Dieci giorni, una frase: il nuovo decreto sull'aborto alla radio dei vescovi

Il Governo ha approvato il 6 ottobre di procedere per via urgente con il decreto che obbliga a informare sui metodi e sulle cliniche per abortire e lascia gli aiuti alla donna incinta a chi li richiede. In dieci giorni, COPE non lo ha portato nei suoi bollettini né nei suoi programmi religiosi: gli ha dedicato diciassette secondi.

Dieci giorni, una frase: il nuovo decreto sull'aborto alla radio dei vescovi

Martedì 6 ottobre il Consiglio dei Ministri ha approvato l’iter urgente del regio decreto che regola ciò che si dice a una donna prima di abortire. Quel giorno, nella radio dei vescovi, la parola «decreto» è risuonata in centodieci minuti diversi della programmazione, quasi sempre per quelli sull’abitazione approvati dallo stesso Consiglio. Lo sciopero generale è comparso in quarantacinque minuti e Ceuta in quarantasei.

Il decreto sull’aborto, in nessuno.

Il testo, promosso dal Ministero per la Parità di Ana Redondo, obbliga a informare sui «diversi metodi» e sui «centri sanitari pubblici e privati accreditati», con «particolare attenzione» alle minorenni di sedici anni. Gli «aiuti pubblici alle donne incinte» rientrano nella sezione volontaria: si spiegano solo se la donna li chiede, e la loro ricezione «non sarà mai un requisito». Nei comitati clinici che intervengono negli aborti per cause mediche non potrà sedere nessuno iscritto al registro degli obiettori, né chi lo sia stato negli ultimi tre anni (la coscienza, a quanto pare, lascia traccia). L’iter urgente riduce i termini, compreso quello dell’udienza pubblica, e per mercoledì 14 era convocato il Consiglio Interterritoriale del Sistema Sanitario Nazionale, via e-mail e con quell’unico punto all’ordine del giorno. L’approvazione definitiva, ancora senza data, spetta di nuovo al Consiglio dei Ministri.

Nella radio dei vescovi, i giorni successivi sono stati uguali. Né il 7, né l’8, né il 10, né l’11, né il 12, né il 13, né il 14: nessun notiziario, nessuna intervista, nessun opinionista e nessun vescovo. Neppure i programmi che la Chiesa ha nella sua stessa emittente, andati in onda in quei giorni con altri argomenti: El Espejo e La Linterna de la Iglesia, venerdì 9, e Iglesia Noticia, domenica 11. Questo quotidiano ha raccontato il contenuto del decreto il giorno 13. In COPE, nulla.

La parola è comparsa una sola volta, venerdì 9, nell’editoriale delle sei meno due del mattino, e non per il decreto. Il testo trattava della pena di morte negli Stati Uniti, a proposito di un detenuto giustiziato in Texas e di una detenuta a cui due iniezioni letali non erano riuscite a uccidere, e in un momento ampliava il focus: «L’aborto in particolare è una pratica legale in molti ordinamenti giuridici democratici». Deplorava poi che, ammessa l’incondizionalità del diritto alla vita, «si ammettono con troppa facilità qualsiasi eccezione o sfumatura che nella pratica lo snatura». Del decreto che il Governo aveva approvato tre giorni prima, a Madrid, nemmeno una parola (per parlare di aborto, la radio dei vescovi ha dovuto andare negli Stati Uniti).

La frase è arrivata giovedì 15, alle sei e dodici del mattino, nel monologo di Carlos Herrera. Veniva dalle fregate marocchine e dallo Stato Maggiore della Difesa: «Ma è chiaro che per il Governo le urgenze sono altre, per esempio un altro decreto sull’aborto. Uno che obbliga a informare le donne incinte su metodi e cliniche disponibili per abortire», e non, ha aggiunto, su aiuti pubblici o possibili controindicazioni psicologiche. Subito dopo è passato a José Félix Tezanos, «il cuoco», e al suo sondaggio, a cui ha dedicato più di un minuto.

Al decreto sono toccati diciassette secondi.

È stata l’unica volta in dieci giorni e in più di duecentotrenta ore di trasmissione esaminate. In quelle stesse ore, la radio dei vescovi ha trasmesso più di quaranta volte gli spot di uno stimolante sessuale («Ti piace il sesso?», chiede uno di essi), che durano circa otto secondi ciascuno. Il decreto sull’aborto, quello due.


«COPE, la radio dei vescovi» è una rubrica quotidiana di InfoVaticana. Ascoltiamo attentamente la radio dei nostri vescovi e raccontiamo ciò che troviamo: pubblicità, ospiti, linguaggio, ciò che si dice e ciò che si tace. COPE appartiene al 75% a Ábside Media, l’azienda che la Conferenza Episcopale ha creato nel 2020 con le sue azioni e quelle della maggioranza delle diocesi. Inoltre i gesuiti e gli agostiniani fanno parte dell’azionariato.

Di ciò che vi si sente rispondono, ciascuno a titolo personale, tutti i vescovi spagnoli.


Leggi anche

Aiuta Infovaticana a continuare a informare