella lontana notte a Ithaca – che le feste delle confraternite non sono un posto per una giovane senza accompagnatore – potrebbe sembrare ovvia. Ma questo è proprio il punto: non lo è più.

Due anni fa, in un’altra confraternita di Cornell, una giovane prese una decisione diversa, e la sordida storia che ne risultò finì per risuonare in tutto il mondo. E sebbene i dettagli possano essere contestati nei tribunali da ora fino alla fine dei tempi, un fatto è chiaro: a lei non sembrò ridicolo acconsentire a ciò che le proponevano dei giovani completamente ubriachi. Almeno all’inizio, considerò che acconsentire fosse l’opzione che preferiva.

Cos’è cambiato tra allora e ora? Questo ci porta alla risposta che brilla per la sua assenza nei commenti che esplodono ovunque sulla «Jane Doe» di Cornell.

Nel dicembre 2008, grazie in parte al filantropo visionario Sean Fieler, si tenne al Witherspoon Institute di Princeton (New Jersey) un congresso, il primo del suo genere, sui «Costi sociali della pornografia». Quel congresso ebbe un grande impatto, anche sul mio stesso pensiero. Da esso nacquero due libri fondamentali, anch’essi i primi del loro genere, che riassunsero le prove fornite da medici, terapeuti, neuroscienziati e altri esperti.

Quelle prove indicavano una verità che smentisce l’idolatria attuale dell’autonomia sessuale: la pornografia è veleno. Altera il cervello, uccide il romanticismo e conduce a una solitudine intensa. Crea dipendenze e distrugge famiglie. I dati empirici sono stati ben documentati da quel congresso storico in poi.

I dati ci sono. Cosa dovremmo fare al riguardo? Queste sono le riflessioni che ho condiviso, appena il mese scorso, davanti a un congresso di donne organizzato per discutere su «Un cammino migliore in avanti»:

Se potessi ridurre anni di meditazione su questo tema a un unico memorandum d’azione destinato a migliorare la condizione umana, direi quanto segue. Dobbiamo tornare a stigmatizzare la pornografia. Noi – cioè non solo chi è qui presente, ma anche la gente di tutto l’Occidente – dobbiamo comprendere che la pornografia è oggi ciò che il tabacco fu ieri: qualcosa di onnipresente, tossico e bisognoso di una riforma sociale. È nemica del romanticismo. Concede licenza alla perversione. E la pornografia è anche un fattore importante nel crollo attuale dei tassi di matrimoni e di nascite.

Questi sono i tristi fatti di una cultura impregnata di pornografia. E richiedono una risposta radicale:

Abbiamo bisogno di qualcosa come un movimento e un manifesto Contro l’Accettazione della Pornografia. Dovrebbe includere sia persone laiche che religiose, e quanti più feriti ancora in piedi sia possibile radunare – così come i rettori di università e college cristiani fedeli, e celebrità, e terapeuti, e chiunque altro sia abbastanza impegnato da unirsi.

Se qualcuno dubita oggi dell’importanza di un movimento di riforma così per restaurare una cultura sana, non ha che da guardare la storia di Cornell che occupa le prime pagine da quando furono pronunciate quelle parole.

Al centro della storia c’è una studentessa che accusa di stupro diversi membri di una confraternita. Ma leggere i dettagli barbari permette di comprendere qualcosa che si perde nei resoconti morbosi. Questi studenti – tutti loro – sono così contaminati dalla pornografia che letteralmente non sono nel pieno delle loro facoltà mentali. Anche senza le droghe e l’alcol che saturano anche questo quadro spaventoso, queste giovani anime erano già state distorte da una sostanza meno evidente, ma altrettanto invalidante. E non sono che un campione di molti milioni di giovani come loro.

Pertanto, con lo spirito di trarre il bene dal male, la storia di Jane Doe è un’ulteriore prova che abbiamo bisogno di un movimento nazionale contro la pornografia, sulla falsariga di Mothers Against Drunk Driving. In effetti, dovrebbe essere una prova fondazionale – la dimostrazione definitiva, in tutta la sua nauseabonda pienezza, che trasformi la mera retorica in azione trasformativa. E sebbene un movimento del genere sia essenziale, dovrebbe essere solo l’inizio.

Abbiamo bisogno di terapeuti capaci di deprogrammare ragazzi come questi. Abbiamo bisogno che la società nel suo complesso capisca che la pornografia su internet è una setta. E smantellare quella setta con tutti i mezzi necessari è un passo decisivo – anzi, il passo più decisivo – verso il ripristino di un ordine sessuale fondato sulla sanità mentale, non sulla follia.

Soprattutto, abbiamo bisogno che qualcuno guidi quel movimento. La mia speranza è che reiterare questo messaggio in tutti i forum possibili arrivi un giorno a toccare il cuore di quel futuro leader, che sarà per questo movimento di riforma ciò che Florence Nightingale fu per la professione infermieristica; ciò che Dorothea Dix divenne per la riforma delle istituzioni per malati di mente.

Se c’è una sola preghiera da elevare da questo putrido disastro al di sopra delle acque del Cayuga, è quella che implora il Cielo per quel futuro leader.

Questa rubrica è un adattamento di un discorso pronunciato al Napa Institute nella città di New York il 14 ottobre 2026.

Sull’autore

Mary Eberstadt è ricercatrice senior del Faith and Reason Institute e direttrice esecutiva del Center for Cultural Restoration. Il suo libro più recente è Adam and Eve after the Pill, Revisited, con prefazione del cardinale George Pell.

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