La Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) ha nuovamente difeso le consacrazioni episcopali celebrate il 1° luglio a Écône e ha messo in dubbio che le scomuniche dichiarate da Roma possano considerarsi una risposta definitiva a una situazione che, a suo avviso, richiede di esaminare le circostanze straordinarie in cui sono state realizzate. James Vogel, direttore della comunicazione della Fraternità, ha ricordato che una scomunica, per quanto grave, non costituisce una decisione infallibile e può essere rivista se esistono motivi per mettere in discussione la sua giustizia o validità.
In un intervista concessa a LifeSiteNews, pubblicata questo giovedì, Vogel ha affrontato le accuse di scisma rivolte contro la Fraternità dopo che i suoi vescovi hanno consacrato quattro nuovi prelati senza mandato pontificio. Le dichiarazioni sono state rese durante la Catholic Identity Conference, tenutasi a Pittsburgh, Stati Uniti, dove il portavoce ha anche esposto alcuni precedenti storici di consacrazioni episcopali realizzate in circostanze eccezionali.
«Ogni cattolico deve provare orrore per le scomuniche e per lo scisma», ha riconosciuto Vogel. Tuttavia, ha aggiunto che «le scomuniche sono gravi in sé stesse, ma non sono infallibili», ricordando che la storia della Chiesa conosce sanzioni che in seguito sono state considerate ingiuste o invalide.
La Fraternità mantiene inoltre un ricorso canonico contro il decreto pubblicato dal Dicastero per la Dottrina della Fede il 2 luglio. Secondo quanto spiegato da Vogel, non avevano ancora ricevuto una risposta definitiva.
Una scomunica non è una definizione infallibile
L’argomento di Vogel insiste su una distinzione che ha occupato gran parte del dibattito canonico successivo alle consacrazioni: le decisioni disciplinari dell’autorità ecclesiastica, anche quando impongono le sanzioni più gravi, non possiedono per questo il carattere di definizioni dogmatiche irreformabili.
Il Vaticano ha dichiarato che i sei vescovi partecipanti alle consacrazioni di Écône erano incorsi nella scomunica automatica per aver proceduto senza mandato pontificio e contro la volontà espressa di Leone XIV. Una nota esplicativa del Dicastero per la Dottrina della Fede ha inoltre qualificato i fatti come scismatici ed esteso le loro conseguenze canoniche all’insieme della Fraternità e a chi aderisca formalmente allo scisma.
L’ampiezza di queste misure ha provocato una nuova controversia sul loro fondamento giuridico e sulle circostanze che devono concorrere affinché esista responsabilità penale canonica.
La FSSPX ha presentato l’11 luglio scorso un ricorso contro il decreto del Dicastero, avvalendosi delle disposizioni del Codice di Diritto Canonico relative all’impugnazione degli atti amministrativi e agli effetti sospensivi di determinati ricorsi.
La Fraternità sostiene che la sua azione è stata motivata da uno stato di grave necessità e che questa circostanza deve essere tenuta in considerazione per determinare sia la responsabilità dei coinvolti sia l’applicazione delle pene.
Vogel ha insistito sul fatto che riconoscere la gravità delle scomuniche non obbliga a rinunciare al loro esame giuridico. A suo giudizio, la legislazione canonica contempla circostanze come la necessità e l’azione in buona fede, che possono risultare determinanti nel valutare una condotta.
Il portavoce non ha chiesto, quindi, che le sanzioni fossero ignorate, ma che si esaminasse se la loro applicazione risulti giustificata in questo caso.
Il precedente dei vescovi ucraini consacrati sotto il comunismo
Durante il suo intervento a Pittsburgh, Vogel ha ricordato un episodio della storia recente della Chiesa che considera particolarmente significativo: le consacrazioni episcopali realizzate clandestinamente dal cardinale Josyf Slipyj negli anni ’70.
Il porporato ucraino aveva trascorso diciotto anni in carcere per essersi rifiutato di abbandonare la sua fedeltà a Roma e sottomettersi alla Chiesa ortodossa russa.
Preoccupato per la sopravvivenza della Chiesa greco-cattolica ucraina, perseguitata dal regime comunista, Slipyj consacrò tre vescovi senza aver richiesto preventivamente l’autorizzazione di Paolo VI.
Secondo quanto spiegato da Vogel, il cardinale temeva che la richiesta fosse respinta e riteneva necessario assicurare l’esistenza di vescovi in grado di ordinare sacerdoti e garantire l’amministrazione dei sacramenti.
Quelle consacrazioni finirono per essere riconosciute dalla Santa Sede. Uno dei prelati consacrati, Lubomyr Husar, sarebbe stato creato cardinale da Giovanni Paolo II.
Vogel ha presentato questo precedente per ricordare che, in determinati momenti della storia, la necessità di preservare la vita sacramentale dei fedeli ha portato alcuni vescovi ad adottare decisioni straordinarie senza avere preventivamente un mandato pontificio.
Naturalmente, le circostanze della persecuzione comunista in Ucraina non sono identiche a quelle di Écône. Tuttavia, il precedente permette di sollevare una questione che la Fraternità considera essenziale: se ogni consacrazione realizzata senza autorizzazione del Papa costituisca necessariamente un atto di scisma o se debbano essere esaminate anche l’intenzione dei consacranti, le circostanze e lo scopo perseguito.
«Non abbiamo intenzione di creare una Chiesa parallela»
Vogel ha respinto in particolare che le consacrazioni episcopali di luglio implichino la volontà di costituire una gerarchia indipendente da Roma.
Il portavoce ha ricordato che le sanzioni contro le consacrazioni senza mandato pontificio sono strettamente legate alla necessità di impedire la comparsa di strutture ecclesiastiche parallele, come è accaduto con gli interventi del regime comunista cinese nell’organizzazione di una gerarchia sottoposta al potere politico.
A suo giudizio, la situazione della FSSPX è sostanzialmente diversa.
«Non esiste intenzione di creare una Chiesa parallela», ha assicurato, sottolineando inoltre che i vescovi della Fraternità non rivendicano giurisdizione ordinaria su diocesi né territori.
Questa distinzione ha fatto parte dell’argomentazione della FSSPX fin dalle consacrazioni realizzate da monsignor Marcel Lefebvre nel 1988. I suoi vescovi esercitano funzioni sacramentali, in particolare l’ordinazione di sacerdoti e l’amministrazione della cresima, senza attribuirsi il governo ordinario di una Chiesa particolare.
Vogel ritiene che l’azione della Fraternità negli ultimi decenni dimostri che non ha preteso di stabilire una Chiesa separata da quella cattolica.
La questione di fondo continua a essere se una consacrazione episcopale realizzata contro la volontà pontificia costituisca di per sé un atto scismatico o se, per stabilire tale qualificazione, risulti necessario esaminare anche la volontà effettiva di rompere la comunione con il Romano Pontefice.
La crisi della Chiesa e lo stato di necessità
Il portavoce della FSSPX ha anche difeso che le consacrazioni devono essere intese all’interno della crisi dottrinale e sacramentale che, a giudizio della Fraternità, la Chiesa attraversa da decenni.
Durante la sua conferenza ha presentato vari dati sul calo della pratica religiosa in Occidente. Tra questi ha citato uno studio del Pew Research Center del 2025 secondo il quale solo il 28 % dei cattolici statunitensi dichiara di assistere settimanalmente alla messa e il 23 % di accostarsi al sacramento della confessione almeno una volta all’anno.
Per Vogel, queste cifre riflettono una situazione che richiede di garantire la continuità di una formazione sacerdotale radicata nella dottrina cattolica tradizionale e la disponibilità dei sacramenti per i fedeli legati alla Fraternità.
Lo stato di necessità costituisce, di fatto, l’argomento centrale della FSSPX per giustificare la sua decisione di consacrare quattro nuovi vescovi.
Lo scorso settembre, la Fraternità ha spiegato perché ritiene che tale necessità persista nonostante l’esistenza di altri istituti tradizionali riconosciuti da Roma. La sua argomentazione sostiene che l’ampiezza della crisi ecclesiale e le limitazioni che riguardano l’apostolato tradizionale impediscono di considerare risolto il problema.
Una questione ancora in attesa di risoluzione
Tre mesi dopo le consacrazioni, la situazione tra Roma e la Fraternità continua a non trovare una soluzione soddisfacente per entrambe le parti.
La Santa Sede mantiene la sua valutazione dei fatti e le sanzioni dichiarate dal Dicastero per la Dottrina della Fede. La FSSPX, da parte sua, sostiene di aver agito per preservare la continuità del suo apostolato e ha fatto ricorso alle procedure previste dallo stesso Diritto Canonico per impugnare le misure.
Le dichiarazioni di Vogel riportano il dibattito su un terreno che va oltre la mera disobbedienza disciplinare: il rapporto tra l’autorità pontificia, la conservazione della Tradizione, lo stato di necessità e i limiti dell’applicazione delle pene canoniche.
La Fraternità insiste nel riconoscere l’autorità del Romano Pontefice e nel non pretendere di costituire una gerarchia indipendente. Roma, tuttavia, ritiene che le consacrazioni realizzate contro la volontà espressa di Leone XIV ledano gravemente la comunione ecclesiale.
La questione rimane così aperta in attesa di una risposta al ricorso presentato dalla FSSPX, che continua a difendere che le circostanze straordinarie della sua azione devono essere esaminate prima di dare per definitivamente risolta una controversia che riguarda sia la disciplina della Chiesa sia l’attenzione pastorale di numerosi fedeli legati alla Tradizione.